In salotto con… Sabrina Zuccato

In salotto con Sabrina Zuccato

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Emanuela Ferrara

Gradita ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori In salotto con… Sabrina Zuccato.

Sabrina Zuccato è nata a Padova nel 1992 ma attualmente risiede a Mestre (VE).

Laureata con lode in Conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali e in Scienze dello spettacolo e produzione multimediale, è giornalista pubblicista (iscritta all’Albo dei Giornalisti del Veneto dal 2021) e si occupa prevalentemente di cultura, attualità e critica cinematografica.

Con esperienza pluriennale presso alcuni set cinematografici, svolge inoltre l’attività di videomaker e tiene corsi didattici riguardanti la realizzazione e l’elaborazione video.

​Nel tempo libero cerca di coltivare la sua passione per la scrittura: nel 2020 ha pubblicato Apolide, il suo primo romanzo, edito da Montag Edizioni

Marsilio nel 2025 pubblica La levatrice di Nagyrév. Proprio in occasione della pubblicazione di questo suo più recente romanzo, letto per Salotto Giallo da Emanuela Ferrara (trovate la recensione a questo link), abbiamo chiesto all’autrice di rispondere ad alcune domande.

Salotto Giallo: Donne. Donne che uccidono, donne che soffrono, donne che agiscono. La levatrice di Nagyrév è un racconto tutto femminile ma un femminile, finalmente, diverso dal solito. Nel tuo libro parli sicuramente di uno spaccato di storia diverso per cultura e tradizioni da quello cui siamo abituati e che conosciamo ma come confronteresti la condizione femminile di allora con quella attuale?

Diversi testi da me consultati prima della stesura del libro raccontano una società, quella ungherese di inizio Novecento, in cui le piccole comunità rurali si basavano principalmente su forme di sussistenza rigidamente patriarcali. Vessazioni e soprusi da parte dei padri prima e dei mariti dopo rappresentavano purtroppo una triste quotidianità.

La condizione femminile dell’epoca era estremamente drammatica, una tragicità che peggiorò dopo lo scoppio della prima guerra mondiale.

Quando mi sono recata di persona a Nagyrév non ho riscontrato la stessa gravità, però il mio soggiorno è durato molto poco, e non ho abbastanza elementi per poter esprimere un’opinione articolata su come, e quanto, si sia evoluta la situazione in Ungheria dal 1929 ai giorni nostri.

Se invece dovessi confrontare la realtà narrata nel libro con la nostra società attuale, direi che purtroppo esistono tuttora forme di prevaricazione che, anche quando non sfociano in violenza, nascondono comunque un atteggiamento paternalistico verso le donne.

Si potrebbe inoltre allargare la riflessione alla ‘condizione umana’, oltre che a quella femminile. È notizia di oggi, 18 marzo 2025, la presentazione proprio al Parlamento ungherese di «un disegno di legge che prevede la messa al bando dell’evento Budapest Pride, oltre che l’autorizzazione, per le autorità cittadine, ad avvalersi di software per il riconoscimento facciale per identificare eventuali partecipanti» (fonte: Eunews). Credo, per tutti e tutte, ci sia ancora molto da fare.

Giornalista pubblicista e videomaker. Adori stare tra “le genti” e carpirne le storie. Hai scritto due libri completamente diversi tra loro. Il primo, Apolide, parla di una ventenne che non riesce a capire quale sia il suo ruolo nel mondo. Il secondo, La levatrice di Nagyrèv, di donne con una precisa identità. Tu come ti senti? Più Elsa (protagonista del primo romanzo) o più donna ungherese?

È una bella domanda, questa! Grazie!

Non ci ho mai pensato, ma posso dire che Apolide è nato in un momento di difficoltà, prevalentemente dovuta a una situazione di precarietà lavorativa ed esistenziale. La levatrice di Nagyrèv invece è stato pensato e scritto molti anni dopo, e inevitabilmente credo (spero!) di aver raggiunto un altro grado di maturità rispetto a quello del primo libro. 

Oggi mi sento molto più “strutturata” rispetto a otto anni fa, nonostante la precarietà professionale non si sia poi tanto assestata. Ecco, questo è un argomento che sento ancora molto, e credo sia una vera e propria emergenza sociale di cui non si parla mai abbastanza. Tornando alla domanda, più che una delle donne ungheresi, oggi mi sento una donna adulta, direi. Però a volte, esce di nuovo Elsa, con le sue mille insicurezze.

Una domanda magari banale ma necessaria, forse, per conoscerti un po’ meglio. Perché hai scelto di raccontare lUngheria di quel preciso momento storico?

No, non è affatto banale come domanda, anzi!

Ho scoperto questa storia per caso e sono subito stata colpita dalle modalità inusuali con cui erano stati commessi i crimini. Non mi riferisco solo al fatto che le donne fossero le carnefici e gli uomini le vittime, ma anche e soprattutto alle sottili dinamiche che portarono a un’escalation di violenza tanto vasta e trasversale.

Solitamente i delitti vengono compiuti da un singolo o da un gruppo ristretto di individui, in questo caso invece una sola donna istigò quella che venne definita come una vera e propria “epidemia di omicidi”. È una storia crudele, che in profondità nasconde episodi di ferocia altrettanto crudeli.

Mi interessava anche approfondire le dinamiche di potere e di persuasione in un gruppo inizialmente ristretto di persone, in questo caso una sorta di struttura settaria tutta al femminile, con a capo la levatrice del villaggio. Al tempo stesso non volevo sviluppare una narrazione polarizzante che pone i maschi contro le femmine, anche perché le cause di questi crimini furono molto più complesse e articolate di una semplice matrice misandrica.

Oltre alla violenza di genere, ci sono quindi altri temi: la guerra, la miseria, il classismo. Le fonti parlano di una società fortemente scissa in classi sociali ben distinte, una divisione che si è accentuata dopo la prima guerra mondiale e con l’emergere della gentrificazione. Nonostante sia trascorso quasi un secolo dal caso Nagyrév, ho ravvisato molti aspetti in comune con la nostra contemporaneità. Per questo ho voluto raccontare questa storia.

Sul tuo sito dichiari di avere in lavorazione un graphic novel su Demetrio Stratos. Puoi anticiparci qualcosa? Ad esempio quando uscirà e perché vuoi scrivere” di lui? Ancora una volta ti occupi, infatti, di una personalità importante. Elsa in Apolide con il dramma esistenziale di un’intera generazione, Zsuzsanna in La levatrice di Nagyrév con il dramma esistenziale di un certo tipo di donna e Demetrio Stratos il frontman de I Ribelli e non solo. Qual è, se c’è, il fil rouge tra questi personaggi?

Il fumetto su Demetrio Stratos è un progetto in lavorazione da molto tempo, cui tengo molto e che spero di portare a termine, prima o poi!

La figura di Stratos mi ha sempre appassionata, perché Demetrio non è stato solo un cantante, ma un vero e proprio ricercatore, non solo dal punto di vista vocale, ma anche antropologico. In lui confluivano numerosissime anime, e credo sia questo, in fondo, ciò che unisce i personaggi che ho raccontato finora: il fatto di essere sfumati, complessi, stratificati.

Giochiamo con la fantasia. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?

Ne posso citare più di uno?

A Dante chiederei chi porrebbe oggi nell’Inferno. A José Saramago domanderei “Che ne pensi?”. A Elsa Morante direi solo “Grazie”.

Salotto Giallo ringrazia l’autrice per la gentilezza e la disponibilità all’intervista. A presto!

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