Nebbia di Andrea Veronese

Nebbia Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Arresa alla nostalgia della sua Storia, quanto alla nebbia delle sue «vie piane, grandi come fiumane», la Ferrara in cui scorre la vicenda del romanzo di esordio di Andrea Veronese si consuma nel breve volgere di alcune settimane, nell’autunno del 1954.

Ed è una città apatica e fatalistica, quanto sensuale e violenta, che cova, sotto le ceneri della pace, le braci della guerra civile fra “rossi” e “neri”, ancor calde. In questo luogo, “in cui non capita mai niente”, gli eventi catturano il protagonista, il giornalista Stefan Jugovic, prima nell’indagine per un inspiegabile assassinio, poi in una travolgente passione d’amore, fino all’inaspettata soluzione del mistero.

Si scateneranno allora, con dirompente violenza, le certezze dell’ideologia in lotta contro le complicità dei sensi, in un mondo solo in apparenza così lontano dal nostro.

Avvince nelle pagine di Nebbia, fra sottile riflessione e controllato lirismo, grazie a figure di indimenticabile carica poetica come Paola, una ricostruzione storica meticolosa fin nei più minuti dettagli onomastici e linguistici, in cui si incastrano senza forzatura gli eventi, grazie ad una macchina narrativa che sa accelerare sempre più il ritmo, fino all’illuminante, imprevedibile finale.

Sin dalle prime pagine di Nebbia il clima è una colonna portante della storia, subito ci addentriamo con l’autore nei vicoli e nelle piazze di Ferrara coperta dalla coltre nebbiosa tardo autunnale, che avvolge come ovatta tutto quello che accade.

Seguendo il ritmo lento dell’inverno nella bassa, Andrea Veronese  svela, come in un’opera teatrale, ogni singolo personaggio che sarà poi coinvolto nella storia.

Conosciamo così i maggiorenti della città in una bellissima descrizione di ognuno di loro durante una partita di calcio, per arrivare poi, quasi per caso, al cuore del libro e della storia.

L’omicidio del notaio Capurso, anziano notabile cittadino, rimane ai margini della cronaca.

Certo, subito il delitto scuote Ferrara, ma ben presto ritorna ai margini.

Molto più importanti sono gli affari della politica, con l’inizio della ricostruzione e modernizzazione del centro e soprattutto con il piano regolatore che renderà edificabili molti terreni della periferia e della campagna vicina alla foce del Po.

Stefan Jugovic giornalista istriano arriva a Ferrara assunto come capo redattore della terza pagina della “Gazzetta Padana”, quotidiano di riferimento della borghesia cittadina.

Jugovic deve e vuole dimenticare Trieste e l’Istria, dove è nato e vissuto fino all’inizio della guerra.

Arruolato in marina e’ stato fatto prigioniero dagli Inglesi e ha trascorso quattro anni in prigionia in India. Dopo la guerra non ha terminato l’università ed ha iniziato la carriera di giornalista.

Era alto quasi un metro e novanta, con spalle larghe e un corpo imponente e atletico. Aveva il viso regolare, con profondi occhi verdi, il naso diritto, la bocca incorniciata da baffi e barba biondi, che gli coprivano tutto il mento, dandogli un aspetto piuttosto demodé. I capelli erano lisci, di quel castano chiaro che diventa facilmente biondo quando prendono il sole dell’estate. Indossava una camicia di lana a scacchi e pantaloni di velluto. Raccolse dalla reticella sopra il sedile cappello e cappotto. Entrambi erano di panno loden verde scuro, e il cappello portava, nella fascia intrecciata di pelle marrone, un ornamento con la coda del tasso, come quelli dei maestri di caccia nei paesi di lingua tedesca.

La fisicità di Jugovic è un elemento importante sia del personaggio che della trama.

Infatti, nonostante sia tutt’altro che violento, l’aspetto fisico lo aiuta, in maniera sempre dolce e gentile, a entrare in empatia con tutti.

Jugo, soprannome che gli dà l’amico Daniele Farina, suo ex compagno di Università, che lo accoglie a Ferrara e lo aiuta dandogli subito i riferimenti necessari al suo lavoro, si ritrova quasi per caso ad essere coinvolto nel delitto.

Infatti, ha ricevuto una lettera anonima che glielo annuncia

Il Notaio Donato Capurso, domiciliato in Ferrara, DI alla via Terranuova, verrà assassinato. Informando di questa missiva tutte le competenti Autorità, potrà forse evitarsi un delitto verso un innocente

ma pensando ad uno scherzo dei nuovi colleghi del giornale l’ha archiviata senza farne cenno a nessuno.

Tormentato dalla sua leggerezza, si reca dalla vedova cercando in qualche modo di fare ammenda del proprio errore.

Nell’uscire dalla casa vede per la prima volta una ragazza, che subito lo colpisce come mai nessuna prima.

Paola Ghisiglieri è l’altro personaggio principale di Nebbia, una giovane ragazza che sta studiando Arte a Bologna.

