In salotto con… Antonio Lanzetta

In salotto con Antonio Lanzetta

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Cristiano Colombo

Ospite del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Antonio Lanzetta

Antonio Lanzetta è uno scrittore salernitano, autore di romanzi fantasy/young adult (La Corte ha pubblicato Warrior e Revolution), e thriller prima con il racconto breve Nella pioggia, finalista al Premio Gran Giallo Cattolica, e poi con i romanzi Il Buio Dentro, I figli del maleLe colpe della notte.

Il Buio Dentro è stato tradotto in Francia da Bragelonne ed è stato pubblicato anche in Canada e Belgio. Lo stesso romanzo viene anche citato dal Sunday Times come uno dei cinque thriller non inglesi migliori del 2017.

Tra i titoli pubblicati con Newton Compton ricordiamo L’uomo senza sonno, Delitto in riva al mare, Luna rosso sangue.

Proprio in occasione della pubblicazione della recensione di Luna Rosso Sangue, scritta per Salotto Giallo da Cristiano Colombo e disponibile a questo link, abbiamo posto all’autore alcune domande. Trovate di seguito l’interessante intervista che ne è scaturita.

Salotto Giallo: Le tue storie scavano nelle profondità dell’animo umano, nei traumi e nelle paure più radicate. Ma quando scrivi, stai cercando di fuggire da qualcosa che non vuoi affrontare nella tua vita, oppure stai cercando di prendere il controllo, di mettere ordine nel caos che ti circonda? Quanto c’è di terapeutico e quanto di condivisione in ciò che fai?  

Antonio Lanzetta: Scrivere per me è entrambe le cose: una fuga e un confronto. È un movimento duale, come se scavassi un tunnel per scappare da qualcosa di insostenibile, ma nello stesso tempo, scavando, mi trovassi faccia a faccia con ciò che sto cercando di evitare.

Ogni parola è un modo per dare forma a quello che nella mia mente è informe, per trasformare il caos in qualcosa di narrabile, di comprensibile. È una lotta per prendere il controllo, ma non è mai definitiva: il caos trova sempre nuovi modi di insinuarsi.

C’è sicuramente qualcosa di terapeutico nello scrivere. Non è un processo consapevole, ma ogni storia è un campo di battaglia in cui affronto le mie paure, i miei traumi, i miei fallimenti. Ogni personaggio porta con sé un frammento di me, un dolore o una domanda irrisolta. Forse è un modo per dialogare con parti di me stesso che non troverebbero voce in nessun altro modo. 

Ma scrivere non è solo per me. È anche un atto di condivisione, un tentativo di connettermi agli altri. Credo che le storie siano uno specchio, e se i lettori riescono a vedersi in quelle riflessioni — nelle paure, nei dolori, nelle speranze — allora ciò che faccio ha senso.

Scrivere è come tendere una mano nel buio: non so mai chi la afferrerà, ma spero sempre che qualcuno lo faccia. Perché, in fondo, è questo il miracolo delle storie: trasformare il nostro dolore in un ponte verso l’altro. 

Salotto Giallo: I tuoi personaggi oscillano tra vittime e predatori, tra chi subisce e chi infligge dolore. Tu quando scrivi, dove ti posizioni? Credi di comprendere meglio chi viene ferito o chi ferisce?  

Antonio Lanzetta: Quando scrivo, sono entrambe le cose. Sono il carnefice e la vittima, il coltello che colpisce e la ferita che sanguina.

La scrittura per me non è mai un’operazione neutrale: ogni scena è una stanza in cui entro per vivere il conflitto dall’interno. Se da un lato comprendo visceralmente chi soffre — perché il dolore lascia impronte profonde nella memoria — dall’altro, sono ossessionato da chi lo infligge. 

Mi chiedo sempre: perché? Da dove nasce quel buio, quella crepa che trasforma un essere umano in predatore?

