P.38 – Solo i colpevoli devono morire di Franco Busato

P38 - Solo i colpevoli devono morire Salotto Giallo

Solo Molina indaga ancora

Recensione di Cristiano Colombo

TRAMA

Una serie di cruenti omicidi, apparentemente slegati tra loro, scuote una Milano che si appresta ad affrontare i primi freddi autunnali. Cosa hanno in comune un anziano musicista emaciato e in pigiama, che suona un pianoforte in una stanza di un ospedale, e una pistola, il cui nome è divenuto triste emblema degli anni di piombo?

Uno dona la vita e l’altra regala la morte. La commissaria De Santis, per riuscire a risolvere questi casi, dovrà seguire la storia della pistola, con il fondamentale supporto di Solo Molina, che dovrà rivivere nella sua mente episodi della sua gioventù da malvivente.

Il percorso ci porterà a conoscere aspetti di una Milano fatta di terrorismo e ’ndrina, di droga e violenza, dagli anni Ottanta ad oggi, che ruotano attorno a piazza Prealpi, divenuta da luogo di spaccio a piazza dei diritti con le sue panchine colorate.
Le note del pianoforte e i colpi di pistola si intrecciano. La verità è nascosta tra le pieghe della musica e quelle della manchevolezza della giustizia.

C’è un momento, nella lettura di P.38 – Solo i colpevoli devono morire, in cui smetti di chiederti chi sia l’assassino.

Non perché l’indagine non sia avvincente, ma perché inizia a spaventarti il fatto che, piano piano, tu possa cominciare a capirlo.

A giustificarlo.

A volerlo.

Busato ti incastra.

Non ti fa entrare in una storia. Ti infila in un dilemma.

E quando alzi gli occhi, è tardi: hai già accettato che forse, qualcuno, doveva morire.

Questa recensione non parla solo di un giallo

Parla di un confine che credevi saldo, e che invece era solo disegnato col gesso.

Solo Molina è un ex credente in qualcosa che non esiste più.

La sua solitudine non è poetica, è sistemica.

Molina non si fida più del codice penale, ma ha ancora paura del caos.

Cammina sul filo di una fune sospesa tra rassegnazione e lucidità. Non cerca prove: cerca un perché che non sia marcio.

È il testimone terminale di una società che ha smesso di punire davvero.

Le vittime sono uomini già giudicati moralmente, ma ancora formalmente liberi.

Il loro statuto è instabile: vivi per anagrafe, ma morti per consenso pubblico.

Sono il Male che sopravvive alla giustizia. E questo li rende, nella logica disturbata del romanzo, bersagli perfetti.

L’esecutore degli omicidi non lo conosciamo.

Non serve.

Non ha volto, ha coerenza.

È la manifestazione di un’idea che, a guardare bene, non è solo pazza: purtroppo è anche conseguente.

E Busato ha la maestria di non trasformarlo in un messia, né in un mostro. È solo la conseguenza estrema di un sistema che ha smesso di agire.

In P38 Milano è ovunque, ma non è mai presente. È spettro, sfondo, corpo in putrefazione sociale. Gli ospedali, i parchi, le panchine, i corridoi, diventano dispositivi di sospensione morale.

Non ci sono folle, non ci sono urla.

C’è solo la città come silenzio che assiste.

Milano è la complice inconsapevole di tutto ciò che accade.

Busato scrive come si fa un intervento d’urgenza: niente estetica, solo precisione. Le scene scorrono, i dialoghi non cercano effetto, l’impatto è nella sottrazione.

Non c’è giudizio nella sua prosa, ma una tensione morale continua, che lavora sotto pelle.

Il vero colpo non è nella rivelazione: è nel fatto che la rivelazione non ti scandalizza ma, piuttosto, ti convince.

Poi c’è il cuore del romanzo, la domanda che nessuno vuole farsi.

Se la giustizia non punisce, è davvero sbagliato chi punisce al posto suo?

P.38 – Solo i colpevoli devono morire non offre risposte a riguardo, ma ti lascia in balia di una logica che ha il sapore del veleno lento.

Ti senti sporco perché stai seguendo la storia di un killer – ma anche parte di te capisce. Non giustifica, non approva, ma comprende.

Ed è questa la vertigine più pericolosa.

Franco Busato

Franco Busato (Milano 1957), scrittore di gialli, direttore di testate giornalistiche, fondatore di un centro culturale, ha conseguito diversi premi letterari internazionali.

In Delitto a Villa Arconati (2017) e Balfolk killer (2018), Solo Molina indaga tra giallo, arte e ballo in una Milano affascinante, misteriosa e ricca di storia.

Con Mursia ha pubblicato Chi ha ucciso il Pret de Ratanà (2020) e L’ottava maledizione di Ötzi (2022).

Busato non scrive per darti un colpevole.

Scrive per farti diventare spettatore di una giustizia parallela.

E tu, lettore, finisci per sederti in platea senza accorgertene. E applaudire.

Sì. Questo romanzo è bello. Ma “bello” non è la parola giusta. È necessario.

Non ti conforta, non ti diverte. Ti lascia nudo davanti a te stesso, e ti chiede:

“Tu, al suo posto, cosa avresti fatto?”

E la verità è che, se non ti fai questa domanda.. Forse non hai letto davvero il libro.

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