Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Claudia Pieri
Gradita ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Barbara Perna.
Barbara Perna nata a Napoli nel 1969, vive e lavora a Roma. Il superamento del Concorso in Magistratura nel 1998 le ha brutalmente stroncato una (forse) brillante carriera come attrice teatrale comica.
Ha svolto il ruolo di giudice tuttofare un po’ in giro per l’Italia ma il suo cuore è rimasto in Toscana nel piccolo Tribunale di Montepulciano dove ha lavorato per cinque anni prima di trasferirsi a Roma.
Scrive per passione, lavora per dedizione, legge per autodifesa. E viaggia molto, soprattutto con la mente.
Per Giunti ha esordito con il romanzo Annabella Abbondante. La verità non è una chimera (2021) pubblicando poi Annabella Abbondante. L’essenziale è invisibile agli occhi (2022) – vincitore del Premio NebbiaGialla 2023 – e Annabella Abbondante. Il passato è una curiosa creatura (2024).
Nel 2025 esce per Bompiani, Se tu non ridi più. Lo ha letto e recensito per noi di Salotto Giallo Claudia Pieri (recensione a questo link) che, con l’occasione, ha posto all’autrice alcune interessanti domande di approfondimento.
Amalia Carotenuto è una protagonista intensa, segnata da un passato doloroso e da un forte senso di colpa. Come è nata la sua voce, e cosa l’ha resa, per te, così urgente da raccontare?
Amalia Carotenuto nasce in realtà come personaggio investigativo da presentare in coppia con Cetta Carotenuto (la coprotagonista del romanzo). E’ successo però che io mi sia imbattuta nella necessità di confrontarmi con un tema, quello della genitorialità nella sua prova più estrema.
Come si riesce ad affrontare la vita nei panni di quei genitori che hanno visto il proprio figlio diventare un assassino? Il personaggio di Lia rappresenta, nel suo punto più estremo, la complessità della genitorialità della mia generazione.
Nel romanzo la leggerezza convive con il dolore. Che ruolo ha, secondo te, l’ironia in una storia che parla anche di colpa, perdita, redenzione? Come hai gestito l’equilibrio tra leggerezza e profondità?
E’ stata una sfida da superare. Una scommessa da vincere.
La mia voce narrante è necessariamente ironica. Fa parte del mio essere come persona, prima ancora che come scrittrice. Non era rinunciabile. Nel corso della narrazione mi sono resa conto, in realtà, che questo connubio non mortificava la storia, la rendeva più sfaccettata, più vicina alla vita vera.
Nella realtà la leggerezza e il dolore convivono continuamente. E il registro ironico, a mio avviso più di quello patetico, contribuisce a mettere in evidenza il dramma, senza scadere nel melodrammatico.
In questo romanzo affidi molto ai dialoghi, che rivelano passato, emozioni, relazioni. Come lavori alla scrittura di queste voci? Parti da un suono, da una frase, da un’immagine?
Amo i dialoghi. Per me sono la struttura portante della narrazione. Ho una immaginazione molto visiva. Io “vedo” ciò che devo raccontare. Non sapevo cosa fosse lo “show don’t tell” quando ho iniziato a scrivere, ma istintivamente è quello il modello che ho applicato.
Mi piaceva l’idea che fosse il lettore a trarre le conclusioni, non volevo essere io a suggerirle.
La suggestione per un dialogo può nascere da qualsiasi cosa, una canzone, un profumo, un ricordo, una cartolina. Quello su cui lavoro molto è la “spontaneità” del dialogo. Cerco di “sentire” le parole come se fossero pronunciate davvero. Devono apparirmi naturali, senza forzature. Solo allora sono soddisfatta.
Cosa ti piacerebbe che il lettore si portasse via da questa storia, una volta chiuso il libro: un personaggio, un’idea o un sentimento?
Vorrei che il lettore chiudesse il libro con più dubbi e meno certezze. Sulla genitorialità, l’educazione dei figli, la colpa e il perdono. E anche con un desiderio spasmodico di Napoli e delle sfogliatelle di Scaturchio.
Amalia, Picchio e Cetta sono personaggi che lasciano il segno. Credi che il loro percorso sia davvero finito qui, o c’è ancora una parte della loro storia che aspetta di essere raccontata?
Mi piacerebbe scrivere ancora di loro. Soprattutto penso a una storia per Don Pasquale Di Giacomo. Credo che abbia ancora molto da raccontare
Il giallo viene sempre più spesso scelto per raccontare storie che parlano di realtà difficili e questioni sociali. Cosa rende, secondo te, questo genere così adatto a veicolare contenuti profondi e attuali?
Semplicemente il genere giallo e noir hanno colmato un vuoto lasciato dalla narrativa non di genere, che sempre più spesso preferisce dedicarsi alla “poetica dei fatti miei”, una narrazione del privato autobiografico che piace a molto, ma non è per tutti.
Infine, la nostra domanda di rito. Giochiamo con la fantasia. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda. Chi inviti e cosa gli chiedi?
Non ho un autore preferito in senso assoluto, ma se potessi
mi piacerebbe conoscere Michel Bussi e chiedergli come diavolo ha fatto a farsi venire quell’idea geniale per la trama di “Ninfee Nere”.
Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la disponibilità all’intervista, dandole appuntamento al prossimo romanzo.

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