C’è una parte di me che li studia con la lente dell’empatia, anche quando mi spaventano. Non per giustificarli, ma per comprenderli, perché credo che solo capendo l’origine del male possiamo davvero affrontarlo.

E poi c’è un aspetto inquietante: quando scrivi di un predatore, c’è una certa seduzione nella sua prospettiva, un brivido nel mettere piede in territori inaccessibili della psiche. Forse è per questo che i miei personaggi sono sospesi tra vittima e carnefice: perché, in fondo, noi tutti lo siamo. Facciamo male e veniamo feriti, a volte con intenzione, altre volte senza nemmeno accorgercene. Scrivere mi permette di esplorare questa dinamica senza dover scegliere da che parte stare. 

Salotto Giallo: Il dolore è un tema centrale nelle tue opere. Quanto di quel dolore proviene dalla tua vita? C’è una parte di te che teme di mostrarsi troppo attraverso i tuoi personaggi? E se sì, hai mai avuto la sensazione che un lettore possa vederti più chiaramente di quanto vorresti?  

Antonio Lanzetta: Il dolore è una lingua universale, un codice che ci unisce tutti.

Sì, gran parte del dolore che racconto nei miei romanzi proviene da me, ma non è mai una trasposizione diretta. È come se prendessi le mie ferite e le immergessi in un inchiostro diverso, trasformandole in qualcosa di più grande, qualcosa che non è solo mio.

Temo di mostrarmi troppo? Certo, c’è sempre una parte di me che si nasconde dietro i personaggi, ma è una danza sottile.

Scrivere è un atto di vulnerabilità, e ogni pagina è un gioco d’equilibrio tra ciò che voglio rivelare e ciò che non posso permettermi di dire. Eppure, i lettori sono incredibili. Alcuni riescono a vederti con una lucidità spaventosa, leggono tra le righe, scorgono quel tremito di verità che hai cercato di mascherare.

A volte mi stupisce quanto possano capire, e non nego che questo mi abbia spaventato. Ma allo stesso tempo, è liberatorio. È come se dicessero: “Ti vedo, e va bene così”.

Alla fine, forse è proprio questo il senso della scrittura: offrirsi, con tutte le proprie ombre, e trovare qualcuno che risponde dall’altra parte del libro, riconoscendosi nei tuoi frammenti 

Salotto Giallo: I tuoi mondi narrativi sono spietati, pieni di ombre e compromessi. Se fossi costretto a vivere in uno dei tuoi romanzi, quale personaggio sceglieresti di essere?  

Antonio Lanzetta: Non sono in grado di rispondere a questa domanda, semplicemente per il fatto che

dentro ogni personaggio c’è un pezzo di me, come particelle nell’aria.

Preferirei essere un osservatore esterno, un regista, che hai controllo della storie e ne muove i fili. 

Salotto Giallo: C’è anche una colonna sonora interiore, un suono che senti dentro di te mentre dai vita ai tuoi personaggi e alle loro storie? Che musica accompagna il tuo processo creativo? E, soprattutto, se Luna rosso sangue fosse un album, quale sarebbe?  

Antonio Lanzetta: Sono stato un musicista per molto tempo, quindi la musica fa parte di me come i libri, la lettura, e in generale tutte le mie passioni. Credo che esista una canzone, come un libro, ad accompagnare determinate fasi della nostra vita. Quando scrivo però ascolto dei suoni specifici per la concentrazione, come mind focus con onde gamma 40 hz, etc… che trovo su YouTube.

Luna rossa un album? Sarebbe un disco grunge. 

Salotto Giallo: Infine la nostra domanda di rito. Giochiamo con la fantasia. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi? 

Antonio Lanzetta: Invito Stephen King, ma non gli chiedo niente di specifico.

Vorrei solo parlare di libri con lui, senza doppi fini, come se fosse un vecchio amico… 

Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento al prossimo libro.

Luna rosso sangue Salotto Giallo

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