Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Marco Lambertini
Gradito ospite del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” Mirko Zilahy.
Mirko Zilahy ha insegnato lingua e letteratura italiana a Dublino ed è cultore di lingua e letteratura inglese presso l’Università per stranieri di Perugia.
Molto attivo su vari fronti editoriali, è stato fra l’altro editor per Minimum Fax e traduttore dall’inglese di testi molto importanti, quali per esempio Il cardellino di Donna Tartt.
Nel 2015 è uscito per Longanesi il suo romanzo d’esordio, È così che si uccide, a cui seguono La forma del buio (2017), Così crudele è la fine (2018), L’uomo del bosco (2021) e Nostra signora delle nuvole(HarperCollins, 2023).
Con Mondadori pubblica nel 2025 La stanza delle ombre, letto e recensito per Salotto Giallo da Marco Lambertini (recensione a questo link) che, con l’occasione, ha posto all’autore queste interessanti domande di approfondimento.
La Stanza delle Ombre ruota attorno alle opere d’arte e al mercato dei “falsi d’autore”. È stato complesso reperire informazioni su questo mondo, sia dal punto di vista tecnico che storico?
È stato incredibile entrare nel mondo dell’arte dalla porta posteriore. Ho fatto ricerca in biblioteca e on line per molti mesi sui dipinti che compaiono nel romanzo, sulle tecniche e sui pittori e le pittrici, ma penetrare nel laboratorio del più grande falsario del Novecento, Eric Hebborn, è stata la sorpresa più grande.
A differenza di molti famosi colleghi, Hebborn ha lasciato dietro di sé non solo ammiratori e allievi ma due testi usciti per Neri Pozza che raccontano la sua storia umana e artistica, le sue tecniche, gli strumenti e persino le opere che Hebborn ha prodotto e venduto – con il benestare di galleristi, mercanti, storici dell’arte, critici e direttori di museo – in tutto il mondo.
La sua storia, la sua morte in circostanze misteriose, mi ha letteralmente rubato il sonno.
Per gran parte del romanzo, Miriam Tiberi e Nemo Sperati si rincorrono e sembrano agli antipodi, pur condividendo diversi tratti e fragilità. È una contrapposizione voluta? E possiamo dire che, in un certo senso, rappresentino fisicamente le differenze tra arte e realtà?
Rappresentano due universi in perfetto contrappunto. E se in fondo il cuore del romanzo è riassunto nella tecnica del chiaroscuro con cui Nemo legge la scena del crimine, Miriam rappresenta la prima metà del lemma, Nemo la seconda.
La poliziotta è la legge, l’ordine, il disgusto per tutto ciò che esula dal corso della normalità, la solida realtà, il chiaro. Nemo è l’arte, il caos, il temperamento anarchico, la passione pura, l’immaginazione. Lo scuro.
La figura di Rufo Speranza, falsario e padre di Nemo Sperati, ha un peso emotivo e simbolico fortissimo. Come è nato questo personaggio e in che modo ha influenzato la struttura della storia?
Nemo è un indagatore paradossale: usa l’arte per stanare la realtà, per scoprire un fatto vero – forse il più reale di tutti, un omicidio efferato –, che passa prima dall’immaginazione per giungere alla realtà e individuare il fatto criminoso, non il contrario.
Perciò avevo bisogno di un padre per Nemo, un uomo che lo avesse educato al bello, alle tecniche e ai materiali. Un maestro d’arte e di menzogne. Un uomo che con il suo tradimento, il suicidio commesso quindici anni prima della nostra storia, lo avesse snaturato portandolo da un giorno all’altro dalla parte del bene, del vero, della Polizia, con cui collabora per stanare il falso.
Sono stato fortunato perché ho conosciuto Eric Hebborn per puro caso attraverso una trasmissione radiofonica di Carlo Lucarelli, Le ninfe inquietanti. E subito si è trasformato in Rufo Speranza.
Nelle note finali hai scritto che devi molto a Profondo Rosso e a Dario Argento. In alcuni passaggi si possono percepire veri e propri omaggi al regista, soprattutto nella messa in scena di omicidi che colpiscono “alla gola e alla pancia” del lettore. In che modo quest’opera e il lavoro del regista hanno influenzato la tua scrittura, la nascita e l’atmosfera de La stanza delle ombre?
Dario Argento è stato un regista incredibile, un artista tout court, un visionario non solo per la sublime arte dell’omicidio. Le sue pellicole del primo periodo, da L’uccello dalle piume di cristallo a Phenomena sono un concentrato di poetica e di stile.
Gli stacchi dal piano lungo al primo piano, l’ossessione per mani, occhi ed oggetti, le tonalità di luci e colori, le allucinazioni sonore e il meraviglioso senso di estraneità dalla realtà me lo rendono affine, così come le soggettive sulle azioni dell’assassino che attraverso i capitoli corsivi sono un po’ un marchio di fabbrica dei miei romanzi.
La stanza delle ombre è un’opera autonoma, ma disseminata di richiami alla trilogia del commissario Mancini, incluso il ritorno di un personaggio già noto. Si tratta di semplici citazioni o ci puoi anticipare se è un modo per creare attesa verso una nuova serie con protagonisti Nemo e Miriam?
I luoghi dei miei romanzi – la trilogia del commissario Mancini e La Stanza delle Ombre – fanno parte dello stesso scenario, dello stesso mondo, quello delle indagini, delle questure romane, del profiling e della caccia ai killer.
Per cui è normale che in qualche modo si parlino, e persino che qualche personaggio, come nel caso di Antonio Rocchi, l’anatomopatologo della serie di Enrico Mancini, lavorino negli stessi ambienti. In effetti sarebbe divertente, ma quasi impossibile, immaginare di mettere insieme Nemo e Mancini in un prossimo romanzo.
La Roma che descrivi è lontana dalle cartoline turistiche: luoghi industriali, aree marginali, scorci notturni. Come hai scelto queste ambientazioni e quanto contribuiscono alla costruzione dell’atmosfera?
È la mia Roma e non cerco di descriverla ma di evocarla. L’unico modo per raccontare un luogo impossibile come Roma è evocarlo come si fa con uno spirito, un fantasma. Attraverso le magie e gli incantamenti della lingua italiana e le potenti suggestioni dei luoghi.
In fondo, Roma è il fantasma dei fantasmi, il vampiro. Una città che ha attraversato quasi tre millenni nutrendosi del sangue di milioni di persone per alimentare il proprio fascino ammaliante e fatale.
Infine, la nostra domanda “di rito”: puoi sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito. Chi inviti e cosa gli chiedi?
Ce ne sono diversi con cui vorrei passare una serata, Eco e Manganelli, Wilde, Carroll, Joyce e Poe, ma visto che siamo in tema,
direi Bram Stoker, il padre di Dracula. Vorrei sapere qual è stata la primissima scintilla del romanzo, quale l’immagine ha catturato la sua fantasia. Perché molto si è scritto su un’indigestione di zuppa di granchi e un incubo orrendo per la genesi di questo capolavoro, ma nulla si sa per certo.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la sua disponibilità all’intervista

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