La stanza delle ombre di Mirko Zilahy

La stanza delle ombre Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Tra le torbide acque del Tevere, ai piedi della basilica di San Paolo, viene ritrovato il cadavere di una donna, in posa come se fosse vittima di un misterioso rito. È allora che il commissario Zuliani convoca Nemo Sperati, giovane docente all’Accademia delle Belle Arti. Quando posa lo sguardo sulla scena del crimine, Nemo sprofonda nella Stanza delle Ombre, il teatro mentale dove è in grado di vedere l’invisibile, riconoscere la firma dell’autore e attribuire l’opera.

Perché lui possiede un talento arcano per il tenebrismo, la tecnica di chiaroscuri con cui a partire da dipinti e da scene del crimine evoca particolari nascosti, anomalie impercettibili anche alle più sofisticate tecnologie di indagine. Nel corpo della “Dama delle acque”, il professore riconosce subito la celebre Ophelia di John Everett Millais – esattamente come due settimane prima aveva fatto con il cadavere del direttore di Palazzo Barberini, che riproduceva Giaele e Sisara di Artemisia Gentileschi, da poco rubato.

Il caso si complica quando il quadro viene rinvenuto e Nemo scopre che non è autentico, ma opera di Rufo Speranza, il più grande falsario del Novecento morto suicida molti anni prima. E soprattutto… suo padre. È così che Miriam Tiberi, sanguigna ispettrice di polizia che affianca Zuliani, si ritrova sulla pista che conduce direttamente a lui. Per scagionarsi, Nemo dovrà scendere negli abissi del proprio passato, separare il vero dal falso e far luce sul mistero che ammanta la vita e la morte di Rufo Speranza.

Ambientato in una Roma notturna e decadente, popolato da personaggi ambigui e pieni di segreti, La Stanza delle Ombre è una corsa attraverso un labirinto di menzogne e verità nel mondo dell’arte e dei falsari. Un romanzo sulle maschere che scegliamo di indossare per proteggerci, per ingannare il mondo, o per gridare la nostra verità.

Sopra un vasto cielo di cobalto volteggiavano i gabbiani come corvi. In basso, sulla sponda destra del Tevere, sorvegliati dalla mole ferrosa del Grande Gazometro e dai pallidi marmi della basilica di San Paolo, si agitavano gli uomini.
«Identità?»
«Ignota.»
«Generali?»
«Femmina. Sui cinquanta.»

Con un prologo onirico e visionario, Mirko Zilahy ci introduce al senso di questo suo ritorno al thriller: un contrasto tra l’arte (e tutte le sue “doppiezze”) e la realtà.

In questo confronto, l’arte è sempre descritta come luminosa e aperta, anche quando racconta momenti tristi, se non proprio bui e violenti, mentre la realtà è fatta di corpi lasciati in posa per richiamare opere d’arte di epoche diverse.

Nemo Sperati è il personaggio che funge da ponte tra la descrizione artistica della realtà e la vita vera e propria. Lo incontriamo subito sul luogo del primo omicidio e Zilahy ce lo presenta immediatamente, sia fisicamente che caratterialmente:

Quell’uomo sulla trentina, il viso scavato attorno agli zigomi da pirata e un’ombra di barba, se ne stava appollaiato a guardare in basso come un falco pellegrino.

Nemo è il figlio di Rufo Speranza, considerato uno dei più grandi falsari del Novecento italiano. Ha cambiato cognome per non essere riconosciuto e possiede una qualità che lo rende unico, motivo per cui la polizia lo ha coinvolto più volte come consulente. Nemo riesce a immagazzinare ciò che vede come fossero ricordi fisici, restituendo la realtà come un quadro, pieno di dettagli, anche i più nascosti. Per farlo, si isola completamente e si “immerge” in quella che chiama “la stanza delle ombre”:

Osserva la scena dall’alto. Ed è allora che se ne accorge. Quel bouquet è assurdo… Non v’è stagione che metta assieme i nontiscordardimé sul margine del rivo, le viole, le rose, le margherite di campo sparse sull’acqua e sull’erba. E un fiore rosso.

Quando ne riemerge, è in grado di descrivere la scena del crimine illuminando particolari decisivi, come — e forse meglio — di una macchina fotografica ad alta definizione, perché è capace di valutarli e interpretarli.

Nemo è dunque una sorta di profiler sui generis, con un dono speciale: quello di vedere e riprodurre in disegno ogni scena del crimine.

«Che l’artista e l’assassino seriale pianificano il lavoro con la stessa accuratezza. L’opera che mettono in scena è frutto della loro poetica, quella che lei chiamerebbe la “fantasia ricorrente” del serial killer.»

