In salotto con… Paola Barbato

In salotto con paola Barbato

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Katya Fortunato e Monica Truccolo

Ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Paola Barbato.

Autrice tra le voci più riconoscibili del noir e del thriller italiano, Paola Barbato ha costruito nel tempo una produzione capace di indagare le zone più fragili e contraddittorie dell’essere umano, muovendosi con naturalezza tra tensione psicologica, introspezione e conflitto emotivo. Sceneggiatrice di lungo corso e scrittrice attenta ai chiaroscuri dell’animo, Barbato ha sempre fatto dei personaggi e delle loro crepe il vero centro del racconto.

Con La torre d’avorio (recensione a cura di Monica Truccolo disponibile QUI) e Cuore capovolto (letto e recensito da Katya Fortunato QUI), entrambi pubblicati da Neri Pozza, l’autrice conferma questa traiettoria: due romanzi diversi ma complementari, che esplorano il peso delle scelte, le relazioni tossiche, il senso di colpa e la difficoltà di guardarsi davvero allo specchio.

In questa intervista Paola Barbato riflette sul proprio percorso narrativo, sul modo in cui nascono le sue storie e su ciò che continua a spingerla a raccontare il lato più scomodo – e autentico – delle emozioni umane.

I suoi personaggi raramente cercano l’assoluzione: convivono con la colpa, con l’errore, con le conseguenze delle proprie azioni. È un modo per restituire complessità all’essere umano o per evitare giudizi netti? 

Non credo esista altro modo, in presenza di una colpa o di un errore, che imparare a conviverci. Anche perdonando noi stessi o ricevendo il perdono, la colpa non si cancella, diventa bagaglio, diventa parte di noi. È possibile assimilarla, analizzarla, ma non cancellarla.

I giudizi netti ci sono, talvolta da parte dei personaggi secondari, altre da parte dei protagonisti, ma la gestione della colpa resta quella: abituarsi, adattarsi, conviverci. L’adattabilità è la caratteristica principale della nostra specie. 

Mara, protagonista de La torre d’avorio, è un personaggio disturbato e al tempo stesso quasi angelico, segnato da una colpa gravissima. Come ha costruito una figura così complessa e dolorosa, capace di tenere insieme fragilità estrema e responsabilità? 

Proprio nella gestione delle conseguenze della colpa.

La colpa c’è, ma le conseguenze sono state arginabili, in questo modo rimane la cicatrice dell’errore, non la ferita aperta. È naturalmente molto complesso gestire un personaggio che non ha una corretta percezione della realtà e che va in cerca di una verità che non è mai univoca, ma mi ha consentito di lasciare vivide in Mara sia le buone intenzioni che la consapevolezza della colpa. 

La torre d’avorio dà voce a cinque donne colpevoli di atti impulsivi e irreparabili. Quanto è stato difficile entrare così a fondo nella psiche di più personaggi e mantenere per ciascuna una voce autentica e distinta? 

Ho avuto diverse consulenze e mi sono rifatta a casi di cronaca analoghi, mai coincidenti, perché sarebbe sciacallaggio. Per esempio, le azioni di Moira e Maria Grazia sono molto vicine a ogni forma di escalation causata da un esaurimento nervoso, persone manipolatorie come Fiamma sono molto comuni, mentre sulle patologie di Mara e Beatrice ho dovuto studiare, sebbene non esista una norma.

Ho poi ricondotto le ossessioni di ciascuna alla versione in minimi termini di persone affette da forme molto più lievi delle stesse. I dispetti tra vicini di casa, le mortificazioni quotidiane, lo strapotere sui più deboli. Purtroppo basta guardarsi attorno. 

In Cuore capovolto il controllo genitoriale è un tema centrale: Attilio controlla il telefono del figlio di nascosto, convinto di proteggerlo. Secondo lei, per un genitore è più pericolosa l’ignoranza o l’illusione di sapere? 

L’ignoranza, ma non solo per i genitori: per tutti. Meglio un’informazione imprecisa che nessuna informazione. Meglio sapere il falso che non sapere nulla. Il desiderio di conoscenza è la prima forma di difesa e di autodifesa.

Bisognerebbe continuare a scavare fino ad arrivare alla verità, ma l’ignoranza è la resa e il vero pericolo.  

Alberto si definisce “quello buono”, ma agisce alla stregua di un predatore professionista e il romanzo sembra suggerire che per combattere il male sia necessario, in parte, somigliargli. È un prezzo inevitabile o una sconfitta morale? 

Thomas Harris ce lo ha insegnato con il personaggio di Will Graham, ma è la storia dei profiler e dei cacciatori di mostri: se vuoi impedir loro di agire, devi capire come ragionano, e se capisci come ragionano, significa che la tua mente concepisce le loro stesse azioni. Per conoscere il mostro, diventi tu stesso un mostro.

Ti salvano le intenzioni e qualche volta nemmeno quelle. Gli infiltrati nella malavita, spesso ne escono disturbati, perché sono stati capaci di essere criminali, pur essendo uomini di legge.  

Guardando alla sua produzione nel suo insieme, sente che la scrittura sia per lei uno strumento di esplorazione, di comprensione o di messa in discussione della realtà? 

No, quello è un lavoro che faccio spontaneamente, lo farei anche se vendessi mobili o dipingessi quadri.

Scrivendole, le cose sono sempre più chiare, ma il mio sforzo è di arrivare a metterle a fuoco quanto posso, proprio perché la conoscenza ti dà uno strumento di difesa.  

Infine, la nostra domanda di rito. Ha la possibilità di sedersi nel nostro Salotto con il suo autore o la sua autrice preferito/a e porgli/le una sola domanda. Chi sceglie e cosa gli/le chiede? 

Mi siedo con Stephen King, piango un po’, lo ringrazio, piango ancora e poi gli chiedo se sia riuscito a salvarsi. 

Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista
La torre d'avorio Salotto Giallo

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