In salotto con… Andrea Romano

In salotto con Andrea Romano

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Samuela Moro

Gradito ospite di oggi dello spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Andrea Romano.

Andrea Romano è nato a Roma nel 1982. Laureato in Scienze Politiche, è giornalista professionista: scrive di sport (e non solo) per Il Foglio, Il Fatto QuotidianoPanorama, Tempi, l’Ultimo Uomo.

Si definisce “innamorato della carta ma attento ai nuovi linguaggi della rete”. Ha scritto, fra gli altri, Cantona. The King (Giulio Perrone, 2016) e Ibra. Essere Ibrahimović (Diarkos, 2022).

Nel 2025 con Ubagu Press pubblica Sangue. Storia di Anna, un libro che si muove tra memoria privata e cronaca pubblica, raccontando una storia di femminicidio accaduta in un’Italia che ancora non aveva un nome per definirlo.

Lo ha letto e recensito per Salotto Giallo Samuela Moro, trovate la recensione a questo link. Con l’occasione, Samuela ha preparato alcune domande per Andrea Romano e, grazie a questa intervista, possiamo approfondire alcune tematiche del libro e la conoscenza del suo autore.

Cosa l’ha spinta, dopo quasi cinquant’anni, a riportare alla luce questa vicenda? È stato più un bisogno privato o la percezione di un vuoto collettivo di memoria?  

È stato un processo graduale. Per anni in famiglia abbiamo evitato qualsiasi riferimento alla storia di Anna. Fino a quando quel silenzio è diventato troppo ingombrante per poter essere ignorato ancora. Un paio d’anni fa, sotto Natale, qualcuno senza volerlo ha fatto un riferimento a questa vicenda. E improvvisamente mi sono accorto che alla fine non ne sapevo quasi niente.

Così sono andato a leggere un articolo dell’epoca e sono rimasto impressionato dalla ferocia di questo femminicidio e dal modo in cui i giornali lo avevano trattato. La notte successiva ho sognato Anna. E anche la notte dopo ancora.

Così ho capito che non potevo più andare avanti ignorando le mie radici, che esorcizzare questo dolore avrebbe fatto bene a tutti. 

Quando ha capito che questa storia non riguardava solo il suo vissuto familiare, ma poteva parlare a un pubblico più ampio? 

La prima volta che ho parlato a qualcuno di questa storia l’idea del libro era ancora nebulosa.

Poi, mentre raccontavo la vicenda, ho visto le persone accanto a me cambiare espressione. Si erano ammutolite, pendevano dalle mie labbra. Ho capito che questa vicenda aveva qualcosa di magnetico. Per un poco ho pensato che si trattasse del fascino del pettegolezzo, poi mi sono accorto che il punto era un altro. Il dolore è il vero esperanto, la lingua universale che lega gli esseri umani. Uno può passare tutta la vita senza mai innamorarsi, ma chiunque ha subito la sofferenza per il distacco o l’abbandono.

Oppure, se preferisce: spesso ci domandiamo se siamo realmente innamorati di un altro o se si tratta di una semplice infatuazione. Il dolore invece lo riconoscono tutti. Immediatamente. L’amore ci dà illusione. Il dolore ci dà speranza.  

Nel libro dedica alcune riflessioni a Stefano, l’assassino di Anna, un ragazzo minorenne segnato da fragilità e complessi. Dal libro si evince come sia cambiata la sua percezione di lui man mano che procedeva nella ricerca. Quel “sentimento a metà tra la compassione e la pietà” che descrive è un approdo inevitabile quando si guarda davvero nell’abisso umano? 

In verità la mia percezione dell’assassino non è mai cambiata. Cercare di comprendere non vuol dire giustificare. Per scrivere il libro avevo bisogno di scavare nella vita del ragazzo che ha ucciso Anna così brutalmente, di sapere chi fosse per tratteggiarlo a 360 gradi. Ho letto cosa gli altri dicevano di lui. E poi le sue testimonianze, le sue lettere, i suoi diari. Ho osservato i disegni che ha tratteggiato con gli psicologi, le risposte ai test. La sua vita è stata piena di problemi, un rimbalzare da una delusione all’altra.

Umanamente mi spiace per lui, per l’esistenza in cui si è trovato a portare avanti. Ma è anche vero che in lui non c’è mai stata traccia di un vero pentimento. Appena entrò in carcere scrisse ai suoi: «Il maresciallo dice che non bisogna preoccuparsi perché sono minorenne». E ancora: «Spero non ci siano complicazioni». Sono frasi su cui è impossibile passare sopra.  

Nel libro si riflette su come il femminicidio di Anna, avvenuto negli anni Settanta poco dopo il delitto del Circeo, sia passato quasi sotto silenzio: cosa ci dice questo su come si decide, allora come oggi, quali tragedie meritino spazio pubblico?  

L’Italia del 1976 era un Paese pieno di contraddizioni. Ed era soprattutto un Paese dove la politica significava tutto. Gli stessi cronisti che hanno seguito il caso all’epoca mi hanno spiegato come il Circeo fosse un delitto perfetto per essere raccontato: tre neofascisti e borghesi che seviziano e stuprano due ragazze proletarie fino a ucciderne una.

Qui, secondo gli stessi giornalisti, la situazione era opposta. Era una donna della borghesia che veniva trucidata da un ragazzo umile. Bisogna approcciarsi a questa storia tenendo conto della mentalità e delle regole del gioco dell’epoca.  

E secondo lei, la società italiana ha davvero fatto progressi nel riconoscere e raccontare la violenza di genere, o resta ancora selettiva nel ricordare certe storie e nel dar loro voce? 

Negli ultimi anni abbiamo fatto passi avanti enormi, ma non basta. Il problema resta ed è soprattutto culturale. C’è ancora qualcuno che pensa sia assurdo parlare di «femminicidio» perché tanto c’è già la parola omicidio. Significa non aver capito affatto la questione. Non si tratta di ripetere a vanvera un vocabolo, come succede da qualche anno per «resilienza», ma di fissare un concetto che ha una sua specificità, che racchiude qualcosa di diverso.

La strada è ancora lunga, ma il coinvolgimento emotivo con cui sono stati seguiti gli ultimi femminicidi fa capire quanto sia sentito questo tema.  

Il libro alterna ricostruzione documentaria, riflessione personale e passaggi più “narrativi”. Come ha trovato l’equilibrio tra questi diversi registri? 

In verità è venuto tutto naturale.

L’idea era creare qualcosa di intimo tramite uno stile sobrio, perché il vero rischio, in un libro che mi coinvolgeva in prima persona, era di cadere nella retorica. E niente sarebbe stato più respingente.  

C’è un messaggio o una consapevolezza che spera rimangano nel lettore dopo aver chiuso “Sangue. Storia di Anna”? 

Che anche nel dolore più tetro e angosciante si nasconde una speranza.  

Salotto Giallo ringrazia l’autore e la Casa Editrice UbaguPress per la disponibilità all’intervista.

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