Recensione di Cristina Casareggio
TRAMA
Dopo l’incidente, qualcosa in Vinni si rompe. Sua madre non c’è più. La testa sbanda, gratta, si inceppa, i farmaci tengono tutto in piedi, ma sono troppi. Vorrebbe tornare alla vita di prima, alla leggerezza dell’adolescenza. Ma per farlo deve passare da Villa delle Rose. È una clinica candida affacciata sul verde, promette lusso, efficienza e pace. Eppure qualcosa non torna. I pazienti sembrano in pausa. Fragili, sospesi, interrotti.
Ciascuno è lì per un motivo differente e l’identico scopo: superare una dipendenza. Farmaci, alcol, sesso, gioco, cibo, non importa. Vinni si avvicina a Bianca, una donna elegante e spezzata che lotta contro l’anoressia e contro sé stessa. Bianca è innamorata di Toni, un residente della casa di cura. È una relazione che, per quanto complicata, li tiene in piedi, e nutre anche il rapporto tra le due donne.
Finché non accade un evento che rompe i delicati equilibri della clinica. Un evento che nessuno riesce – o vuole – spiegare. A indagare arriva una commissaria che non si lascia distrarre dalle stranezze dei sospettati, né intimidire dall’ambiguo proprietario della struttura. Villa delle Rose trema. E poi qualcosa si muove. Lasciando al lettore uno spiraglio di redenzione in un romanzo corale, crudo, che gioca con l’inquietudine, la fragilità e il peso dei segreti.
La Villa è apparsa all’improvviso, come il dorso di una balena bianca arenata sulla strada, immersa in un prato con una bordura di rose, rassicurante. Falsa. E’ una clinica per gente guasta, con il cervello storpiato.
Villa delle Rose è una clinica specializzata nella cura delle dipendenze, situata in Toscana. Immersa nel verde, circondata da fiori e alberi, ha l’aspetto di un luogo bucolico: è l’eredità di una famiglia, l’ultimo desiderio di una madre, un luogo pensato per sanare. La villa,
con le sue pareti pastello, gli orari scanditi come un mantra, con la terapeuta e gli psichiatri
apparteneva proprio alla famiglia del custode, suo ultimo discendente, che ora vive al piano superiore in un grande appartamento.
È un uomo alto, corpulento, sempre impeccabile con le sue cravatte di seta abbinate a completi sartoriali. È anche un paziente, e si autodefinisce il custode della clinica.
Un uomo pieno di ombre, che passa il tempo a spiare i degenti attraverso telecamere installate illegalmente:
la sua vita si consuma attraverso quella degli altri.
Sono guardiano di segreti, archivista di storie mai raccontate. E la verità è un osso piantato in gola: non sale, non scende. Sta lì. Al sicuro.
Sono tanti gli ospiti della clinica, seguiti da uno staff di medici specializzati e infermieri competenti e premurosi. Tra questi c’è Venezia, una giovane donna spezzata in due da un tragico incidente stradale causato da un motociclista pirata, durante il quale ha visto morire sua madre, decapitata proprio accanto a lei. Per placare quel dolore si è rifugiata in un mix quasi letale di pillole e alcol, che l’ha condotta alla Villa come estrema speranza di guarigione.
Venezia guarda il pavimento. Sono tutti matti qui dentro. Ma non è un pensiero cattivo il suo, solo una constatazione.
Una ragazza sola, abbandonata da un padre incapace di occuparsi di lei, sommerso a sua volta dal proprio dolore. Una ragazza costretta a vivere con una zia distante nel momento peggiore della sua vita.
Alla Villa, Venezia stringe amicizia con Bianca, “la contessa”, una cinquantenne dai capelli color del fuoco, spezzata dall’anoressia, che riesce con le unghie e con i denti a farsi togliere il sondino nasogastrico. Una donna che, pur avendo avuto molto dalla vita, si è sempre sentita inferiore, sempre un passo indietro rispetto agli altri.
La sua infanzia era un buco nero che ogni giorno, con impegno, provava a riempire. Ma Toni riesce a saccheggiare i suoi drammi e trasformarli in luccichio.
Toni è un altro paziente della clinica, in cura per numerose dipendenze, tra alcol e sostanze stupefacenti. È giovane, ma già devastato da un male oscuro e profondo.
Tre personaggi segnati dal dolore che si incontrano e si legano in modo profondo proprio grazie al luogo in cui si trovano.

Silvia Gentilini
Nata a Orbetello nel 1961, ha lavorato come consulente story editor per Mediaset ed Endemol, occupandosi di fiction tv, e come giornalista freelance per le riviste Cosmopolitan e Moda.
Ha pubblicato poesie e racconti con il poeta Roberto Roversi su La Tartana degli influssi ed è stata inserita nella Lista d’Onore al premio dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.
Editor e ghostwriter, è autrice del romanzo Le formiche non hanno le ali (Mondadori, 2017).
Con Le regole infrante, Silva Gentilini costruisce personaggi autentici, umani, fragili: al termine del romanzo sembra quasi di conoscerli.
Le descrizioni accurate, i dialoghi mai banali e sempre ben studiati permettono al lettore di immergersi completamente nelle fragilità umane, nel dolore, nelle ombre che popolano la mente fino al precipizio.
Qualcosa di grave accade, e la polizia è chiamata a indagare. Durante gli interrogatori emergono nuovi dettagli sui protagonisti, piccoli tasselli che completano il loro ritratto psicologico, già tratteggiato con maestria.
Le regole infrante affronta con sensibilità e profondità temi delicati come le dipendenze,
la fragilità mentale e la possibilità di rinascita.
Silva Gentilini tesse una trama che ammalia il lettore e dimostra che, dopo tanto dolore, è ancora possibile ripartire.
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