Recensione di Barbara Terenghi Zoia
SINOSSI
Il passato è un labirinto di pensieri cupi, che cercano vendetta.
Lotte Bonnet ha 44 anni, due figli, un marito amorevole con cui è sposata da oltre due decenni e una carriera ben avviata come pasticciera a Vijlen, nei Paesi Bassi, dove vive.
Suo marito, Emil Jukic, sopravvissuto a una diagnosi che, sei anni prima, gli lasciava ben poche speranze, per festeggiare la vita riconquistata ha deciso di intraprendere da solo il Cammino di Santiago.
Ma, all’improvviso, la notizia: mentre si trovava in una regione isolata del Massiccio Centrale, in Francia, Emil si è suicidato.
Lotte è distrutta. Non ha senso, compiere un simile viaggio per celebrare la vita e poi porvi fine in modo tanto violento: Emil, a quanto pare, si è trafitto la giugulare con un coltello.
Eppure, nulla lascia supporre che le cose siano andate diversamente.
E quando Lotte, per disperdere le ceneri, si reca in Bosnia Erzegovina, nel paese natale del marito, scopre un’altra atroce verità: l’uomo affettuoso, forte, che l’ha sostenuta in tante prove dell’esistenza non è mai stato chi le ha detto di essere.
Il vero Emil Jukic è morto nel 1995, trucidato in un’azione della milizia serbo-bosniaca. Chi era dunque Emil? Perché ha mentito?
Quella zona d’Europa così insanguinata ha forse lasciato tracce anche su di lui, tanto da spin gerlo a nascondere la propria identità?
Determinata a scoprirlo, Lotte intraprende a sua volta il Cammino: i suoi passi ricalcheranno gli stessi del marito, dormirà negli stessi letti, mangerà nelle stesse locande.
Senza sapere che qualcuno non la perde di vista un istante.
Qualcuno che ha un obiettivo solo: mettere a tacere il passato, a ogni costo.
Il cammino, il nuovo romanzo di Anya Niewierra, è una commistione tra un thriller psicologico e un romanzo storico.
All’interno ci sono due storie che si alternano e fanno da trame conduttrici per poi sfociare in un’unica soluzione finale.
La trama al presente racconta la storia di Lotte, una cioccolataia che vive nel Limburgo meridionale, tra Olanda e Belgio, insieme ai figli Stefan, Joran e al marito Emil, un rifugiato bosniaco.
Dopo essere guarito dal cancro, Emil parte alla volta della Spagna per intraprendere il Cammino verso Santiago de Compostala, ma arrivato quasi alla fine, si suicida.
Per elaborare il trauma e il lutto, la famiglia parte verso la città natale di Emil, in Bosnia ed Erzegovina per spargere le sue ceneri, ma all’arrivo scoprono che Emil era già morto nel 1995 o, per meglio dire, era morta una persona con i dati anagrafici che lui usava.
Quindi chi era Emil davvero? Quali segreti nascosti lo hanno portato al suicidio? Oppure qualcuno lo ha obbligato?
Lotte è convinta di poter trovare le risposte che cerca solo ripercorrendo il cammino fatto dal marito l’anno prima, dormendo negli stessi ostelli e incontrando gli stessi albergatori.
Inizia così la prima trama, con Lotte come protagonista alla ricerca di risposte e di un po’ di pace. L’ambientazione, in questo caso, si snoda lungo tutto il cammino verso Santiago ed è incredibile e descritta magistralmente.
Anya Niewierra ha sicuramente percorso lei stessa il cammino, perché le descrizioni dell’arbusto nell’angolo del convento, il suono del vento mentre si attraversa il crinale della montagna, i profumi e i colori sono talmente reali da diventare protagonisti della storia.
Anzi, in alcuni punti, l’ambientazione supera per capacità di coinvolgimento, la trama sottostante la storia di Lotte.
il fragore della cascata è impressionante. Che frastuono! Non mi ero mai accorta che un fiume potesse produrre tanti suoni diversi, dal mormorio delicato al rombo selvaggio!
Mentre Lotte prosegue nel suo cammino, tra pace, tranquillità, nuovi incontri e qualche incidente di troppo, subentra, poco alla volta, l’altra trama, il passato del marito.
provo di nuovo quella sgradevole sensazione …L’idea di aver vissuto tanto intimamente con un estraneo
Il tema predominante è la guerra dei Balcani e le sue conseguenze, un argomento complesso sul quale l’autrice si è documentata maniacalmente, leggendo più di quaranta libri.
Quando il presidente Tito, che comandava dittatorialmente sull’ex-Jugoslavia, muore, il paese si sgretola e la guerra civile è, purtroppo, inevitabile.
Un racconto permeato di squarci raccapriccianti creati dalla guerra, collegati a scorci di vita rurale di tre ragazzi, amici fraterni e cresciuti assieme:
da bambino mi sono accorto ben poco delle differenze etniche che in seguito mi avrebbero rovinato la vita. Milan era serbo ortodosso, io musulmano ed Emil cattolico.

Anya Niewierra
Anya Niewierra è un’autrice olandese.
Con Il Cammino (Neri Pozza 2024), che è stato per oltre un anno nella classifica dei libri più venduti nei Paesi Bassi, ha vinto il NS Publieksprijs, il Thrillzone Award per il miglior thriller nederlandese dell’anno e lo Hebban Thrillerprijs, ottenuto anche con il suo libro precedente, Het bloemenmeisje.
Tra le sue opere, si segnalano i romanzi Vrij uitzicht e Het dossier, entrambi nelle selezioni di diversi premi letterari.
Niewierra è stata anche direttrice generale di “Visit Zuid-Limburg”, il primo ufficio di informazioni turistiche dei Paesi Bassi, dove vive.
La forza del romanzo è proprio nella scrittura di Anya Niewierra, fluida e visiva, così che il lettore si ritrova, prima, al fianco di Lotte sui sentieri della Spagna galiziana mentre cerca pace e vive un conflitto interiore non indifferente:
una persona può vivere in una sola dimensione. Nel passato, nel futuro o nel presente, Voglio condannare i miei figli a vivere nel passato?
E poi, attraverso lettere e capitoli brevi, il lettore si immerge in brandelli di storia sulla guerra dei Balcani, arricchita da diversi punti di vista, compreso quello di chi l’ha vissuta trasformandosi in carnefice:
oggi la gente ha più mezzi a disposizione da cui ottenere informazioni. Noi non li avevamo. Non c’era internet nel 1990, non c’erano social media, dove forse avremmo trovato opinioni diverse. Nel 1990 vedevamo e leggevamo solo quello che volevano i populisti serbi. Siamo stati manovrati come marionette e bevevamo storie grottesche sui bosniaci cui poi abbiamo finito per credere. E non vivevamo in una democrazia
Inoltre, si vive anche il punto di vista di chi l’ha subìta, cercando rifugio o nascondigli inesistenti:
le storie che raccontano i media su Srebrenica non sono le mie. I miei ricordi sono quelli di un uomo che è cresciuto in una Iugoslavia pacifica e a ventiquattro anni è stato risucchiato nel combattimento.
Uno stile narrativo molto efficace perché descrittivo e vivido, ma anche spietato perché non nasconde nulla, e giorno per giorno svela un passato angosciante ed un presente pericoloso e quanto mai incerto.
Senza dimenticare il thriller che lega questi due filoni narrativi, dove qualcuno è disposto a qualsiasi cosa pur di nascondere il passato.
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