Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Samuela Moro
Gradita ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Lauren Beukes.
Lauren Beukes è un’autrice sudafricana pluripremiata e di successo internazionale, nota per romanzi come The Shining Girls, Zoo City e Afterland, tra le altre opere.
I suoi romanzi sono stati pubblicati in 24 paesi e sono in fase di adattamento per il cinema e la televisione. È anche sceneggiatrice di fumetti, autrice di sceneggiature per il cinema e la TV, giornalista e documentarista.
Ha vinto premi come l’Arthur C. Clarke, il prestigioso premio della University of Johannesburg, l’August Derleth Award, lo Strand Critics Award e l’RT Thriller of the Year. È stata premiata dal parlamento del Sudafrica e, più recentemente, per il suo lavoro nel campo della scrittura creativa, ha vinto il premio Mbokodo del dipartimento delle Arti e della cultura, che celebra il ruolo della donna nell’arte.
Vive a Londra con la figlia teenager e due gatti.
Moxyland – O giochi o muori, nella longlist del Sunday Times Prize, è il suo quinto romanzo ad essere pubblicato in Italia grazie a Fanucci Editore.
L’autrice ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda proprio su Moxyland, letto e recensito per Salotto Giallo da Samuela Moro (recensione a questo link).
Moxyland è stato pubblicato nel 2008, ma oggi sembra quasi più attuale di allora. Quali elementi del mondo contemporaneo l’hanno ispirata e come si spiega questa “lungimiranza”?
È incredibile la risonanza che Moxyland ha ancora dopo 17 anni e sono anche rammaricata di non aver investito in azioni basate su portafogli virtuali, tecnologie di sorveglianza o cani robot militarizzati. (Sto scherzando! Anche se immagino ci sia ancora tempo per investire in prototipi di virus armati!)
Ho tratto molta ispirazione dal fatto di essere cresciuta in Sudafrica, durante l’Apartheid, e dagli strumenti che lo Stato violento e razzista ha usato contro il nostro popolo: dalla sorveglianza e censura al reclutamento di askari (agenti infiltrati) all’interno di gruppi di attivisti e alla concessione a certi gruppi di privilegi sociali rispetto ad altri.
Ho anche visto come la pubblicità stesse aggregando arte e ribellione con marchi che reclutavano artisti di graffiti, o produttori di tabacco che lanciavano eventi “segreti” solo su invito quando la pubblicità delle sigarette era vietata in Sudafrica, ospitando treni per feste da un milione di Rand con DJ internazionali o feste in ville eleganti.
Volevo parlare, principalmente, di problemi sociali che vedevo intorno a me: dal cambiamento climatico a nuovi tipi di segregazione in Sudafrica riguardanti denaro, classe e proprietà, alla nostra dipendenza crescente dai cellulari già nel 2008, di come le nostre vite online siano una parte importante delle nostre vite “reali” e, di conseguenza, di come perdere l’accesso a internet e ad altri mezzi di comunicazione possa diventare un potente strumento di controllo da parte di stati malevoli. E naturalmente, di come le aziende aggregano arte e resistenza.
Leggendo Moxyland si può notare come nel romanzo la tecnologia sia allo stesso tempo un’opportunità e un’arma di controllo. Quando l’ha scritto, immaginava che il nostro rapporto con smartphone, social e identità digitale sarebbe diventato così totalizzante?
In realtà sì, anche se questo è avvenuto quattro anni prima della Primavera araba, per esempio. Nel 2006 o 2007, mentre scrivevo il romanzo, in Mozambico si erano verificate rivolte per il prezzo del pane e lo Stato aveva risposto impedendo alle persone di accedere ai cellulari, bloccando la loro capacità di organizzarsi. Una comunicazione semplice è fondamentale per qualsiasi rivoluzione o resistenza.
Ad esempio, gli attivisti anti-apartheid si sono mobilitati con l’introduzione dei telefoni fissi in Sudafrica, e le stazioni radio sono da tempo un mezzo per diffondere informazioni, ma anche disinformazione e odio, come nel genocidio ruandese.
Quando scrivevo Moxyland nei primi anni 2000, ero divertita e allo stesso tempo inorridita da quante informazioni regalavamo gratuitamente, tramite post su Facebook o ricerche su Google: non solo sulla nostra vita personale, sui nostri interessi e sulle nostre relazioni, ma anche sulla nostra salute, sul nostro stato mentale, sulle convinzioni politiche e sulla nostra sessualità.
Ai tempi difficili dell’apartheid, la polizia segreta doveva impegnarsi molto di più per ottenere queste informazioni, partecipando a comizi politici sotto copertura, ricattando, corrompendo o torturando le persone per trasformarle in agenti infiltrati (…)
All’epoca in cui scrivevo Moxyland, ero affascinata da ciò che accadeva nei mondi online alternativi e negli spazi di gioco con un impatto reale: libri proibiti ricreati in biblioteche virtuali accessibili a chiunque, o criminali e attivisti che si incontravano nei mondi online per pianificare attività.
