In salotto con… Pietro Caliceti

Intervista a Pietro Caliceti Salotto Giallo

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Marco Lambertini

Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Pietro Caliceti.

Pietro Caliceti (1965), avvocato specializzato in materie finanziarie e societarie, ha esordito nella narrativa con L’Ultimo Cliente (Baldini & Castoldi, 2016), un romanzo che ha subito avuto un ottimo successo di pubblico e di critica, cui ha fatto seguito BitGlobal (Baldini&Castoldi, 2017), il primo romanzo al mondo incentrato su bitcoin.

Nel 2025 pubblica, sempre con Baldini & Castoldi I Guardiani del Tempio, capitolo conclusivo della trilogia iniziata con L’opzione di Dio e proseguita con Vatican Tabloid.

Lo ha letto e recensito per Salotto Giallo Marco Lambertini (recensione a questo link) che con l’occasione ha preparato questa interessante intervista a Pietro Caliceti.

Nei suoi romanzi il confine tra fede, potere e finanza è sempre labile. In I guardiani del tempio sembra che il denaro diventi il vero dio di tutte le religioni. È questa la chiave che tiene insieme la trilogia, da Lopzione di Dio a Vatican Tabloid fino a quest’ultimo capitolo? 

Il denaro ha certo una parte importante, ma la chiave è forse ancora di più la distinzione tra fede e religione, e la labilità del confine passato il quale l’una scivola nell’altra.

Altro tema chiave, e strettamente connesso al primo, è la mutazione vorrei dire “genetica” avvenuta all’interno delle religioni abramitiche, che, nate da una religione (l’Ebraismo) alla quale non interessava affatto fare proseliti (e che anzi se ne è sempre ben guardata), hanno poi prodotto due religioni, come Cristianesimo e Islamismo, che invece fanno del proselitismo la loro ragione d’essere. 

Con risultati che appaiono incredibilmente simili anche e forse soprattutto nei loro aspetti più sinistri (più volte nel corso della trilogia si propone un parallelismo tra Crociate e jihad, Stato Pontificio e Stato Islamico, entrambe queste due religioni e regimi o sistemi di pensiero totalitari, ecc.)

Il titolo è fortemente simbolico. “Il Tempio” come luogo in cui l’uomo tenta di rinchiudere Dio è un’immagine potente e disturbante. Da dove nasce questa intuizione e in che modo riflette la sua idea di fede e di potere?

L’immagine del tempio si riconnette a quanto dicevo sopra. Sia Cristianesimo che Islamismo hanno sempre puntato a erigere templi, e in questo modo a sottolineare la superiorità delle caste a cui la cura di quei templi era affidata  rispetto al resto dei credenti.

L’Ebraismo, nonostante i costanti proclami di nostalgia per il famoso tempio andato distrutto, non ha mai concretamente cercato di ricostruirlo, e in questo si è dimostrato più fedele al monito fatto da Dio stesso nel passaggio di Samuele che fa da exergo a I Guardiani del Tempio (“Vi ho forse mai chiesto di costruirmi una casa?”). 

Allo stesso tempo, nel contesto dell’ultimo romanzo il Tempio assume anche una valenza più funzionale alla trama e, allo stesso tempo, più radicata nella storia contemporanea.

Tempio è sia San Pietro, tra le cui mura Papa Hamilton riflette sulla crisi in cui è caduta la sua Chiesa, sia la Moschea di al-Aqsa. 

E “i Guardiani” del tempio non sono solo le caste di cui parlavo prima, ma anche, più concretamente, i soldati israeliani che, paradossalmente, cercano di proteggere un luogo sacro all’Islamismo.

Nel romanzo convivono figure molto diverse: Papa Pietro II, il rabbino Schaumann, la poliziotta Laura Zacchi. Tutti cercano la verità, ma ciascuno a suo modo. C’è un personaggio in cui si riconosce di più, o ognuno rappresenta un frammento della sua visione del mondo? 

