Recensione di Barbara Terenghi Zoia
TRAMA
Deserto californiano, oggi. Luke Crosswhite, diciannove anni, è scappato dal suo appartamento-caverna di Colorado Springs gettando vestiti, libri e pentole alla rinfusa nel bagagliaio e lasciandosi dietro l’università e due mesi di affitto da pagare. Un viaggio di sedici ore attraverso l’America per tornare a casa, e casa è Devore, uno scabro paese californiano annidato nei canyon del Cajon Pass da cui Luke manca da dodici anni.
Un posto che brucia sempre, anche quando non c’è un incendio. Casa è anche il Combine, la gang criminale che è l’altra famiglia di suo padre Big Bobby, un uomo a cui basta sedersi su una sedia perché diventi un trono. Con un cuore di inchiostro tatuato sul cuore vero, e il motto Il sangue è amore, il Combine spadroneggia su quelle terre di rottami, violenza e droga.
Eppure, nonostante Big Bobby sia il re, cosa che farebbe di suo figlio un principe, Luke a Devore è un fantasma. Dopo quello che è successo all’Arrowhead Lanes Bowling dodici anni prima, non c’è più posto per lui nella famiglia. Ma quando una gang rivale uccide un uomo nel deserto – il primo atto di una guerra per “rimettere ordine” nella California del Sud – Luke sente che quella è l’occasione di diventare chi avrebbe sempre dovuto essere.
Come Amleto, si imbarca in un nuovo viaggio, di ferocia e di vendetta, alla ricerca di un’identità che forse non è mai stata sua. Mentre, sullo sfondo, la California in fiamme ricorda a tutti che i peccati si scontano. Sempre.
Il protagonista de L’ultimo re di California è Luke, con la sua storia fatta di violenza, solitudine, rinascita e ricadute: un percorso sospeso tra luce e tenebre, resilienza e disperazione.
All’età di sette anni, Luke assiste a un omicidio brutale commesso dal padre, Bobby, che viene arrestato. Da quel momento il bambino viene affidato ai parenti materni, che si prendono cura di lui passandoselo di casa in casa come fosse un pacco, fino al compimento dei diciotto anni.
Luke vive con la costante sensazione di essere un fantasma, incapace di trovare un posto nel mondo. Quando comprende che l’università non fa per lui, decide di tornare dove tutto è cominciato: nel deserto della California.
Luke ha la sensazione di sbirciare dentro un altro mondo, un mondo dove lui non è andato in pezzi e non l’hanno mandato via. Ha la sensazione di vedere il fantasma di ciò che sarebbe dovuto essere, un mondo in cui lui non è fragile e bizzarro.
In lui nasce il desiderio di capire la propria infanzia e il bisogno di sentirsi di nuovo parte di una famiglia: quella del Combine, la gang di cui suo padre è il “re”.
Per quanto imperfetta, criminale e sgangherata, è difficile per un ragazzo rimasto solo resistere a un richiamo simile.
Man mano che il racconto de L’ultimo re di California prosegue, il lettore accompagna Luke nella sua crescita e nel suo tentativo di riconciliarsi con il passato, di trovare un posto nel mondo e di conquistarsi un ruolo all’interno del Combine.

Jordan Harper
Jordan Harper è nato nel Missouri.
Ha lavorato come copywriter, critico musicale e autore televisivo.
Educazione criminale (Einaudi 2018) è il suo primo romanzo.
Nel 2024 esce per Neri Pozza, Tutti sanno.
La scrittura di Jordan Harper è tagliente e visiva: usa il linguaggio per costruire un ritmo serrato e drammatico, carico di tensione.
Nel romanzo non mancano violenza, scontri tra gang e omicidi cruenti, narrati con tale intensità da far sentire il lettore catapultato nel deserto californiano, tra rottami, fuoco e polvere.
Eppure, paradossalmente, proprio questa scrittura cruda e brutale riesce a esaltare i passaggi più empatici, rendendoli ancora più toccanti: schegge di parole che arrivano dritte al cuore.
Il tema dominante è quello della fratellanza e della lealtà assoluta, al punto che ogni forma di tradimento viene punita nel modo più duro.
Ogni membro della gang porta tatuato un cuore nero e ripete all’infinito il mantra: “Il sangue è amore”, come a volerlo imprimere nella mente e nella carne.
Un altro tema molto caro a Harper è quello dell’ambiente: nel romanzo tutto va letteralmente in fiamme — roulotte, case, negozi, persino il deserto — in una rappresentazione di distruzione totale.
Guardala quella cicatrice di fumo che squarcia il ventre del cielo. Seguila fino alla roulotte in fiamme sul terreno desertico. Il fumo che ribolle nero come il vuoto, untuoso di particelle, fuoriesce dalla presa d’aria che Troy Gullet ha praticato nel tetto. Falene di braci grigio-arancio fluttuano sulle correnti di calore. Il fumo tossisce scintille che finiscono a terra, luccicando per un attimo nella boscaglia prima di spegnersi.
Sono immagini vivide e potenti: il fumo denso che toglie il respiro, le fiamme che divorano ogni cosa, il deserto stesso che brucia fino a scomparire.
L’incendio crepita e stride tutto intorno. L’aria è unta, pesante. L’aria scurita dal fumo trasporta grosse braci come lucciole. Il vento sposta muraglie di fumo scuro come sipari, rivelando la scena pezzo per pezzo.
Una scrittura incandescente quella di Harper, che racconta la distruzione esteriore e interiore dei suoi personaggi con una forza visiva e simbolica rara.
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