Il caso Girolimoni 1924
Recensione di Francesca Pica

A cura di Francesca Pica e Samuela Moro
TRAMA
Roma, 1924.
Due ombre si allungano sulla Città Eterna: da un lato, l’ondata fascista che travolge la Capitale con la vittoria alle elezioni del 6 aprile, le ultime multipartitiche prima della dittatura; dall’altro, nei quartieri popolari, nella melma sul lungotevere e nell’erba dei pratacci delle zone semi rurali, un mostro senza volto che rapisce bambine.
E anche quando un colpevole verrà individuato, il caso sarà ben lontano dall’essere risolto. Tra delitti efferati, indagini pilotate, pressioni politiche e sete di vendetta, la vicenda di Gino Girolimoni non smette di far nascere interrogativi, ieri come oggi.
Perché se è vero che i mostri esistono, non bisogna cercarli solamente nei nostri incubi: alcuni, i più pericolosi, camminano indisturbati per strada, e indossano le vesti distinte dei signori eleganti.
Altri, gli innocenti, diventano mostri loro malgrado nei pettegolezzi della gente e nelle pagine dei giornali.
Con un racconto preciso e affilato, Alessandro Gorza ci guida dai vicoli popolari alle stanze del potere, cercando di far luce su uno dei casi più rilevanti della cronaca nera italiana, un lungo incubo dove nulla è ciò che sembra.
Meglio tenere gli occhi ben aperti.
IL CASO
Nel periodo 1924-27, Roma fu colpita da una serie di rapimenti, stupri e omicidi di cui furono vittime sette bambine: Emma Giacomini di quattro anni, Bianca Carlieri di tre anni, Rosa Pelli di due anni, Elsa Berni di sei anni, Armanda Leonardi di cinque anni. Due le vittime che riuscirono a salvarsi: Celeste Tagliaferro di diciotto mesi ed Elvira Coletti di sei anni.
Inizialmente le indagini furono rivolte a persone ai margini della società come mendicanti e malati mentali, fino a quando la polizia non individuò in Gino Girolimoni il colpevole.
Durante il processo, però, le prove e le testimonianze a suo carico vennero smontate dall’avvocato difensore e così Girolimoni uscì dal carcere da innocente.
Ad oggi Il mostro di Roma non ha ancora un nome.
Questa è una storia che ha cent’anni. È una vicenda di sangue e violenza, di errori e misfatti. Cento anni, il mondo è un altro; eppure, questa storia racconta fatti che non sembrano appartenere a un passato lontano, ma somigliano a un presente inquietante e spaventoso.
Si apre così il romanzo di Alessandro Gorza, Il Mostro di Roma, un ‘inchiesta giornalistica e storica poco romanzata sui fatti accaduti a Roma tra il 1924 e il 1927.
È la storia di due uomini: Gino Girolimoni e Giuseppe Dosi, due vite che si sfiorano e si intrecciano e che hanno dato vita a uno dei più famosi casi di cronaca nera che hanno investito il regime fascista.
Uno dei pochi casi che non è stato insabbiato, ma che è stato alimentato da voci e notizie di stampa pilotate.
Questa è la storia non di un crimine, ma di una serie di efferati delitti e di un’indagine sbagliata, di rapporti di forza tra Paesi, tra poliziotti e burocrati, tra un regime che si svelava per quello che era e una città abituata a vedere il potere passare di mano in mano, vecchia di millenni e povera di memoria. Di pressioni politiche e sociali e della sete di vendetta che hanno stigmatizzato un innocente.
Gorza ricostruisce l’inchiesta sul “Mostro di Roma”, mettendo a disposizione del lettore un’accurata descrizione del periodo storico e sociale: Mussolini ha appena preso il potere, deve vigere l’ordine nelle strade e si deve far capire che chi sbaglia sarà punito.
…un uomo dall’aria sicura e borghese passa inosservato o, meglio, passa per qualcuno che non potrebbe far male a nessuno. Qualcuno di cui ci si può fidare.
In una Roma popolare, fatta di rioni e povera gente, si aggira un mostro che rapisce, violenta, tortura e ammazza bambine di età compresa tra i due e sette anni. Ma chi è?
avrà avuto sui trentacinque anni, alto, un po’ curvo. Con le guance infossate e gli zigomi sporgenti. Baffi biondi, un abito cenere e un cappello nero.
Come detto in precedenza, le indagini vengono rivolte verso quelle persone ai margini della società: deficienti, mendicanti… ma non può essere così, perché il mostro è un uomo distinto, un uomo arguto che sa quello che fa e dimostra anche una certa organizzazione: le bambine vengono sempre ritrovate lontano da dove sono state rapite e ricordiamo che ai quei tempi la macchina era un lusso.

Alessandro Gorza
Alessandro Gorza nasce in Veneto e vive a Milano.
Ama le birre scure, la musica rock ad alto volume e i film horror anni Ottanta.
Pensa che Stephen King sia il più grande scrittore vivente e si definisce “un tipo poco raccomandabile”.
Ha pubblicato i suoi racconti su «Wertheimer» e «NazioneIndiana».
In un lungo parallelismo tra la vicenda di cronaca e la vicenda storica che racconta l’ascesa al potere di Mussolini, Gorza traccia un quadro assai inquietante che ha caratterizzato questa storia.
