Recensione di Cristina Casareggio

A cura di Cristina Casareggio
TRAMA
Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l’ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è una llevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio.
Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell’anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un’ostetrica diplomata, destinata a sostituirla.
Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un’estranea e rifiutano le sue cure.
Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena sarà proprio l’intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davvero giustizia.
Nella Sardegna rurale dei primi del Novecento le donne partorivano in casa, aiutate dalle llevadore: vere e proprie ostetriche non diplomate, con un bagaglio di esperienza tramandato di madre in figlia e intrecciato a tradizioni e riti antichi, basati sulle erbe, i cicli lunari e l’osservazione della natura.
Bibbiana Cau sceglie come protagonista del suo romanzo d’esordio proprio una llevadora: Mallena, donna, madre e moglie, sempre pronta ad assistere le partorienti. La sua è una vita difficile: il marito Jubanne è stato chiamato al fronte, lontano, a combattere sui monti del Nord una guerra di cui nessuno ha ben compreso il senso. Ha due figli, Rosa e Daniele, ancora piccoli e bisognosi di cure e presenza. Mallena è analfabeta.
Era affascinata dalle parole scritte e, pur non essendo mai andata a scuola, sperava di poter apprendere qualcosa attraverso i progressi dei figli.
La mancanza di cultura “canonica” non è però un peso per lei. Sa che le sue conoscenze sono valide anche senza un diploma: le esperienze dirette, le nozioni trasmesse dalla madre, la conoscenza della natura e delle piante officinali sono tutto ciò che le serve nel lavoro e nella vita.
Molte volte, negli anni, aveva sentito che il dovere di correre ad assistere le altre madri e i loro figli le stava impedendo di dare a Rosa e Daniele le attenzioni che avrebbe voluto. Sapeva di non essere una madre come le altre. Sapeva che a Norolani, ma anche a Tennairi, lei era la sola che lavorava fuori di casa e senza orari, senza regole fisse.
Essere llevadora significa lavorare a qualsiasi ora,
in base alle doglie delle partorienti.
L’ostacolo più grande, però, è non vedere riconosciuto questo impegno come un vero lavoro: tanta fatica, tante richieste al sindaco, ma nessun sostegno economico.
Tutti mi vedete quando corro in comune a denunciare la nascita dei bambini, ma tutti dimenticate i miei diritti sacrosanti e mi avete usata e presa in giro! Adesso che sono nella situazione che sono, pure la bocca mi volete tappare?
Un decreto regio stabilisce che, senza diploma, non possa ricevere uno stipendio.
Mallena è disperata: il marito Jubanne torna dalla guerra gravemente ferito nel corpo e nella mente, e una nuova ostetrica diplomata, arrivata dal continente, minaccia di portarle via il lavoro. Il suo mondo va in frantumi; non sa più come mantenere la famiglia.
Sono veramente stanca di continuare a chiedere la mia mercede a chi di dovere come fossi una mendicante che va in giro a chiedere l’elemosina.

Bibbiana Cau
Bibbiana Cau è nata e vive in Sardegna. Dopo gli studi di Ostetricia all’Università di Cagliari, nel corso di una lunga carriera lavorativa ha avuto il privilegio di accompagnare alla nascita tantissime nuove vite.
Lettrice da sempre, ha scoperto l’interesse per la scrittura durante la stesura della tesi in Storia sociale e, dopo essersi laureata in Educazione degli adulti e in Formazione continua all’Università di Roma Tre, ha frequentato i corsi della Scuola Holden di Torino, di Medicina narrativa presso le Aziende Sanitarie Locali sarde e di Londra Scrive con Marco Mancassola.
La levatrice è il suo esordio letterario.
Bibbiana Cau ci regala un romanzo di dolore e sofferenza, di corpi che patiscono per dare alla luce qualcosa di meraviglioso; di donne che si spendono senza riserve per gli altri, senza ottenere il giusto riconoscimento; di voci femminili che non temono di alzarsi per farsi sentire.
È anche un racconto di contrasti: tra isola e continente, tra tradizione e cultura accademica, tra la sapienza antica delle erbe e gli studi universitari. L’autrice affronta questi temi con garbo e senza pregiudizi: due mondi distinti che devono imparare a convivere.
La llevadora è ambientato in una Sardegna montana, dove il vento porta il profumo del mare visibile in lontananza e dove ogni angolo di bosco cela meraviglie capaci di curare e dare vita. È un romanzo di dolore, vita, fatica, angoscia, tradizioni e scienza, ma anche un inno di speranza nella capacità femminile di trovare sempre una soluzione.
Vogliono vederci l’una contro l’altra, ma non deve essere tra noi la battaglia, piuttosto c’è da gherrare unite per difendere l’assistenza alle donne e… insieme la nostra dignità.
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