Nei primi anni 2000 ricordo che alcuni fenomeni strani alimentarono il DNA di Moxyland: attivisti che ricrearono la caduta delle Torri Gemelle come esperienza artistica, sperabilmente catartica, nel mondo virtuale di SecondLife; “minatori d’oro” nei data center e negli Internet café che lavoravano lunghe ore per completare missioni nei mondi multiplayer per guadagnare oggetti di alto valore da vendere ad altri giocatori; un uomo in Cina che, dopo il furto della sua spada magica virtuale, cercò nella vita reale chi l’aveva rubata e tentò di ucciderlo.
Allo stesso modo, ricordo la notizia di una donna che aprì un caso di violenza sessuale con la polizia del mondo reale, completamente sconcertata, dopo che al suo avatar in SecondLife era stato dato un oggetto hackerato che costringeva il personaggio animato a compiere atti sessuali umilianti. Non importava che fosse animato o meno il suo corpo fisico: la violazione era comunque reale, uno dei primi precursori del porno deepfake basato su persone reali di oggi.
Guardando al mondo di oggi, ci sono aspetti della realtà che vanno oltre persino le distopie immaginate in Moxyland?
Come molti scrittori di fantascienza, intendevo il romanzo come un avvertimento per uno scenario peggiore in un futuro possibile e tetro, ma si scopre che il nostro presente è più intenso e più assurdo di quanto avrei potuto immaginare.
Dall’abbandonarci volontariamente alle “lobotomie ChatGPT” che uccidono il pensiero critico e le voci artistiche, alle cospirazioni anti-vaccino, al riemergere di malattie precedentemente estinte, genocidi vari, capitalismo terminale che ci affoga in beni di lavoro schiavistico destinati alla discarica o in software di abbonamento che sfruttano il nostro lavoro per addestrare l’intelligenza artificiale, e infine i “broligarchi” che ci spingono verso il fascismo mentre le democrazie vacillano, facendo regredire un secolo di diritti umani. Penso che preferirei vivere in Moxyland, grazie.
Se dovesse riscrivere Moxyland oggi, cambierebbe qualcosa o lo lascerebbe esattamente com’è, come una sorta di “fotografia anticipata” del futuro?
Penso che sia in gran parte un documento del suo tempo, come 1984, Brave New World o The Handmaid’s Tale.
L’unica cosa che cambierei, in base al feedback di un attivista che l’ha letto nella biblioteca gratuita durante le proteste di Occupy Wall Street, riguarda il modo in cui operano i personaggi attivisti. Mi ha detto che oggi le attività sono molto più decentralizzate ma anche più comunitarie, quindi Tendeka non sarebbe stato così isolato o intrappolato in una brutta situazione.
Se la distopia ci aiuta a immaginare scenari estremi per comprendere meglio il presente, quale pensa sarà il futuro di questo genere? Continuerà a essere uno specchio critico della società o si trasformerà in qualcos’altro?
La fantascienza riflette le preoccupazioni del presente. Scriviamo sempre di chi siamo in questo momento, trasportandolo in luoghi strani, credibili e incredibili. Ma queste storie raccontano ancora qualcosa di nuovo, offrono una prospettiva diversa o mostrano come l’umanità sopravvive anche nelle peggiori condizioni?
La distopia può essere catartica, come l’horror, ma oggi sembra tutto troppo vicino a noi e non credo che serva più da monito: abbiamo visto oligarchi e amici della tecnologia fraintendere narrativa e concetti, o forse è troppo tardi per un avvertimento. Dobbiamo concentrarci su nuove storie che immaginino diversi tipi di futuro.
Ammiro la natura selvaggia dell’hopepunk e della fantascienza, soprattutto quando si concentra su comunità, creatività, cura e omosessualità, anche se non è necessariamente qualcosa che scriverei. Ho adorato la speranza del saggio di Annalee Newitz, “Le storie sono armi”, sulla propaganda, operazioni psicologiche e su come cambiare la narrazione.
Conosciamo tutti il proverbio “chi non ricorda il passato è destinato a ripeterlo”. Aggiungerei: chi non riesce a immaginare il futuro è destinato a rovinare tutto.
Infine, la nostra domanda di rito. Ha la possibilità di sedersi nel nostro Salotto con il suo autore o la sua autrice preferito/a e porgli/le una sola domanda. Chi invita e cosa gli/le chiede?
Non ho un solo autore preferito e ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei miei idoli della letteratura, tra cui William Gibson e Mariana Enriquez.
Quindi non ho nessuno in mente, ma so cosa chiederei, che è la stessa cosa che chiedo a tutti i miei amici autori:
qual è stata la cosa migliore che hai letto ultimamente? E poi correrei fuori a comprarla.
Traduzione a cura di Barbara Terenghi Zoia
Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista

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