Non è importante chi sia il vero mostro, l’importante è trovarlo per dimostrare l’efficienza della polizia.
Ma in questo marasma, l’unico che sembra aver capito che le indagini si stanno muovendo nella direzione sbagliata è lui: Giuseppe Dosi, romano, classe ’91.
… diventa presto commissario di pubblica sicurezza. Si distingue subito per un intuito fulminante, l’abilità nei travestimenti e una cocciutaggine pari alla sua stazza.
Dosi è un uomo che ha un alto senso delle istituzioni, che non si piega e non si arrende a quella verità scritta sui giornali.
Tutto comincia con l’assasinio dell’ultima vittima, Armanda Leonardi.
Sono passati meno di due mesi dall’assassinio della piccola Armanda Leonardi e il nuovo questore Angelucci ha portato a termine la sua missione più importante: lavare Roma dall’infezione che la stava ammorbando, catturare il predatore che da anni sfugge alla legge. Il mostro è stato arrestato. Lo strillano le cartelle della Stefani e i primi giornali che le riportano, il lupo ha un volto e un nome: si chiama Gino Girolimoni.
Ma chi è Gino Girolimoni?
è il mostro di Roma. Non ha moglie e proprio quell’anno è stata introdotta una tassa sui celibi. E quel lavoro odioso che svolge? Quell’attività (di cacciatore di affari per uno studio legale) che tanto lo ha arricchito da permettergli il lusso di avere due case in affitto e un’automobile.
Non può che essere un immorale. Persino i tratti somatici lombrosianamente lo denunciano: “Gino Girolimoni è alto m.1,73, volto sbarbato, un po’ calvo, occhi stranissimi, di taglio quasi mongolico, con sguardo obliquo, falso sfuggente. In tutti gli altri tratti si ritrova il tipo classico del degenerato”
Ma come si è arrivati a lui?
Lo accusa una ragazzina che lavora come domestica dall’ingegner Paccianini.
Girolimoni l’avrebbe avvicinata, sarebbe stato insistente e avrebbe tentato un approccio.
Nessuno sa, però, che la storia è diversa.
E Girolimoni tace per difendere la moglie di Paccianini con cui ha una storia.
Da lì, tutte le testimonianze di chi ha visto le vittime per l’ultima volta vengono dirottate sul povero Girolimoni che continua a professarsi innocente.
A credere alla sua innocenza sono il suo avvocato Libotte e l’ispettore Dosi.
Dosi che continua a farsi inviare i rapporti sul caso in via confidenziale e che è sulle tracce del “vero” mostro.
Lo intercetta a Capri, per Dosi è il reverendo Lyonel Brydges.
alto, snello, baffi a spazzola biondicci, occhiali tondi a stanghetta. È atletico, dimostra vent’anni meno dei suoi, ma soprattutto, ha una peculiarità che lo costringe a spostarsi spesso: gli piacciono le bambine.
Ed è proprio a Capri che viene sorpreso mentre palpeggia una bambina, episodio che lo costringerà a fuggire di nuovo.
Viene intercettato a Genova, Dosi ottiene un mandato di perquisizione.
Nella cabina della nave vengono trovate delle prove.
Il reverendo viene trasferito a Roma, ma… i rapporti di forza tra Italia e Gran Bretagna ne impediscono l’incriminazione e così Brydges riesce a mettersi in salvo.
E mentre a Roma i giornali continuano con la loro macchina del fango nei confronti di Girolimoni, inizia il processo.
Processo che smonterà tutte le testimonianze pilotate nei confronti di Girolimoni, processo che accerterà l’innocenza di Gino che verrà rilasciato.
Ma i giornali non ne parlano, scrivere dell’innocenza di Girolimoni sarebbe un clamoroso autogol all’efficienza della polizia italiana, a quell’ordine e rispetto della legge imposto dal regime.
Girolimoni rimarrà macchiato a vita da un’accusa infamante: quella di essere il mostro di Roma.
Per Dosi le cose non andranno meglio: verrà rinchiuso nel manicomio di Santa Maria della Pietà, da cui uscirà distrutto nel corpo e nello spirito.
punito per essersi incaponito della sua idea, per aver sfidato poteri molto più forti di lui. Per non essersi uniformato, per aver voluto inseguire la verità, al di là di qualsiasi altra cosa. Ma è ancora vivo. L’hanno piegato, ma non spezzato.
Quindi chi è il mostro di Roma? Brydes? No, nemmeno lui.
Perché il mostro conosceva bene la lingua italiana e il dialetto romano che gli erano utili per adescare le bambine.
…di sicuro il mostro è un pedofilo che sa come adescare i bambini. Il lupo ha sangue freddo, è un calcolatore. È un cacciatore.
Le numerose incongruenze portano Gorza a pensare che non ci sia stato un solo mostro, ma più di uno.
A Roma, caput mundi, cento anni fa si sono svolti fatti incredibili che parrebbero frutto di una fantasia viva e feroce, e invece sono accaduti veramente, hanno coinvolto persone che volevano solo proseguire la loro giornata, la loro vita, come la stavano vivendo. In questa trama sono entrati istrioni, faine, assassini e vittime. Tra i sopravvissuti, a uno solo la sorte ha riservato di non essere violato nel corpo, ma nell’anima, nel nome persino. E questo è il destino di Gino Girolimoni. Per sempre, l’innocente mostro di Roma.
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