Le indagini della grafologa Bea Navarra
Recensione di Barbara Terenghi Zoia
TRAMA
Catania, 1965. La giovane Norma Speranza viene trasportata all’ospedale dal marito e dal portinaio di casa in gravi condizioni e muore poco dopo. Si è sparata in salotto con una carabina, o almeno questo è ciò che concludono le indagini, sebbene siano molti i dubbi sulle modalità del gesto e sul movente. A confermare l’ipotesi del suicidio c’è un biglietto trovato accanto al corpo:
“Tutto è distrutto e io mi ammazzo”. Ma la famiglia è invece convinta che si tratti di un omicidio, e che il biglietto sia stato creato ad arte per offrire un alibi all’assassino. Sessant’anni dopo, la nipote di Norma dà l’incarico di analizzare ancora una volta quel biglietto a Bea Navarra, grafologa forense intuitiva, cocciuta e fuori dagli schemi. Si è trattato di un suicidio o di un omicidio? Attraverso il racconto diretto dei singoli personaggi coinvolti nel cold case – tra cui i parenti della coppia, i portinai del condominio, l’amica Evelina, il marito Andrea – e grazie all’indagine di Bea e dell’amico e giornalista Domenico Grimaldi, la dinamica della morte si ricostruisce un tassello dopo l’altro.
Nunzia Scalzo, grafologa forense come la sua protagonista, conduce il lettore alla scoperta di una professione che decifra la scrittura, e al tempo stesso sonda i segreti che, senza saperlo, riveliamo di noi. Segreti che Bea Navarra chiamerebbe moventi.
Bea Navarra, protagonista de La regola dell’ortica è una grafologa forense, ma cosa fa esattamente?
Nell’immaginario collettivo si occupa per lo più di verificare l’autenticità di una firma su un testamento o altri documenti spesso legati a persone defunte.
Raramente, invece, si pensa a una grafologa forense coinvolta in un’indagine per omicidio.
È proprio questo il caso al centro del romanzo di Nunzia Scalzo. Sessant’anni dopo la morte misteriosa di Norma Speranza, ufficialmente classificata come suicidio, la nipote e la sorella della donna decidono di riaprire la vicenda, affidando a Bea l’analisi di un vecchio biglietto trovato accanto al corpo.
Bea, affiancata dal giornalista Domenico Grimaldi, si muove tra testimonianze sopite, ricordi sbiaditi e un ambiente familiare denso di ombre.
Il caso riemerge lentamente, frammento dopo frammento, come una scrittura svelata sotto la lente.
Un cold case che la famiglia vuole a tutti i costi riaprire per avere, forse, una risposta definitiva, anche se le indagini che Bea dovrebbe svolgere sono relative a un vecchio pezzo di carta con l’inchiostro ormai sbiadito dal tempo.
Ma Bea non si accontenta: vuole a tutti i costi scoprire quelle verità rimaste troppo a lungo sepolte. Mentre analizza con ogni mezzo la calligrafia di Norma, Nunzia Scalzo introduce, poco alla volta e attraverso capitoli brevi, i vari testimoni della vicenda. Ognuno di loro racconta non solo le dichiarazioni ufficiali rilasciate all’epoca dei fatti, ma anche ciò che allora aveva taciuto. Tutti, nessuno escluso, hanno nascosto per anni qualcosa di cruciale per le indagini.
La regola dell’ortica è un giallo originale e coinvolgente, capace di restituire al lettore una Sicilia affascinante e vibrante. Ambientato a Catania, trasmette tutto l’amore dell’autrice per la sua città:
salendo verso il borgo di via Etnea, vedo l’Etna che si staglia su uno sfondo inciso da lunghe strisce incandenscenti. Una visione che mi riconcilia con l’universo, questa mia terra di fuoco e mare.
Non manca uno sguardo all’entroterra siciliano: scorci di paesini di provincia emergono nei ricordi di Bea, quando viveva con i nonni:
tutto era illluminato fino alle tre o alle quattro del mattino…certi anni arrivavano pure gli australiani e gli americani, i parenti lontani dei paesani, quelli sì, erano veri ricchi.
In poche righe, l’autrice riesce a evocare la bellezza delle feste di paese e, al tempo stesso, la memoria dell’emigrazione del secolo scorso: quando in molti partirono verso l’ignoto, senza conoscere lingua o usanze, ma con la tenacia di chi porta con sé tradizioni e speranze.
Leggendo La regola dell’ortica si intuisce che, per l’autrice,
scrivere significa lasciare impronte.
Lo suggerisce l’uso della grafologia forense non solo come strumento narrativo, ma anche come metafora dell’identità: ogni segno, ogni parola scritta diventa traccia di un vissuto, da interpretare con cura.

Nunzia Scalzo
Nunzia Scalzo è grafologa forense e giornalista. Nata per caso in Germania da genitori siciliani, dopo i primi anni torna in Sicilia, dove vive e lavora.
Si laurea in Filosofia all’università di Catania, poi si perfeziona in Filosofia del linguaggio.
La sua prima grande passione è quella per il giornalismo e la scrittura: è direttrice editoriale del settimanale regionale “I Vespri” e collaboratrice delle pagine culturali del quotidiano “la Repubblica”, edizione di Palermo.
Contemporaneamente matura l’altra grande passione, quella per la grafologia forense: dal 2003 è iscritta al Tribunale di Catania e ha lavorato a migliaia di casi.
La regola dell’ortica (Feltrinelli, 2025) è il suo primo romanzo.
Forse anche perché è lei stessa una grafologa forense, Nunzia Scalzo dedica ampio spazio alla descrizione di strumenti e tecniche del mestiere. Un approfondimento che arricchisce il romanzo sotto il profilo documentale, ma che, dal punto di vista narrativo, talvolta rallenta il ritmo, rendendo la suspense meno incalzante.
C’è infatti una importante mollezza nella zona media, cioè del corpo centrale della grafia associata a una pressione leggere con il tratto pastoso, cioè dai bordi poco rinserrati. Vista invece con la lente di Jung, la scrittura di Norma è caratterizzata da una libido debole.
La regola dell’ortica è un racconto che unisce la precisione dell’indagine forense all’introspezione psicologica, con una scrittura capace di equilibrare perfettamente rigore e sentimento.
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