No, ognuno rappresenta un frammento, e del resto non sono sicuro che la nostra conoscenza come uomini possa aspirare a molto più che frammenti.

Però devo dire che provo un particolare affetto per Papa Hamilton. È un uomo che crede profondamente, ma allo stesso tempo è lucidissimo nel constatare che tutto ciò in cui crede sta crollando. Sente che forse sta finendo un’era, e non sono causali le citazioni del finale al Riccardo II shakespeariano. Spero di essere riuscito a trasmetterne tutta la tragicità.  

Il finale, che non sveleremo, è insieme iconoclasta e spirituale: un gesto estremo che sembra distruggere per liberare. Si tratta di una provocazione narrativa o è solo dal crollo delle istituzioni che può nascere una nuova forma di fede? 

L’esito è forse estremo, ma non si tratta solo di una provocazione. La crisi della Chiesa è sotto gli occhi di tutti, e nel corso della trilogia Hamilton più volte la esprime molto bene:

Avevano avuto talmente tanto successo, nel mondo, che ne erano divenuti ormai parte integrante. Erano semplicemente diventati umani, troppo umani. Catalogabili, classificabili, amalgamati; una regola del gioco, qualcosa che non può non esserci, come Vicolo Stretto a Monopoli; una casella come tante, su cui si passa sopra e si prosegue. Ecco cos’erano diventati: una pietra lastricata, liscia, che si confondeva col resto della strada. Non erano più la pietra dello scandalo, la pietra su cui s’inciampa. Non facevano più sussultare nessuno. E come poteva qualcuno credere in loro, se non lo facevano sussultare? Se non lo facevano stupire?I fedeli non possono credere a un Papa che si limita a leggere un foglietto, come se fosse un bollettino nautico”.

E di fronte a questo piattume che di fatto significa morte, la via della rinascita deve passare per forza da una sepoltura.

In più punti emerge l’idea che solo un’“alleanza di buon senso” — tra fede e ragione, tra religione e civiltà laica — possa salvarci dagli estremismi. È questa la sua tesi di fondo? E secondo lei, oggi, il buon senso ha ancora una possibilità di essere ascoltato?

In realtà non ho una tesi, né la trilogia vuole esprimerne una.  Né, personalmente, credo molto nel buon senso. 

Una riscoperta della fede quella sì, la auspico. Ma come dicevo prima, fede e religione sono per me concetti distinti. 

La sua scrittura unisce il ritmo serrato del thriller alla riflessione morale e filosofica. Quanto è difficile mantenere l’equilibrio tra tensione narrativa e pensiero? E secondo lei, è l’azione o l’idea a lasciare un segno più profondo nel lettore?

Non so se sia difficile, questo è l’unico modo in cui so scrivere. Credo però che sia l’unico modo per lasciare il segno. 

L’intera trilogia era nata dall’idea di provare a riprendere in chiave contemporanea gli interrogativi di base dei Fratelli Karamazov, in un contesto molto più complesso come quello attuale, non fosse altro che perché, per un verso, il dilemma se credere o non credere non si esaurisce in quello se credere o meno nella Chiesa, ma si allarga al problema di in quale religione credere, e per un altro verso negli ultimi 25 anni nel nome delle religioni è stata compiuta ogni sorta di nefandezza. 

Solo che ora la gente non ha più tempo né voglia di affrontare le lentezze dei romanzi ottocenteschi russi: sono abituati al ritmo delle serie tv, e se non gli dai quello non ti leggono.

Infine la domanda di rito: può sedersi nel nostro Salotto con il suo autore o autrice preferito/a. Chi invita e cosa gli chiede?

Beh, per restare in tema inviterei Dostoevskij e gli direi: “tu come la vedi?”

Salotto Giallo ringrazia l’autore per l’intervista
I guardiani del tempio Salotto Giallo

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