Le sorgenti della Moldava di Petra Klabouchová

Le sorgenti della Moldava Salotto Giallo

Recensione di Alessandra Isabella Spanò

TRAMA

Il vero protagonista del libro è la Šumava, ovvero la Selva Boema, terra di montagne e foreste al confine tra la Repubblica Ceca e la Germania, un mondo ristretto che nasconde odi atavici tra cechi e tedeschi (espulsi dopo la Seconda guerra mondiale) e segreti inquietanti. Il villaggio di Františkov, quattro case e uno squallido bar, è sconvolto da un delitto spaventoso.

La notizia diventa un grasso boccone per i giornali scandalistici, ma soprattutto rappresenta un’opportunità per il commissario incaricato delle indagini, che spera di risolvere il caso e riabilitarsi da un passato errore. A ogni nuovo sviluppo delle indagini, emergono però prepotenti le vicende del passato: il campo di concentramento mai trovato alle sorgenti della Moldava, dove venivano tenuti i prigionieri russi, il mistero della fabbrica segreta di Hitler costruita nei sotterranei della montagna Stolová Hora, dove si pensava fosse custodito un tesoro nazista, che conteneva parti della Camera d’ambra sottratta dal Palazzo di Caterina di Russia.

Quando infine la storia sembra trovare una soluzione con l’arresto di un uomo del luogo, afflitto da un devastante disturbo psichiatrico e dall’ossessione per ciò che si nasconde alle sorgenti della Moldava, una serie di clamorosi colpi di scena porteranno a una conclusione ben diversa.

Le sorgenti della Moldava (titolo originale Prameny Vltavy) si inserisce nel solco della narrativa contemporanea ceca che fonde elementi del romanzo storico con le strutture e le suggestioni del noir psicologico.

L’opera si distingue per la sua capacità di contaminare i registri della narrazione investigativa con un’attenzione profonda alla dimensione memoriale e soggettiva dei personaggi. Il richiamo alle coordinate topografiche della Boemia, in particolare alla Selva Boema, agisce da dispositivo simbolico, permettendo a Klabouchová di usare lo spazio naturale come cornice densa di stratificazioni storiche, mitologiche e psichiche.

L’universo rappresentato in Le sorgenti della Moldava è tanto concreto quanto evocativo, radicato in una precisa geografia fisica — le sorgenti della Moldava, appunto — che assume, nel procedere della narrazione, un valore metonimico: luogo di origine, di ritorno, ma anche di dissoluzione.

La Selva Boema è descritta con un’attenzione quasi documentaria, ma al tempo stesso caricata di una qualità liminale che la rende teatro di emersione dell’inconscio collettivo. I villaggi, le caserme abbandonate, i fiumi e i boschi appaiono attraversati da una tensione sotterranea, sospesi tra passato e presente, tra realtà e allucinazione, in un continuum dove la Storia riaffiora come presenza irrisolta.

Le sorgenti della Moldava si articola secondo una struttura bifronte che alterna due piani temporali principali: quello contemporaneo (dove avviene un efferato delitto contro una ragazzina) e quello passato, che affiora sotto forma di testimonianze, documenti e memorie frammentarie.

Petra Klabouchová
Klabouchová adotta una costruzione ellittica che disorienta volutamente il lettore, dissolvendo le cesure nette tra i capitoli e affidandosi a una logica associativa, più che cronologica.

Questo dispositivo narrativo produce una dinamica di rivelazione progressiva che non obbedisce alla linearità, ma all’accumulazione di segni e presagi, rafforzando l’idea di una verità impossibile da ricomporre nella sua interezza.

Tra i temi principali de Le sorgenti della Moldava emergono la memoria e la sua deformazione, il trauma intergenerazionale, il legame con la terra d’origine, la violenza invisibile che permea i luoghi e le comunità. Il romanzo esplora la tensione tra rimozione e ricordo, tra il desiderio di verità e l’impossibilità di accedervi pienamente. Al tempo stesso, si può leggere Le Sorgenti della Moldava come una riflessione sul male ordinario e sulla persistenza dei fantasmi della storia, in particolare quelli legati al periodo del regime comunista e alle sue conseguenze psicologiche e sociali.

Lo stile di Klabouchová si distingue per una scrittura densa, stratificata, in cui si mescolano registri lirici e descrittivi con passaggi di alta tensione drammatica.

L’autrice fa largo uso della focalizzazione interna, affidando il racconto a un punto di vista che aderisce strettamente alla coscienza dei personaggi principali, ma che talvolta si apre a incursioni onniscienti che complicano la prospettiva. Le descrizioni naturalistiche assumono una funzione simbolica, mentre i dialoghi sono ridotti all’essenziale, spesso carichi di sottintesi.

La narrazione sfrutta tecniche come l’anacronia, l’ellissi e l’analessi, in un montaggio che richiama la scrittura cinematografica ma conserva una forte densità letteraria.

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