Recensione di Alessandra Isabella Spanò
TRAMA
Bodie Kane è una docente di cinema e podcaster di successo e tende a non indugiare troppo nei ricordi del passato, un passato che comprende una tragedia familiare che le ha funestato l’adolescenza, quattro anni perlopiù infelici nel collegio di una scuola superiore del New Hampshire e l’assassinio della sua compagna di stanza nella primavera dell’ultimo anno.
Anche se le circostanze dell’omicidio di Thalia e l’arresto di Omar Evans, il preparatore atletico della scuola, sono oggetto di feroci discussioni in rete, Bodie preferisce non farsi coinvolgere troppo.
Quando però la sua vecchia scuola, la Granby School, la invita a tenere un corso, Bodie è inesorabilmente attratta dal caso e dalle sue falle sempre più evidenti.
Nella fretta di arrestare Omar, la scuola e la polizia hanno forse sottovalutato altri possibili sospetti?
Il vero assassino è ancora a piede libero? Bodie comincia a pensare che forse, nel 1995, era a conoscenza di alcuni dettagli che avrebbero potuto aiutare a risolvere il caso.
Ho qualche domanda da farti rappresenta l’opera più recente di Rebecca Makkai.
Si tratta di un’opera all’intersezione tra diversi generi letterari, che fonde elementi tradizionali e contemporanei in modo da creare una struttura narrativa che sfida le aspettative convenzionali del lettore.
Il cuore del libro è radicato nel mystery, un genere storicamente caratterizzato da un’indagine centrale che cerca di risolvere un enigma o un crimine.
Tuttavia, Makkai sovverte molte delle convenzioni tipiche di questo genere, introducendo elementi di realismo psicologico, critica sociale e meta-narrativa.
Il risultato è un romanzo che appartiene al mystery solo in senso lato, situandosi in modo più preciso all’interno di una tradizione letteraria ibrida che mescola il giallo accademico, il romanzo psicologico e il romanzo letterario postmoderno.
L’ambientazione principale del romanzo, la prestigiosa e isolata Granby School, non è solo uno sfondo ma un elemento dinamico e simbolico che influenza profondamente lo sviluppo della trama, dei personaggi e delle tematiche.
La scuola diventa un microcosmo del privilegio, della memoria e delle disuguaglianze, fungendo da specchio delle tensioni sociali e personali che attraversano il romanzo.
La Granby School è descritta con una precisione e una ricchezza di dettagli che ne fanno un ambiente vivido e immediatamente riconoscibile.
Il campus, con i suoi dormitori, le aule, i corridoi e i terreni boscosi circostanti, è reso con una cura minuziosa che permette al lettore di immaginarne ogni aspetto.
Makkai dipinge un luogo apparentemente idilliaco, fatto di architetture storiche e tradizioni accademiche, ma che sotto la superficie rivela tensioni e segreti accumulati nel tempo.
Questa doppia natura della scuola – al contempo rassicurante e inquietante – si riflette nell’esperienza dei personaggi che vi abitano.
Per Bodie Kane, la protagonista, la Granby è sia un luogo che evoca nostalgia, con i suoi ricordi adolescenziali, sia un teatro di traumi e ingiustizie mai risolti.
La scuola, come molti spazi chiusi e ricchi di storia, diventa un contenitore di stratificazioni emotive e temporali, in cui il passato è sempre presente e gli spettri delle vite passate continuano a influenzare il presente.
L’atmosfera è ulteriormente amplificata dalla scelta di collocare la scuola in una regione isolata del New Hampshire, un paesaggio che, con i suoi inverni rigidi e la sua natura selvaggia, accentua il senso di isolamento e vulnerabilità.
Questo contesto geografico e climatico si riflette nel tono del romanzo, che alterna momenti di calore umano a un’inquietudine sottile e persistente.
La storia è narrata in prima persona da Bodie Kane, ora non più studentessa, ma docente ospite.
Questa scelta di focalizzazione interna è cruciale per la struttura del romanzo, poiché la narrazione è filtrata attraverso i ricordi, le percezioni e i dubbi della protagonista.
La voce di Bodie guida il lettore attraverso un labirinto di memoria e introspezione, e il suo punto di vista soggettivo è deliberatamente ambiguo.
