Recensione di Barbara Terenghi Zoia
TRAMA
Rudi Carrera ama Milano in modo viscerale. Non la città caotica e chiassosa del centro, ma la vecchia Milano, dove anche di giorno puoi sentire il rumore dei tuoi passi. Eppure, il vicecommissario ne conosce bene anche l’anima violenta e spietata, per questo non si stupisce quando un ragazzo viene ritrovato morto per overdose nella zona di via Padova.
Questa volta però non è uno dei disgraziati dei bassifondi: si tratta del figlio del commissario Fenisi, da poco ricoverato in una vicina clinica per disintossicarsi. Una morte che desta qualche sospetto e che non può passare sotto silenzio. Incaricato delle indagini, Carrera viene a conoscenza di un ingente traffico di eroina che coinvolge alcune gang di latinos. Gente pericolosa, che si contende il controllo del territorio a colpi di machete e fa della violenza e dello scontro l’unica ragione di vita. C
arrera vorrebbe tenere l’operazione lontana dai riflettori, ma deve fare i conti con Sandro Chiodi, un giornalista senza scrupoli in cerca del grande scoop, e con il cinismo di Raul Monteferri, assessore alle politiche giovanili che si serve della guerra alla droga come bandiera per la sua campagna elettorale, in vista delle elezioni europee. E quando il meccanismo si complica, ci sono solo due strade da percorrere: incassare il colpo nel modo più indolore possibile o mettere in gioco tutto.
Fino alla fine.
Ristampato da Mondadori dopo l’uscita con Piemme nel 2014, La sentenza della polvere segna l’esordio di Alessandro Bongiorni.
Fin dalle prime pagine, l’autore dipinge un quadro crudo e duro introducendo Mimmo, un tossicodipendente.
Non è però uno di quei giovani “alla moda” che cercano la polverina bianca e la sniffano nei bagni dei locali in voga.
Mimmo è un seguace dell’eroina, quella brutta, sporca, che richiede siringa e cucchiaio per essere preparata, e la cui ricerca di una vena diventa sempre più difficile, perché dopo tanti buchi i posti disponibili sono finiti.
Per un attimo, sembra di tornare ai tempi di Christiane F. con I ragazzi dello zoo di Berlino, ma proseguendo nella lettura ci si ritrova catapultati in un thriller dallo stile vicino a Don Winslow.
È questa la cifra di Bongiorni: la capacità di intrecciare diversi livelli narrativi a partire da una storia principale, da cui si dipanano sottotrame quasi come schegge impazzite, mantenendo viva la curiosità del lettore di seguirle tutte, senza perdersi nulla.
Il thriller è a tratti davvero crudo, con una violenza mai gratuita, perché serve a mostrare quanto in basso possa arrivare un essere umano.
Una realtà che, nella quotidianità, esiste già, ma qui viene esposta senza filtri, in maniera immediata e potente, tanto da togliere il fiato in più di un passaggio.
Il protagonista, il vicecommissario Rudi Carrera, entra in scena per aiutare il suo capo e amico, il commissario Fenisi, a far ricoverare il figlio Mimmo in una clinica prestigiosa, che offre ottime prospettive di disintossicazione.
Solitario, con un passato in sospeso e dall’aria vagamente trasandata, Carrera si dimostra empatico e risoluto quando indaga sul traffico di narcotici a Milano.
In lui convivono amore e disappunto: conosce la violenza del mondo criminale ma la affronta, anche quando il buon senso suggerirebbe di fermarsi e proteggere la propria anima, senza perdere quel che resta della razionalità.

Alessandro Bongiorni
Nato a Milano nel 1985, Alessandro Bongiorni è laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione presso l’università IULM. Ha conseguito anche la laurea magistrale in Televisione, Cinema e New Media, con una tesi su Elmore Leonard.
Dal 2008 è giornalista pubblicista e negli ultimi anni ha svolto diversi lavori nel campo dei media. Una nuova voce nel panorama noir italiano.
La sentenza della polvere di Bongiorni offre uno sguardo su una Milano diversa, protagonista e al tempo stesso città crudele, dura, con silenzi improvvisi e stradine laterali recondite.
Una Milano antica, affascinante ma sconosciuta, che respira piano, lontana dai rumori e dal glamour.
Milano, per lui, era la vecchia e antica Milano romana, quella del secondo e terzo secolo, con le mura di Massimiano e i palazzi maestosi e aristocratici, veri e propri capolavori architettonici. Il silenzio che permette di ascoltare i propri passi anche di giorno e il buio avvolgente della notte…. Perché da Via Cappuccio, nel pieno centro di una metropoli bella e complicata, si vedevano anche le stelle.
La droga non è un semplice pretesto narrativo, ma un veleno che scorre nei quartieri malfamati così come nei palazzi del potere, impregnando ogni cosa. Si espande a macchia d’olio e costringe il lettore a osservare un mondo orripilante, senza possibilità di distogliere lo sguardo.
I personaggi sono numerosi e ben delineati: il giornalista Sandro Chiodi, sballato ma sempre a caccia di scoop a qualsiasi costo; l’assessore Raul Monteferri, subdolo, viscido, fobico, incarnazione dell’opportunista spregevole; le bande di ladinos che spacciano e compiono il lavoro sporco; Raimondo, amico di Carrera, ex ingegnere trasformato in barbone per scelta, capace di trovare bellezza tra i bidoni della spazzatura o seduto sulle scale di una chiesa.
La sentenza della polvere è un thriller che colpisce perché racconta la vita quotidiana in maniera diretta, tanto che, arrivando alla fine, la sensazione è scomoda ma autentica.
Alessandro Bongiorni non offre scorciatoie né consolazioni: accompagna il lettore dentro una Milano fragile, dove luce e violenza si sfiorano continuamente senza mai incontrarsi.
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