Recensione di Samuela Moro
TRAMA
Immagina un’alba d’estate, l’aria immobile della campagna, l’odore dei campi, il frinire dei grilli il buio che arretra all’invasione del giorno. Immagina ora un casale rosso, solitario in mezzo al nulla e di scorgere biciclette da bambini e giocattoli sulla ghiaia, panni stesi ad asciugare, galline e conigli, un moscone sopra un secchio e il silenzio. Un silenzio che non sembra appartenere a questo mondo.
Un silenzio interrotto all’improvviso da un urlo disperato. C’era una volta la famiglia C., tre figli piccoli e due genitori amorevoli. C’era una volta la famiglia perfetta, e ora non c’è più. Cos’è accaduto dentro il casale rosso in quella calda notte d’agosto? Immagina qualcosa di terribile e crudele, che esista solo un possibile responsabile. L’unico sopravvissuto. Immagina di avere la verità proprio davanti agli occhi.
Ogni dettaglio combacia, ogni indizio è allineato e c’è una sola spiegazione. Non puoi sbagliare. Hai tutte le risposte. Ma ciò che proprio non puoi immaginare è che questa non è la fine della storia. È l’inizio. Questo libro ha un segreto. Chi l’ha scritto ha un segreto. Chi lo legge avrà un segreto. E nessuno sarà più lo stesso.
Un’alba immobile, una campagna che trattiene il respiro, un casale rosso in mezzo al nulla.
Così si apre La bugia dell’orchidea, un romanzo che riporta Donato Carrisi al cuore delle sue ossessioni narrative: il potere dei luoghi, l’ombra del male, il confine fragile tra ciò che è accaduto e ciò che viene raccontato. Anche in questo libro al di fuori della famosa “saga delle case” con protagonista Pietro Gerber, un casale isolato diventa protagonista vero e proprio, silenzioso custode di una tragedia che nel 2005 ha spezzato per sempre l’armonia di una famiglia.
Al centro della storia c’è Victoria Anthon, voce narrante e insieme custode della vicenda. La sua narrazione in prima persona introduce un intrigante espediente metanarrativo: il libro che il lettore tiene tra le mani è presentato come il testo che lei stessa sta scrivendo, dieci anni dopo gli eventi.
Si tratta di un punto di vista che crea un gioco di piani sovrapposti, dove memoria e indagine si confondono, e dove la scrittura diventa parte della storia.
La scrittura come gesto di ricostruzione, forse di liberazione, forse di condanna.
Carrisi orchestra questa struttura con la consueta maestria. La sua prosa è rapida, visiva, capace di evocare immagini, spazi sospesi, silenzi che diventano materia narrabile. Ogni pagina accompagna il lettore in un’atmosfera che cresce di intensità, mentre il male assume forme cangianti:
un’anima liquida, torbida e pulsante
capace di insinuarsi nei pensieri e nei luoghi, di riaffiorare dove meno ci si aspetta. Non è un male astratto, ma qualcosa che scorre sotterraneo, nutrito dal rancore, dai ricordi, dalle storie tramandate.
Ed è proprio qui che il romanzo svela un’intenzione più profonda: Carrisi sembra voler provocare un movimento interiore. La bugia dell’orchidea è un racconto che non si lascia afferrare del tutto, perché muta con chi lo legge. Ogni lettore vi trova un proprio percorso, e ogni rilettura illumina dettagli inediti, come se le pagine trattenessero più di una storia, pronte a rivelarsi solo a chi torna a cercarle.

Donato Carrisi
Donato Carrisi è un autore, sceneggiatore e giornalista italiano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È regista oltre che sceneggiatore di serie televisive e per il cinema.
È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali (tutti pubblicati da Longanesi) Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, La ragazza nella nebbia – dal quale ha tratto il film omonimo con cui ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente –, Il maestro delle ombre, L’uomo del labirinto – da cui ha tratto il film omonimo –, Il gioco del suggeritore, La casa delle voci, Io sono l’abisso, La casa senza ricordi, La casa delle luci, L’educazione delle farfalle, La casa dei silenzi, La bugia dell’orchidea.
Come sempre, Carrisi sceglie di non chiudere tutti i cerchi. Il romanzo offre indizi, rivela dettagli, suggerisce direzioni, ma non costruisce una verità definitiva.
Anzi, gioca proprio sull’inganno delle certezze: ciò che sembra chiaro diventa improvvisamente opaco. Un meccanismo che mantiene viva la tensione fino all’ultima riga, ma che rifiuta il conforto di un finale in cui tutto trova posto.
Il casale rosso, Victoria, il ricordo della famiglia C.: tutto contribuisce a creare un’esperienza narrativa che non si limita a raccontare un fatto, ma che invita a riflettere su come il male si insinui nelle pieghe più nascoste del quotidiano.
Perché, come suggerisce una delle citazioni più incisive
il rancore è un lievito che cresce lentamente, al calore domestico degli affetti
E proprio da questo lievito nasce una storia che continua a fermentare anche dopo aver chiuso il libro.
La bugia dell’orchidea è un romanzo che avvolge, inquieta e trascina.
Un’esperienza che conferma la natura profonda della narrativa di Carrisi: non dare risposte, ma aprire porte che il lettore dovrà attraversare da solo. Alla fine, ogni pagina lascia un’eco (anzi, un segreto!) che non appartiene più soltanto ai personaggi, ma anche a chi legge.
Salottometro:


Link d’acquisto

