Recensione di Barbara Terenghi Zoia
TRAMA
Nel settembre del 1985, a Leonardo Sciascia capitano due cose: la morte di Italo Calvino nell’Ospedale di Siena, e la morte di Aurelio Arriva, giudice, in casa sua. Una pistolettata: suicidio, dicono. Il giudice e lo scrittore siciliano, amici fin dall’infanzia, avevano litigato e non si parlavano da tempo.
Qualcuno, in paese, continuava a dire per invidia; qualcun altro insinuava che l’invidia non c’entrava niente, era Sciascia che non avrebbe dovuto mettere l’amico in un libro – anzi, continuava quel qualcuno, Sciascia della Sicilia non avrebbe dovuto proprio parlare. Leonardo Sciascia, dal canto suo, sosteneva che le grandi amicizie, come i grandi amori, sono come le piante: a un certo punto si seccano, e nessuno può farci niente.
Era successo con Guttuso, e forse stava succedendo pure con Vincenzo Consolo. Tuttavia, nonostante, in paese, gli inquirenti pensino che la morte del giudice Arriva sia dovuta a un suicidio e nonostante il tutto sia accaduto, come una disgrazia, un malaugurio, durante la festa della Madonna Bambina, Elena Arriva, la figlia del giudice morto, bella e bionda come certe madonne lombarde, si presenta a casa dello scrittore – la gloria, il vanto del luogo, l’uomo che passeggia a braccetto con Claudia Cardinale – per chiedergli di indagare sulla morte del padre. Elena non crede all’ipotesi del suicidio, e Sciascia è l’unico che di suo padre sa tutto.
Un rebus per Leonardo Sciascia è una finestra aperta su Racalmuto, paese natale dello scrittore, dove tutti i personaggi tratteggiati da Silvana La Spina incarnano le caratteristiche tipiche delle piccole comunità di provincia: il prete, il commissario, il barista, e infine il circolo, dove i “galantuomini” – per modo di dire – si ritrovano.
In questo scenario provinciale si inserisce il contesto mafioso, insieme al fenomeno delle lettere anonime, molto diffuso negli anni ’80 e ’90. Lettere che i carabinieri prendono sul serio, perché contengono frammenti di verità.
Ed è proprio tra pettegolezzi, un vecchio omicidio a scopo estorsivo, e la morte accidentale di una bambina, che la narrazione prende forma.
Solo un “locale, un paesano” come Sciascia può orientarsi in questo marasma di mezze verità e bugie, di parole non dette, celate dietro battute e frasi a metà, cercando il bandolo della matassa tra falsi indizi, omertà e chiacchiere da bar.
In Un rebus per Leonardo Sciascia si ritrova una magnifica commistione tra realtà e invenzione, un intreccio calibrato con sapienza tra la vera vita dello scrittore e la finzione costruita da Silvana La Spina.
Tra le righe, il lettore partecipa alla quotidianità di Sciascia: lo osserva mentre cucina, prende appunti, esce in giardino a controllare il raccolto, accoglie ospiti. Nel frattempo tiene accesa radio e televisione, perché il suo grande amico e consigliere, Italo Calvino, è ricoverato in ospedale in gravi condizioni.
Il romanzo offre un ritratto vivido della Sicilia degli anni ’80, un periodo in cui lo Stato cominciava una vera lotta alla Mafia e, grazie ai primi pentiti, si iniziava a intravedere l’enormità e la struttura capillare del fenomeno mafioso.
L’ipocrisia e il tornaconto, ecco i due pilastri del buon vivere. In fondo in quel paese tutti avevano finto di essere fascisti, per non parlare della lotta separatista, quando i siciliani sperarono di far parte degli Stati Uniti.
Sciascia fu il primo intellettuale siciliano ad avere il coraggio di scrivere della mafia: del suo modo di pensare, di agire, di come viene percepita da chi la vive, da chi la subisce e da chi ne ignora la vera natura.
“Non leggo Sciascia.”
“Mi pare assurdo. È un vostro compaesano.”
“Non possiamo accettare che uno di noi sia meglio di noi. Non so se mi spiego.“
In questo romanzo, la Mafia è una presenza costante ma sotterranea: c’è, ma non si manifesta in modo clamoroso.
Al contrario di altri grandi autori siciliani, come Pirandello – che nella sua vasta produzione non accenna mai al fenomeno mafioso – Sciascia affronta apertamente la questione, anticipando una consapevolezza che all’epoca era ancora lontana per molti italiani.

Silvana La Spina
Silvana La Spina, nata a Galliera Veneta da padre siciliano e madre veneta, è una delle voci più originali della narrativa italiana contemporanea.
Dopo gli studi e un matrimonio poi annullato dal Tribunale della Rota Romana, si è trasferita a Catania, città che, insieme alla Sicilia tutta, è spesso protagonista delle sue storie.
Nei suoi romanzi intreccia temi di forte impatto sociale con atmosfere intense e simboliche, attingendo al noir, alla storia e alla mitologia.
Ha esordito nel 1987 con Morte a Palermo, dove introduce il personaggio del commissario Santoro. Ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Chiara nel 1993 con Scirocco e il Premio Grinzane Cavour con L’amante del Paradiso (1997).
Tra le sue opere più note si ricordano Uno sbirro femmina, La bambina pericolosa e La continentale.
Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo L’uomo del Viceré (Neri Pozza, 2021), Angelica (Neri Pozza, 2022), Un rebus per Leonardo Sciascia (Marsilio, 2025).
Oltre alla narrativa, ha firmato anche un saggio divulgativo sulla criminalità organizzata: La mafia spiegata ai miei figli (Bompiani, 2006).
Il tratto distintivo di Silvana La Spina è l’ironia che caratterizza i suoi personaggi, che spesso rispondono con battute pungenti: alleggeriscono il tono, ma non sottraggono nulla alla profondità del racconto.
“Non sapevo che in questo paese foste così acculturati.”
Il poliziotto rise.
“Diciamo che per noi la cultura è come la mafia. C’è ma non si vede. Eppure c’è.”
Un rebus per Leonardo Sciascia è un giallo ben costruito, popolato da personaggi così vivi e precisi da sembrare parte della nostra quotidianità.
Un romanzo che offre uno sguardo originale e dettagliato sulla vita privata di uno scrittore straordinario, che ebbe il coraggio di raccontare, per primo, un fenomeno allora ancora sconosciuto alla maggior parte degli italiani.
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