Il contraltare di Nemo Sperati è l’ispettrice di polizia Miriam Tiberi, diffidente e ancorata alla certezza delle prove. Miriam è una poliziotta e una donna completamente dedita al lavoro, che considera l’unica via d’uscita dalla sua famiglia e, in particolare, da un padre che ha abbandonato lei e la madre. In ogni ambito della sua vita è totalmente priva di filtri e, nonostante nutra più di un dubbio su Nemo, ne è anche affascinata. Cerca di condurlo, talvolta in modo duro e subdolo, a fornirle una pista o almeno un elemento oggettivo per arrivare all’assassino.

Miriam non vedeva l’ora di mettere all’angolo quel damerino, di togliergli con le sue mani, una dopo l’altra, la maschera da professore, da esperto d’arte e da dandy. Quell’uomo rappresentava la sintesi di ciò che detestava nel genere maschile. Almeno da quando suo padre si era giocato tutti i risparmi tra carte e cavalli per fare la vita e mantenere le altre.

Gli altri personaggi danno ulteriore forza e struttura al racconto, in particolare — a metà strada tra Nemo e Miriam — il commissario Zuliani, mentore di Sperati, che ha accolto quasi come un figlio dopo la morte del padre e che convoca subito sulla scena del primo delitto.
Zuliani è un uomo ormai al capolinea, solitario, abbandonato da moglie e figlio, che vive ai margini della città che dovrebbe difendere. Il vuoto intorno a lui è colmato solo dal caso su cui sta indagando, e per la cui soluzione capisce immediatamente di aver bisogno di Nemo.

Il romanzo è ambientato interamente a Roma, una Roma che — come già nella precedente trilogia di Zilahy — viene raccontata attraverso luoghi alternativi a quelli classici,
ma sempre carichi di storia e di una bellezza quasi lunare:

Il parallelepipedo che univa idealmente i Mulini, il Gazometro e la Mira Lanza si chiudeva quattrocento metri più a nord con i resti del vecchio mattatoio di Testaccio. All’interno della forma geometrica stavano le officine del gas, la centrale termoelettrica e la dogana. Fino agli anni Cinquanta, quell’area aveva sversato sangue, saponi e scorie chimiche nel Tevere; ora, il quartiere Marconi accoglieva la popolazione di una grossa città di provincia in una miscela di razze e culture, dai fruttaroli indiani alle panetterie degli ebrei, dai minuscoli autolavaggi nordafricani ai minimarket dei bangladesh aperti tutta la notte…

Mirko Zilahy

Mirko Zilahy è nato a Roma.

Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana.

Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, fra le altre, la traduzione del Cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, e quella del bestseller Mystic River di Dennis Lehane).

È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica.

Sono seguiti La forma del buio (2017), Così crudele è la fine (2018) e L’uomo del bosco (2021), editi da Longanesi, e Nostra signora delle nuvole (2023) per HarperCollins.

Ma ciò che rappresenta il vero punto di forza de La stanza delle ombre, e lo eleva a romanzo tout court e non solo a grande “giallo”, è la capacità di Zilahy di spiazzarci continuamente tra finzione (o copia) e realtà.

A ogni svolta narrativa, ciò che credevamo reale si rivela solo una percezione. Nel corso della storia, scopriremo insieme a Nemo e Miriam che quella che definiamo “realtà” non è altro che la nostra visione soggettiva della stessa, spesso distorta e filtrata da uno specchio.

«È la vita che imita l’arte» sosteneva Rufo mentre, faccia a faccia, tela contro tela, disegnavano immagini inesistenti, «non il contrario.» Quei paradossi erano il canale di comunicazione tra padre e figlio, la modalità d’insegnamento del contrario, come lo chiamava Rufo, del ribaltamento del mondo e dei suoi valori. Del vero e del falso. «Tutta l’arte è un gesto paradossale che consente di leggere la realtà nell’unico modo possibile, Nemo. Rovesciandola.»

In ogni momento, l’autore ci fa intravedere la soluzione per poi deviare subito verso nuovi territori, sempre con una tale plasticità narrativa che la lettura diventa quasi una visione cinematografica.

La stanza delle ombre è un romanzo che cattura il lettore fin dalle prime pagine, immergendolo in un’atmosfera misteriosa e avvolgente.

Con la sua scrittura intensa e ricca di suspense, Zilahy ci guida attraverso un intreccio di segreti, ombre del passato e tensioni emotive, creando un viaggio coinvolgente tra realtà e immaginazione.

Un libro splendido, pieno di luce, con personaggi che restano con noi
anche dopo la fine della storia.

Salottometro:

Mirko Zilahy ha accettato di rispondere per noi di Salotto Giallo ad alcune domande sul suo La stanza delle ombre in un’interessante intervista a cura di Marco Lambertini. Potete leggere che cosa ci ha raccontato cliccando questo link.

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