In salotto con… Arwin J. Seaman

In salotto con Arwin J. Seaman

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Claudia Pieri

Graditissimo ospite di oggi nel nostro spazio dedicato alle interviste agli autori In salotto con… Arwin J. Seaman.

Arwin J. Seaman è lo pseudonimo di uno scrittore italiano di grande successo. 

Le indagini sull’isola di Liten è la sua prima serie nordica, ambientata sull’isola di Liten. Tra i titoli, pubblicati da PiemmeOmicidio fuori stagione. La prima indagine sull’isola di Liten, Un giorno di calma apparente, La condanna del silenzio.

La condanna del silenzio, pubblicata a marzo 2025, è la terza puntata della serie ambientata sulla misteriosa e affascinante isola di Liten. Lo ha letto per noi Claudia Pieri (recensione a questo link), la quale con l’occasione, ha posto al misterioso autore alcune interessanti domande per questa piacevolissima intervista.

Salotto Giallo: Nel romanzo, Owe Dahlberg emerge come un protagonista capace di instaurare un legame profondo con i lettori, portandoli a riconsiderarlo in una luce positiva. Quali sono state le difficoltà che ha incontrato nel definire la sua crescita e trasformazione nel corso della storia? 

Arwin J. Seaman: Innanzitutto, vi ringrazio per le domande, particolarmente originali e piacevoli!

Non ho avuto alcuna difficoltà, poiché la costruzione di ciascuno dei miei personaggi è avvenuta molto prima della stesura del primo volume, con la nascita dell’intero progetto.

Ma ho giocato con il fatto che noi non ci limitiamo a essere ciò che siamo, bensì mutiamo seguendo lo sguardo altrui. Quindi, facendogli consapevolmente un torto, ho mostrato Owe prima attraverso gli occhi di Henning, che lo considera un sempliciotto, e poi dal punto di vista della figlia Malin, adolescente piena di rancore. In questo terzo libro ho potuto finalmente mostrarlo per l’uomo che è, onesto e di grande dignità.  

La famiglia Andersson svolge un ruolo cruciale nella trama, intervenendo nelle indagini per “lavare l’onta” di eventi passati. Come ha sviluppato le loro dinamiche e cosa l’ha spinta a conferirgli un ruolo così centrale nella storia? 

Il mio percorso di avvicinamento agli Andersson è stato peculiare. Nel primo libro della serie, Omicidio fuori stagione dovevano avere un ruolo marginale, l’anziano Theo avvistava il primo cadavere e la famiglia veniva coinvolta perché era stato sottratto un telefono.

Ma quando ho iniziato a descriverli, ho pensato a quelle creature mitologiche composte parti di creature diverse, ma con una sola testa. Una famiglia in cui tutti si assomigliano e sono perfino intercambiabili. A quel punto ho elaborato il loro albero genealogico, attribuendo perfino la data di nascita a ciascuno.

Ne ho colto il fascino, per nulla dissimile dalle antiche famiglie rurali, chiuse e ostili, tutte raggruppate nello stesso casale.

Li paragono alle formiche, perché sono dappertutto, e, proprio come gli insetti, possono essere utili o deleteri.     

Il romanzo si apre con la scomparsa della diciottenne Kysa Nilsson, un evento che riporta l’isola al centro dell’attenzione mediatica. Le vittime nei romanzi ambientati a Liten sono tutte giovani: cosa l’ha portata a fare questa scelta narrativa? C’è un messaggio in particolare che vuole trasmettere ai lettori? 

Non sarà sempre così e non sempre si tratterà di vittime, ma per certo i luoghi chiusi e isolati creano insofferenza soprattutto nei giovani.

Ho scelto un’isola come metafora di qualunque realtà immobile, dei luoghi impervi, dei posti da cui si vuole fuggire. E, naturalmente, la prima via di fuga è sempre il mondo virtuale, che i ragazzi frequentano come un moderno paese dei balocchi.

Ma, dal mio punto di vista, i social non sono il male, sebbene vengano utilizzati spesso in maniera impropria.

E rimarco questo punto: solo rimanendo a Liten sufficientemente a lungo troveremo tracce di questo desiderio di una vita diversa anche negli adulti.   

Mantenere alta la suspense e garantire originalità in una serie ambientata nello stesso luogo, con personaggi ricorrenti, può essere una sfida. Come ha affrontato la ricerca di questo equilibrio tra familiarità e innovazione? 

Mi è stato di enorme aiuto potermi staccare dalla realtà che conosco, quella italiana, per un’altra molto distante e meno definita. In un luogo con meno di duemila abitanti l’effetto della, pur sempre straordinaria, Cabot Cove, era alto, per questo ho deciso che le sei storie non riguarderanno solo omicidi, come già questo libro testimonia, ma ci sarà anche un cold case e una storia decisamente adrenalinica.

Variare aiuta prima di tutto la mia scrittura, che non può, per questa ragione, adagiarsi in uno schema. Mi favorisce anche il punto di vista sempre diverso, che cambia con ogni libro, consentendomi di avere una linea cosiddetta “orizzontale” che continua a evolvere e diverse linee “verticali”.

In sintesi, è un esperimento e, senza dubbio, un azzardo, ma proprio per questo mi sento stimolato a non adagiarmi e a cercare strade narrative nuove. 

Da scrittore italiano, come concilia la tradizione del giallo nordico con le sue radici culturali? 

Per quanto ci siano una distanza ambientale e una culturale, evidenti e nette, non va dimenticato che la materia che maneggio è umana.

Esistono caratteristiche che si possono ritrovare a ogni latitudine, con diverse modalità di espressione, certamente, ma generate dai medesimi impulsi.

Perché il germe della violenza, per fare un esempio che mi è congeniale, è molto simile, in circostanze analoghe. Basti pensare agli atti vandalici di talune tifoserie in tutti i luoghi del mondo.

Il cuore degli uomini non batte diversamente, solo perché si trovano in un luogo più freddo. E, personalmente, non credo che un Harry Hole possa essere percepito come “straniero” da un lettore italiano, proprio perché umano, ancorché nordico.   

Infine, la nostra domanda di rito. Giochiamo con la fantasia. Ha la possibilità di sedersi nel nostro Salotto con il suo autore preferito per fargli una sola domanda: chi invita? E cosa gli/le chiede? 

Che domanda terribile! E che scelta crudele mi chiedete.

Visto che l’ho appena citato, sceglierò Jo Nesbø, che leggo sempre con piacere. E gli chiederò come riesca a mantenere l’equilibrio tra sé e l’ombra del suo personaggio, così vivido da sembrare reale, senza sentirsene schiacciato. 

Salotto Giallo ringrazia Arwin J. Seaman per la disponibilità e la cortesia, dandogli appuntamento al prossimo capitolo della serie!

La condanna del silenzio Salotto Giallo

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