Era una ragazza, come aveva indovinato dai passi nell’androne. Con una mano si tolse il basco luccicante di pioggia, per liberare sulle spalle i capelli castani appena ondulati. Non aveva ombrello, e indossava un cappotto di cammello stretto in vita da una cintura annodata. L’atto di togliersi quel basco e il leggero e lento ondeggiare del capo per liberare i capelli erano stati di una dolcissima eleganza. Jugovic capì all’istante che la bellezza di quel gesto gli sarebbe rimasta negli occhi per molto tempo. La ragazza prese la prima rampa di scale. Saliva  leggera sfiorando i gradini senza rumore. Allentò un poco il collo del cappotto. Jugovic si sentiva a disagio, ma non voleva muoversi. Sette, otto, nove… lei girò sul primo pianerottolo e volse lo sguardo alla parte alta della scala. Lo vide. Aveva lunghi occhi castani, la bocca ben disegnata, il viso regolare, la pelle di seta. Sotto i suoi occhi la pelle si rigonfiava leggermente, per dare al suo sguardo un’espressione misteriosa. Per un istante, impercettibilmente, esitò. O forse era stata solo un’impressione?

In poche righe Paola è presentata e subito Stefan ne resta affascinato e non la scorderà più.

Poco dopo la incontra di nuovo con l’amico Farina ed apprende che è la figlia dell’assessore Ghisiglieri, da  tutti ritenuto  il vero Sindaco di Ferrara.

Ghisiglieri è stato prima comandante partigiano, e ora, nel 1954, anima e capo della sinistra comunista che dal 1945 governa in città.

Paola e Stefan si conoscono durante un servizio giornalistico, ben presto diventano amanti e il giornalista dimentica il delitto, mostrandosi annoiato dal racconto da parte dei colleghi dello sviluppo delle indagini.

Pare infatti che abbiano trovato velocemente il colpevole, un commerciante del centro coinvolto  in una storia di debiti e cambiali non riscosse.

Le pagine che descrivono l’inizio della storia di amore tra Stefan e Paola sono molto delicate e intense e danno ulteriore spessore ai due protagonisti.

Piano piano però, in Jugo si insinua un dubbio, cosa faceva Paola a casa della vittima? La paura di scoprire qualcosa che l’allontani da lui lo terrorizza e lo blocca, poi, però, la necessità di sapere prende il sopravvento.

Così, quasi con timore e di nascosto, scavando nel passato, Stefan porterà alla luce non solo la verità sul delitto, ma anche altri e ben più importanti segreti che la piccola città ancora custodiva dalla fine della guerra.

“Allora il punto, che non è di grande effetto quando lo si enuncia, è che le teorie di cui parlavo prima sono vere tutte due, perché la verità più vera è che le cose non hanno mai un’unica chiave interpretativa. Una cosa non è mai una cosa soltanto.

Sotto la nebbia che avvolge la città, vengono piano piano a galla segreti e con un incastro perfetto la verità emerge e in qualche modo si porge direttamente a Jugovic, anche se, come spesso accade, porta con sé dolore e tristezza.

Nebbia richiama alla mente, e non soltanto per l’ambientazione storica, la narrativa gialla italiana degli anni 70/80.

La scrittura è volutamente lenta, ma la lentezza aiuta ad entrare nei meccanismi della trama e a capire cosa muove le azioni di ogni personaggio.

L’inverno e i luoghi poi, sono essi stessi personaggi, così come molto belle sono le descrizioni precise di come si scriveva un giornale negli anni 50 o della vita e del lavoro dei coltivatori di anguille nel delta del Po.

Andrea Veronese

Andrea Veronese (1949) si è laureato in Architettura dopo gli studi classici.

Libero professionista, poi imprenditore e assessore provinciale a Ferrara.

È appassionato di aeroplani, di motociclette e di troppe altre cose.

Vive a Ferrara dove si occupa di giardini.

La capacità di Veronese di mescolare l’indagine sul delitto con la ricostruzione storica del dopoguerra e le sue lacerazioni, ancora ben presenti nella vita comune a meno di 10 anni dalla fine del conflitto, rendono la lettura un piacere da gustare anche con lentezza, assaporando profumi e sapori che riportano indietro nel tempo

Il breve pomeriggio piovoso trascorse in modo piacevole, mentre il pescatore spiegava a Jugovic, davanti al camino acceso, come funzionava il lavoriero. Era  un sistema di pesca vecchio di secoli, che si basava sulla selezione e cattura del pesce in complessi labirinti di canne e di chiuse che controllavano le uscite della valle a mare. Dato che la barca era impiegata solo per il movimento della gente negli acquitrini, e non serviva per la pesca, l’attività aveva qualcosa di agricolo più che di marino, e l’uomo parlava a Jugovic della coltivazione del pesce, invece che della pesca. A Jugovic venne da pensare alle saline di Pirano, poco lontano da Trieste,  dove una altrettanto strana specie di contadini diceva di coltivare il sale.

Salottometro:

Nebbia Salotto Giallo

Link d’acquisto

Cartaceo

,

Scopri di più da SALOTTO GIALLO

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere