Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Rosaria Sorgato
Gradita ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori In salotto con… Manuela Luciani.
Manuela Luciani è nata a Roma nel 1984, dove vive con il marito e la figlia.
Laureata in Scienze Politiche Internazionali, è attualmente correttrice di bozze e alfa reader, con un canale Instagram dedicato alla narrativa. Scrive romanzi, racconti e partecipa a corsi di scrittura creativa, narratologia e storytelling. Nel tempo libero fa ricerca storica e si dedica alla lettura.
Memoria pericolosa è il suo primo romanzo noir, pubblicato da Affiori, casa editrice indipendente romana, marchio Giulio Perrone Editore.
Il romanzo è stato letto e recensito per Salotto Giallo da Rosaria Sorgato (a questo link la recensione) che ha, con l’occasione, posto alcune domande all’autrice.
Memoria e identità sono due temi centrali del romanzo. Come nasce l’idea di raccontare la storia di un protagonista che lotta contro una malattia neurodegenerativa e quali sono state le tue principali fonti di ispirazione? Hai attinto a studi scientifici, riferimenti letterari o cinematografici per sviluppare questo tema?
Lo spunto di base che ha sorretto tutta la storia nasce dall’idea inquietante di svegliarsi un giorno e avere dei ricordi non propri. Di ricordare cose che non ci sembra di aver vissuto. È stata questa la suggestione che mi ha spinto ad elaborare una storia con una trama che si incastrasse bene con l’idea.
Inoltre volevo scrivere un romanzo che trattasse anche temi ostici e poco affrontanti come la solitudine del malato e l’angoscia di chi – per l’appunto – vive la terribile esperienza della perdita di memoria. Per creare tutte queste condizioni narrative ho attinto ai sintomi di tre diverse patologie: Alzheimer, tumore cerebrale e schizofrenia. Andrew Jackson, infatti, presenta una comorbilità e la sua è una malattia che nella realtà non esiste, per fortuna. Tutto questo mi serviva per dare un motivo che rendesse necessario un intervento simile.
Andrew Jackson è un personaggio complesso e sfaccettato, che alterna momenti di aggressività a profonda vulnerabilità. Come hai lavorato alla costruzione psicologica del protagonista per bilanciare i diversi aspetti della sua personalità e renderlo così autentico?
Andrew Jackson rappresenta un po’ la rabbia e la disperazione di chi combatte tutti i giorni con malattie gravi. È un protagonista tormentato e deciso a lottare: per questo alterna coraggio a sconforto. La sua personalità è aggressiva ma buona, era il personaggio giusto per questa avventura. Doveva necessariamente essere bilanciato e alternato, per dare movimento ai diversi sentimenti che ondulano i capitoli.
Mi piacerebbe dire che è un personaggio ragionato e studiato, come dovrebbe essere ogni personaggio di un romanzo, ma la verità è che Andrew Jackson era nella mia testa e semplicemente è uscito fuori.
Il thriller è un genere che vive di tensione e colpi di scena. Come hai gestito il ritmo narrativo e la costruzione della suspense per mantenere alta l’attenzione del lettore? Quali tecniche narrative hai utilizzato o a quale autore ti sei ispirata per ottenere questo effetto?
Ritengo che il sistema principe, la regola aurea, per creare un buon romanzo sia togliere tutto ciò che non è strettamente funzionale alla storia. Quindi in seconda stesura ho tolto un paio di sotto trame che potevano essere carine ma andavano a dilungare su questioni meno importanti. La scelta è stata quella di concentrare tutto sulla trama principale e le due sotto trame più importanti.
Per la gestione della suspense invece posso dire di aver studiato a lungo su quando tirar fuori un colpo di scena, quando rimandare per tenere il lettore con il dubbio, quando invece non anticipare gli eventi. La gradualità è stato il principio che mi ha guidato. Poco alla volta, ma senza sosta.
Non c’è un autore specifico al quale mi sia ispirata. Leggo molti autori: Stephen King, Ken Follett, Michael Crichton, Patrik McGrath. E tutti hanno delle caratteristiche stilistiche uniche e irriproducibili. Per Memoria Pericolosa non mi sono ispirata a nessuno né per stile né per trama, ho cercato – e cerco ancora – la mia strada, la mia voce.
L’operazione chirurgica a cui Andrew si sottopone rappresenta un punto di svolta nella storia, aprendo scenari di ambiguità e incertezza. Quanto è stato difficile bilanciare il confine tra realtà e illusione senza perdere la coerenza narrativa?
Non strafare tra realtà e allucinazione è stata la grande sfida iniziale, che mi ha causato non poche incertezze. Il rischio era sempre quello di rendere non credibile la scena o grottesco il personaggio. Anche qui mi ha guidato una gradualità, ma per difetto. Nella stesura iniziale vi erano infatti più scene di Andrew in preda a crisi e allucinazioni, ho tagliato e lasciato solo quelle che ritenevo migliori e più significative per comprendere la malattia e le sue reazioni emotive.
Memoria pericolosa è un thriller psicologico che si distingue per il suo spessore tematico. Qual è il messaggio principale che desideri trasmettere con questo romanzo? Quali pensieri o interrogativi speri che il lettore porti con sé dopo la lettura?
Ogni libro dovrebbe avere una morale o per lo meno un tema. Da un punto di vista strettamente tecnico possiamo dire che il tema pilastro del libro è l’amore genitoriale.
Perché questo costituisce il movente per il quale Andrew decide e combatte per tutto quanto il romanzo. Si tratta di una genitorialità “anomala”, quella del protagonista, a causa della malattia. Ma è anche un modo per dire che l’amore è amore, a prescindere da chi si è stati prima. C’è sempre tempo per recuperare.
L’altro tema è la malattia, volevo che il lettore leggendo si interrogasse su come possa sentirsi un malato abbandonato a sé stesso e si sensibilizzasse su questo argomento.
E per finire c’è sicuramente il tema della memoria, come tessuto che ci identifica in mezzo a milioni di altri esseri umani. Perdere la memoria svuota una persona di sé stessa, diventa un altro essere umano che deve ricominciare tutto da capo.
Infine, la nostra domanda di rito. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?
La mia stella polare narrativa è Ken Follett. Certo fargli una sola domanda non sarebbe facile. Probabilmente sarebbe una domanda di natura tecnica.
La grandezza di questo autore non è soltanto nello stile narrativo pulito, evocativo e semplice, ma anche nella sua capacità magistrale di gestione di trama. Mi spiego meglio: Ken Follett riesce a gestire intere famiglie, con i suoi personaggi, le sue dinamiche, i suoi intrighi e riesce – al contempo – ad amalgamare tutti in una stessa trama che non risulta mai scollata.
Ecco la mia domanda sarebbe: come diamine fai – per favore dimmelo – a gestire così tanto materiale tutto insieme e tirarne fuori un romanzo tanto lineare e fluido? Se dovesse rispondere fatemi sapere…
Salotto Giallo ringrazia Manuela Luciani per la disponibilità all’intervista

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