In salotto con… Paolo Regina

In salotto con Paolo regina

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Claudia Pieri

Gradito ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Paolo Regina.

Paolo Regina (Milano, 1959) vive a Ferrara ma è pugliese da generazioni.

La sua passione per la scrittura affonda le radici nell’infanzia e si coltiva nel tempo libero tra note di chitarra rock e blues, con un’esperienza anche come musicista con la band The Backstreets negli anni ’80.

Per un certo periodo della sua vita ha scritto di diritto, marketing, comunicazione, politica, insegnando queste materie anche all’università. In seguito ha deciso di mollare tutto e da allora ha cominciato a raccontare il lato oscuro della vita e a scrivere gialli.

Diventa famoso con la serie dedicata a De Nittis: Morte di un antiquario (2018), Morte di un cardinale (2020), Da quanto tempo non piangi, Capitano De Nittis? (2021), Promemoria per il diavolo (2022), pubblicati da SEM e Feltrinelli ricevendo apprezzamenti e premi, tra cui il Premio Garfagnana in Giallo e l’“Oscar del Libro – Città di Trani”.

Per Neri Pozza nel 2025 esce I collezionisti. La prima indagine di Gaia Innocenti. Trovate la recensione a cura di Claudia Pieri cliccando su questo link. Con l’occasione, Claudia ha posto all’autore alcune domande e ne è nata questa interessantissima intervista.

Gaia Innocenti è una protagonista intensa, divisa tra due identità e un passato che non smette di braccarla. Come è nata l’idea di questo personaggio così sfaccettato? C’è stato un momento preciso in cui ha preso forma nella sua mente? 

Gaia Innocenti compare per la prima volta come comprimaria, col nome di Uta Keller, in Promemoria per il diavolo, un romanzo che aveva come protagonista un altro mio personaggio seriale, il capitano De Nittis. Avevo  inizialmente immaginato che il ruolo della vicequestore terminasse con la fine di quella storia, ma non è andata così.

Uta ha continuato ad affacciarsi nella mia mente, a “tirarmi la giacchetta”, perché aveva ancora qualcosa da dire. Voleva che raccontassi la sua vera storia, cupa, fatta di tante ombre e qualche luce, una storia in cui, purtroppo, parecchie donne potevano riconoscersi.

E allora ho deciso di narrare i suoi fantasmi, le sue idiosincrasie, le sue ferite nel corpo e nell’anima. E ho voluto darle una nuova identità attraverso un nome che fosse un ossimoro, l’esatto contrario della sua natura: Gaia Innocenti.

Quanto alla sua fisicità, alla sua apparente freddezza, ai modi bruschi e distaccati, confesso che mi sono ispirato alla mia gatta nera, a Pantoufle. Solo chi vive con un felino sa quanto queste meravigliose creature, algide e fiere, riescano in realtà a comunicare i loro pensieri semplicemente socchiudendo gli occhi o arricciando il naso. Esattamente come Gaia. 

Dal romanzo emerge una Trani inedita, lontana dai cliché balneari: il vento di grecale, la pioggia battente, i vicoli deserti. Perché ha scelto di raccontarla così? Quanto conta, secondo lei, l’atmosfera nel dare corpo a una storia gialla? 

I collezionisti è anche un romanzo sull’altra faccia di ciascuno di noi, sui nostri doppi. Gaia ha due, forse tre identità. La sua collaboratrice Viola Nolè è una sovrintendente della scientifica, un po’ nerd, con un carattere dolce e un volto sorridente, ma è anche la diretta discendente di una famosa “brigantessa” lucana, forte e indomita.

La vittima, l’antiquario James Hackett, era sì un divertente rigattiere inglese sempre pronto all’ironia e allo scherzo, ma era stato anche un ruvido ufficiale dell’esercito di Sua Maestà con qualche scheletro nell’armadio.

Tutto nel racconto ha una natura ambivalente. E anche il luogo dove si svolge l’azione, Trani, non poteva fare eccezioni. Mi è piaciuto descrivere, oltre all’aspetto iconografico della bella città pugliese che tutti conosciamo, anche il suo “lato oscuro”, in modo da creare sintonia, e a volte un contrappunto, con l’azione o lo stato d’animo dei personaggi.

Insomma, una Trani bella e solare che può diventare anche Gotham City. E la motivazione che mi ha suggerito di descrivere così l’ambiente sta proprio nella necessità che il luogo risuoni anche con il dramma che vivono alcuni personaggi del romanzo.

Direi che, da Edgar Allan Poe in avanti, giocare sull’atmosfera del luogo sia un modo efficace per coinvolgere il lettore e trascinarlo anche emotivamente sulla “scena del crimine”. 

Il romanzo muove tra antiquariato, criminalità organizzata e marginalità sociale. Come ha gestito l’equilibrio tra l’intreccio investigativo e i temi più profondi legati all’umanità invisibile che Gaia incontra nelle sue notti da volontaria? 

Ho voluto calare l’intreccio investigativo in una realtà sociale verosimile, evitando di creare quella “bolla” che a volte isola i personaggi dei gialli dalla vita vera.

