Volver di Maurizio De Giovanni

Volver Salotto Giallo

Recensione di Barbara Terenghi Zoia

TRAMA

Serve coraggio quando si parte, ma a volte ne serve ancora di più quando si torna.

È il luglio del 1940, l’Italia è in guerra. Ricciardi – preoccupato per la figlia Marta e per i suoceri, in grave pericolo a causa delle origini ebraiche – ha ormai trasferito la famiglia a Fortino, il paese dove è nato.

Lì, nei luoghi dell’infanzia, sperava di avere un po’ di quiete. Invece, mentre in città il fido brigadiere Maione cerca di salvare un comune amico da morte certa, tra le montagne del Cilento il commissario è messo faccia a faccia con un passato che avrebbe voluto scordare.

Per lui, e non solo per lui, è arrivato il momento di regolare i conti con la propria storia.

Del resto, è questo, quasi sempre, il destino di chi torna.

Prima di iniziare la lettura di Volver già è noto che sarà l’ultima avventura del commissario Ricciardi, il suo commiato.

Non a caso s’intitola Volver, tornare, perché è un ritorno alle sue origini e alla sua infanzia con la guerra che incombe e la possibilità, seppur minima, che la sua adorata Marta e i suoceri siano perseguitati dal regime fascista.

Il commissario torna nella sua terra, il Cilento

all’ombra dell’ulivo, il frinire delle cicale, il canto degli uccelli, tutti i suoni e tutti i rumori sembravano ovattati. Il tempo stesso pareva sospeso.

Una volta arrivato, Ricciardi ha l’esigenza, di trovare chi uccise, a casa sua, un uomo, un bracciante, il primo cadavere che chiese il suo aiuto, prima della sua partenza o, per meglio dire, fuga verso Napoli.

È talmente forte quest’urgenza che il lettore la sente, la avverte nell’anima:

Non si sorprese di trovare tutto più piccolo, le distanze più brevi. Solo l’aria non era cambiata, calda e greve, odori marci misti a profumi, fiori morti ed erbe vive. Incredibile come il naso ricordasse meglio degli occhi. Si accorse di essere sudato, ma non avvertiva il caldo. Il frinire delle cicale si era fatto assordante, insieme al battito del cuore.

Un ritorno solitario per Ricciardi che ha lasciato la vita degli ultimi decenni, Napoli, la città che ha amato e che lo ha “adottato”, i luoghi dove ha conosciuto la sua amata Enrica, l’amico e confidente per eccellenza il Dr. Modo, i colleghi.

Ma in tutto questo mare denso, pregno di ricordi, il faro che illumina la storia, donando la gioia di leggere, è Marta, questa bimba dal cuore grande, che sente i pensieri delle persone e si siede sotto l’ulivo sulla cima del poggio ad “ascoltare” le storie che ‘zi  Filumena, sordomuta, le racconta.

c’era l’odore di erba tagliata e di pioggia notturna, il ronzio degli insetti e l’ombra fresca delle foglie. Attraverso gli alberi scorse Marta. Era il tramite fra la città dove il commissario aveva incontrato Enrica, stretto amicizie, conosciuto il male, e la terra aspra ma sincera nella quale il vento era vento e la pioggia era pioggia

La presenza di Marta è rassicurante per il lettore, perché sancisce una sorta di passaggio di consegne tra lei e il commissario Ricciardi.

Maurizio De Giovanni

Maurizio de Giovanni è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano.

È celebre soprattutto per il personaggio del Commissario Ricciardi, per i bastardi di Pizzofalcone, e per Mina Settembre, protagonisti di molte sue opere da cui sono state tratte serie televisive di successo.

Il modo scelto da De Giovanni per concludere questo libro rende il commiato dal commissario particolarmente dolce.

Anche se il pensiero di dover lasciare andare Ricciardi provoca quasi un dolore fisico, è consolante sapere che è sempre possibile riascoltare le sue parole, rileggere le sue avventure lasciandosi trasportare di nuovo dalla sua presenza e cullare dai suoi pensieri.

Nei libri già editi è possibile trovare sempre parole nuove e chissà, magari scoprire nuove emozioni, pur sapendo già qual è il punto di arrivo.

Così, per esempio, ripartire da lì, dove tutto ebbe inizio, con Il senso del dolore,  titolo che mai come adesso è sembrato più appropriato.

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