Questo permette a Makkai di esplorare il confine tra realtà e interpretazione, evidenziando come la verità possa essere manipolata o distorta dal tempo e dalle emozioni.
La narrazione si rivolge spesso direttamente a un “tu” implicito, indirizzato ad un professore della scuola che la protagonista considera il vero colpevole dell’omicidio di Thalia Keith, sua compagna di stanza, per il quale è invece finito in galera un altro uomo.
Questo dispositivo crea un effetto di immedesimazione e intimità, ma anche di tensione, poiché il lettore è costantemente spinto a interrogarsi sulla responsabilità morale e narrativa di Bodie stessa.
La seconda persona diventa uno strumento per mettere in discussione non solo i fatti del caso, ma anche il ruolo della narratrice nel plasmare la storia che stiamo leggendo.
La struttura-temporale del romanzo è volutamente non lineare, con salti continui tra passato e presente che riflettono il modo in cui Bodie ricostruisce e rielabora gli eventi.
Il passato – in particolare gli anni scolastici di Bodie alla Granby e il periodo intorno all’omicidio di Thalia – non è presentato in modo cronologico, ma emerge in frammenti, spesso scatenati da associazioni mentali o dal confronto con il presente.
Questa frammentazione temporale rispecchia la natura caotica della memoria, sottolineando quanto sia difficile, se non impossibile, ricostruire il passato in modo oggettivo.
Un aspetto distintivo del romanzo è la presenza di digressioni che interrompono il flusso narrativo principale, creando qualche dispersione dell’attenzione durante la lettura.
La struttura di Ho qualche domanda da farti è anche circolare, con la narrazione che si apre e si chiude su temi e immagini simili.
Questo senso di circolarità non suggerisce però una risoluzione definitiva; al contrario, enfatizza l’idea che i cicli di violenza, silenzio e ingiustizia tendano a ripetersi, lasciando il lettore con un senso di inquietudine e insoddisfazione.
Questo rispecchia l’intento di Makkai di sfidare il lettore a confrontarsi con l’ambiguità morale e narrativa del mondo che ha costruito.

Rebecca Makkai
Rebecca Makkai è autrice dei romanzi L’angolo dei lettori ribelli (2012), The Hundred-Year House (2014) e I grandi sognatori (2021).
Finalista del premio Pulitzer e del National Book Award, vincitore dell’American Library Association Andrew Carnegie Medal for Excellence in Fiction, del Book Prize assegnato dal «Los Angeles Times» e nominato tra i dieci migliori libri del 2018 dal «New York Times».
Makkai è direttrice artistica dello Story Studio di Chicago e insegna Scrittura Creativa all’University of Nevada e alla Northwestern University di Chicago.
Lo stile di Makkai è caratterizzato da una prosa che unisce l’analisi lucida alla profondità emotiva. La scrittura è densa di riflessioni e osservazioni, ma mai pesante; la narrazione scorre grazie a un equilibrio tra descrizioni evocative e dialoghi realistici.
Makkai eccelle nel catturare i dettagli della vita quotidiana, trasformandoli in momenti significativi che illuminano i temi più ampi dell’opera.
Nonostante Ho qualche domanda da farti sia un romanzo avvincente e molto ben scritto, rivela alcuni limiti.
Uno dei principali è il rischio di un sovraccarico tematico.
La volontà di affrontare un’ampia gamma di questioni – dal razzismo sistemico alla violenza di genere, dalla cultura del true crime alla memoria individuale e collettiva – può risultare eccessiva, specialmente per alcuni lettori.
Questa abbondanza di temi rischia di diluire l’impatto di ciascun argomento, creando un senso di dispersione narrativa.
Sebbene l’ambizione del romanzo sia ammirevole, la mancanza di un focus più definito potrebbe compromettere, per alcuni lettori, la coerenza complessiva.
Inoltre, pur essendo un punto di forza per chi apprezza l’elusività letteraria, la presenza di un finale ambiguo potrebbe risultare frustrante per alcuni lettori.
La scelta di abbracciare l’incertezza e di non fornire risposte definitive è coerente con i temi del romanzo, ma potrebbe essere percepita come insoddisfacente da chi si aspetta una chiusura narrativa più tradizionale.
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