Gaia è sì una vicequestore che si occupa di una delicata indagine, ma è anche una donna che cerca di dare un senso alla sua nuova vita attraverso l’impegno sociale in un’associazione di volontariato. Si sente una privilegiata e vuole mettere a disposizione degli ultimi parte del suo tempo. La notte, per la precisione.

E il luogo in cui i personaggi si muovono non è immaginario, ma una città vera, o quantomeno verosimile, con i problemi che la quotidianità ci sbatte in faccia sistematicamente, dalla criminalità organizzata, ai politici che non sempre perseguono l’interesse comune, persi dietro dinamiche aberranti di potere e clientele. Nel mio romanzo si toccano anche questi aspetti perché nella vita reale sono  problemi con cui fare i conti.   

Ne I collezionisti si avverte una sottile vena ironica che alleggerisce la tensione senza mai sminuirla. In un giallo che affronta anche tematiche sociali importanti, qual è, per lei, il valore dell’ironia? È un modo per avvicinare il lettore, per proteggersi, o per colpire più a fondo? 

Il registro dell’ironia mi appartiene anche nella vita di tutti i giorni. È un modo di guardare la realtà che mi aiuta a sdrammatizzare anche le situazioni più buie. Non che l’ironia risolva i problemi, ma aiuta a capire che, in fondo, l’uomo è un essere minuscolo e fragile, al di là di quanto voglia apparire serio e pomposo. Non c’è situazione, secondo me, in cui, da qualche parte, non si possa scorgere il lato grottesco e miserabile dell’essere umano.

Basta cambiare il punto di vista. È un tipo di visione “laterale” che coincide con un pensiero disincantato, forse derivante dall’esperienza e dall’età.

Non si tratta di cinismo, perché continuo a credere in molti ideali, nonostante tutto, ma di un sorriso che si fa beffe  del destino e delle brutture.

È la voglia, il bisogno forse, di non credere fino in fondo alla serietà delle cose. E mi piace trasferire questa visione della vita anche nelle cose che scrivo, perché comunque, in esse ci sono io. 

Tra indagine, segreti, vita notturna e volontariato, Gaia attraversa mondi molto diversi: commissariati, fiere d’antiquariato, mense per senzatetto. Come ha lavorato per documentarsi su ambienti tanto distanti tra loro? C’è stato uno in particolare che l’ha colpita o le ha richiesto più immersione?

Quando scrivo ho l’abitudine di documentarmi e immergermi non solo figurativamente negli ambienti che descrivo. Per I collezionisti ho frequentato diverse fiere dell’antiquariato, affiancando anche alcuni espositori e ho studiato sul campo le loro dinamiche commerciali, la loro  mentalità e i piccoli segreti.

L’antiquariato e l’arte sono settori che mi affascinano da sempre. Il mio romanzo d’esordio Morte di un antiquario, per esempio, era ambientato proprio in questo mondo molto complesso.

Compatibilmente con le esigenze narrative, ho anche cercato di dare  un’idea alquanto precisa di come si muove la polizia giudiziaria e delle sue tecniche di indagine, anche se, ça va sans dire, le inchieste letterarie sono molto diverse da quelle sul campo.

Per rispondere compiutamente alla sua domanda, direi che l’ambiente che mi ha richiesto più “immersione” è stato quello delle associazioni di volontariato, che sono una vera e propria galassia di organizzazioni anche molto diverse tra loro.

Ritengo comunque doveroso sottolineare che nei miei romanzi, mi sforzo di essere verosimile, non necessariamente veritiero. Quindi qualche licenza me la sono necessariamente  presa. 

Giochiamo con la fantasia. Ha la possibilità di sedersi nel nostro Salotto con il suo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi invita? E cosa gli chiede? 

Per “par condicio”, se me lo consente, ne vorrei chiamare due, un uomo e una donna. 

Rimanendo nell’ambito dei “gialli”, inviterei a sedersi sulla prima poltrona Georges Simenon, il mio punto di riferimento principale per quanto riguarda la letteratura di genere, l’autore che più di tutti mi ha spinto a scrivere e ad amare i noir. E gli chiederei come facesse a comprendere e a descrivere così bene la parte oscura dell’animo umano, arrivando a costruire, con pochi personaggi, in ambienti spesso insignificanti, storie che trascinano il lettore in vortici di ineluttabile perdizione. 

La mia seconda invitata non ha apparentemente niente a che fare con la letteratura gialla, ma è coerente con il concetto di ambivalenza di cui si parlava prima.

Mi riferisco a una poetessa di 2600 anni fa di cui sono innamorato: Saffo. Nessuno meglio di lei, seppure nei pochi frammenti che ci sono pervenuti, riesce a descrivere contemporaneamente la gioia dell’amore e la disperazione della solitudine. Vuole sapere cosa le chiederei dopo che si è seduta nel vostro Salotto? Le domanderei questo:  “La luna e le Pleiadi sono tramontate da un pezzo e la notte è quasi alla fine, hai trovato il tuo amore o dormi ancora sola?” 

Non so che farci, ma lei è una grande anima che riesce sempre a commuovermi. 

Salotto Giallo ringrazia l’autore per la sua disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento al prossimo romanzo…

I collezionisti Paolo Regina

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