La levatrice di Nagyrév di Sabrina Zuccato

Recensione di Emanuela Ferrara

TRAMA

Zsigmond Danielovitz, incaricato di indagare sul cadavere di un’anziana contadina, è un uomo indebolito dalla guerra, ma vigile.

E così ci mette poco a scorgere, dietro gli occhi degli abitanti di Nagyrév, qualcosa di sinistro. Nagyrév è un piccolo villaggio sperduto nella pianura ungherese, l’anno è il 1929 e il benessere, in quella ristretta comunità rurale, non arriva.

Zsigmond Danielovitz si rende presto conto che la morte della donna sulle sponde del fiume Tibisco non è che l’anello di una lunga catena di scomparse e incidenti che da tempo coinvolgono il piccolo villaggio.

La levatrice di Nagyrév racconta un fatto di cronaca realmente avvenuto tra le due guerre mondiali, un episodio che sconvolse l’Europa non solo per l’efferatezza dei crimini, ma anche per un inedito capovolgimento dei ruoli: le donne uccidono gli uomini, si vendicano.

Superstizione, violenze, miseria e soprusi sono i protagonisti delle vite che si incrociano in questo affresco rurale, dove a fare le spese di appetiti e frustrazioni sono sempre le donne.

Le regole patriarcali della comunità magiara e le meschinità dell’animo umano creano situazioni insostenibili e sofferenze ingiustificabili per mogli e figlie, anziane e ragazze.

Personaggio chiave, intorno al quale girano le storie di Nagyrév, è la misteriosa Zsuzsanna, levatrice dal passato fumoso, spesso etichettata come «strega» dai suoi concittadini, temuta e, ogni tanto, rispettata.

Una figura carismatica, rarissimo esempio di donna emancipata, cui molte «sorelle» chiedono aiuto per risolvere i guai che hanno dentro casa: gravate da inganni, stupri e sottomissioni, le vittime hanno deciso di alzare la testa.

Gli avvenimenti che ebbero luogo a Nagyrév, mostrando gli orrori di cui è capace la vita domestica e le forme di resistenza alle sopraffazioni di genere, possono essere una finestra utile, e dolorosa, per capire il presente.

Dall’acqua, dal fuoco, dalla terra, dall’aria, dal sangue.

Tutto, anche i racconti, arrivano da un elemento della natura.

Il sangue, a Nagyrév arriva per primo e per ultimo.

Apre e chiude la storia che Sabrina Zuccato ha voluto raccontare.

Una storia, tante storie. Leggende, finzione, realtà.

Tutto insieme in un gran calderone che potrebbe riportare alla mente quello in cui le streghe delle nostre fiabe preparavano le loro pozioni.

Con La levatrice di Nagyrév leggi non solo un thriller, che thriller vero e proprio non è.

Con La levatrice di Nagyrév non leggi solo il folklore ungherese del primo Novecento; non leggi solo uno spaccato di storia d’Europa.

Leggi un romanzo di donne per le donne, di donne contro gli uomini, di uomini al fronte, di credenze dure a morire, di terre desolate e povere, di vita che chiama morte e di morte che distrugge vite.

Un piccolo capolavoro di Sabrina Zuccato, se non fosse per la sua corposità in cui, a un tratto, quasi ti perdi. Non perché non sia interessante o non ben scritto.

Solo perché hai la sensazione che l’autrice ti abbia già detto tutto e che aggiungere dell’altro abbia poco senso.

Un lavoro di ricerca straordinario, talmente tanto certosino da permettere all’autrice di fondere e confondere, in maniera assolutamente voluta e studiata, fatti realmente accaduti, quali per esempio

la lunga battaglia tra l’esercito rumeno e quello ungherese, un conflitto che si era protratto per ben settantasette giorni

e finzione, senza perdere mai di vista la verità storica.

Sabrina Zuccato

(Padova, 1992) è giornalista pubblicista e si occupa prevalentemente di cultura, critica cinematografica e attualità.

Con esperienza pluriennale presso set cinematografici, svolge inoltre l’attività di videomaker e reporter.

La vicenda narrata dalla Zuccato trae origine dal ritrovamento del cadavere di un’anziana nei pressi del Tibisco, fiume che attraversa Nagyrév, comunità ungherese nella contea di Jász-Nagykun-Szolnok.

A indagare sul caso è chiamato il capitano della gendarmeria di contea Zsigmond Danielovitz, reduce della Grande Guerra, ancora tormentato dai ricordi del fronte.

Da qui, le narrazioni e le divisioni in macroaree del racconto.

Siamo abituati a leggere di uomini che uccidono le donne.

Qui no.

La Zuccato tratteggia profili di donne disposte a tutto, e a troppo, per rivendicare la propria libertà.

Le donne sono le vere protagoniste di questo thriller storico.

Donne maltrattate da mariti violenti. Donne lasciate sole con mariti al fronte. Donne procacciatrici di amanti tra i soldati nemici. Donne fattucchiere. Donne levatrici.

Anzi, di levatrice ce n’è una soltanto: La levatrice di Nagyrév, e tutto gira attorno a lei.

«Non la guardate troppo, capitano» gli suggerì Béla appena lo raggiunse fuori dalla stalla. «Non so se ne siete al corrente, ma questo villaggio è maledetto da tempo. Ed è stata lei a scatenare l’ira di Dio su tutti noi.»
[…]
«È Zsuzsanna Fazekas, la levatrice di Nagyrèv.»

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