Recensione di Cristiano Colombo
SINOSSI
Veneto, marzo 1987.
In una fredda mattina di fine inverno viene ritrovato il cadavere di un camionista alla guida di un autocarro che trasporta rifiuti tossici.
L’indagine sul delitto è affidata al maresciallo dei carabinieri Giovanni Piconese e al suo più stretto collaboratore, il brigadiere Giacomo Zanella.
Vicino alla sessantina, di temperamento riflessivo e pacato, Piconese è un Maigret di provincia, che al pari del suo omologo transalpino è dotato di un intuito infallibile e di una naturale capacità di comprendere l’altrui psicologia.
Indagando sull’omicidio del camionista, Piconese e Zanella s’imbattono in una storia piena di ambiguità, di inganni e rispecchiamenti: nulla di ciò che appare è vero, tutto rimanda ad altri luoghi, ad altre persone e perfino ad altre epoche: fino a misteri e vecchie leggende che ammantano l’antica storia alemanna legata a doppio filo con quel territorio.
Comincia così un viaggio nel Veneto profondo degli ‘80, al tempo in cui quella regione operosa comincia a vendersi l’anima e a trasformarsi nel Nordest del miracolo economico, della piccola impresa affamata e arrembante, locomotiva d’Italia che cresce a ritmi forsennati, evade le tasse e non si fa problemi a violare le regole.
La cattiva terra è un libro denso e complesso che mira a un pubblico amante della letteratura profonda e delle atmosfere lente e riflessive.
A primo impatto sembra una classica storia di mistero immersa nel paesaggio rurale veneto, con ombre, segreti e una certa cupezza che richiama il noir.
Ma sotto la superficie, è molto più di questo: è un’indagine quasi antropologica sul radicamento delle persone alla propria terra e sull’inevitabile conflitto tra modernità e tradizione.
La narrativa di Matino si distingue per la sua attenzione ai dettagli storici e culturali, un tratto che rende la trama a tratti avvincente ma a tratti frustrante.
Ritmo volutamente lento e riflessivo, che spiega l’idea che la stessa terra “cattiva” possa resistere a qualsiasi tentativo di venire esplorata o spiegata in modo lineare.
Per chi ama l’immersione totale, l’atmosfera che Matino crea è notevole: il paesaggio, quasi un personaggio a sé, cattura e intrappola i protagonisti e i lettori, lasciandoli con un senso di malinconia e incompletezza.
Perciò, se apprezzata in modo critico, La cattiva terra risulta essere un romanzo ambizioso, che esplora le sfumature oscure e sfuggenti dell’identità rurale italiana.
Non è però un libro che offre risposte o chiusure soddisfacenti, e questo potrebbe essere considerato un punto debole o di forza, a seconda del lettore: chi cerca risposte definitive probabilmente ne resterà irritato; chi invece trova fascino nel mistero irrisolto e aperto all’immaginazione del lettore potrà cogliere la profondità e il senso di sfida voluti da Matino.
Possono essere apprezzabili entrambe le soluzioni purché siano in linea con il libro.
La cattiva terra invece si pone come un romanzo di mistero, un genere che, generalmente, offre una gratificazione al lettore sotto forma di risposte…
Scordatevela.

Umberto Matino
Umberto Matino è uno scrittore italiano apprezzato e noto per i suoi romanzi ambientati nelle zone rurali del Veneto, che esplorano miti, leggende e misteri locali.
Con ogni capitolo, Matino sembra quasi aggiungere cose, per poi svelare ben poco di esse.
La sensazione che si avverte leggendo è di continua attesa di capire qualcosa.
Quella imbastita da Matino non è tanto una trama, quanto una ragnatela di interrogativi lasciati a mezz’aria.
Questo effetto di sospensione potrebbe essere un colpo di genio narrativo, un modo per sottolineare l’indefinibile essenza della provincia, o semplicemente una mossa che lascia il lettore interdetto, chiedendosi se non abbia perso qualcosa per strada.
Matino dipinge il Veneto rurale con una tale dovizia di dettagli da farci sentire anche la sua assenza mentale .
Non è il Veneto idilliaco delle colline, ma una provincia tetra, avvolta nel sospetto e nella superstizione. I personaggi sono figli modellati dalla terra stessa: duri, chiusi.
La terra è “cattiva” non solo per la sua aridità, ma perché non lascia scampo.
L’atmosfera si fa densa e claustrofobica, e si ha la sensazione che anche le parole abbiano un peso, generando un’ inerzia che un po’ blocca lo slancio narrativo.
A un tratto si ha l’impressione che l’ambiente sia un personaggio vivo, forse addirittura l’unico protagonista veramente tratteggiato.
La scommessa è quanto può reggere la pazienza del lettore medio prima che la nebbia inizi a diradarsi?
Matino non ci dà nessuna certezza, come a volerci far comprendere che in fondo la redenzione o la chiarezza non sono per tutti.
Invece di protagonisti tridimensionali, ci troviamo di fronte a figure quasi spettrali, distanti e scolpite dal paesaggio, immutabile.
Ogni loro azione appare tanto inevitabile quanto ininfluente. Sono mossi più dagli eventi che da volontà personali.
Ora, questo può essere il punto di forza o di debolezza del romanzo, a seconda di chi legge.
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