Il male che non c’è di Giulia Caminito

Il male che non c'è Salotto Giallo

Rubrica a cura di Cristina Casareggio

Recensione di Francesca Pica

SINOSSI

Capita, nella vita, che l’universo ci appaia diviso tra quelli che agiscono e non si fanno spaventare dal mondo e quelli come noi, abitati da un dolore nascosto sottopelle.

Per Loris tutto ha avuto inizio nel tempo bambino, quando le estati erano piene di fascino come l’orto di nonno Tempesta, vicino alle rovine dell’antica Galeria.

Quando era insieme al nonno, il bisogno eccessivo di leggere per scacciare le angosce scompariva e lui imparava cose meravigliose come costruire una voliera e allevare i colombi, fedelissimi e iridescenti.

Ora Loris ha trent’anni, ha fatto della lettura il suo mestiere, vive in città e ha una fidanzata di soprannome Jo.

Ma il lavoro in casa editrice è precario, l’ansia di non essere all’altezza dell’età adulta lo schiaccia, lo divora. Loris scivola dentro sé stesso, prima per difendersi, poi per auscultare i messaggi d’allarme che il suo corpo gli manda.

C’è un male dentro di lui, un male capace di portarsi via ogni residuo di speranza. E mentre i medici, la fidanzata, i genitori appaiono sempre più lontani, a Loris rimangono solo due alleati: i social media, sollievo e nutrimento per i suoi fantasmi, e Catastrofe, la creatura mutaforme – gatta, lupa, amica, sposa – che gli sta vicino nei momenti più difficili

Il dolore è come un uovo dal guscio compatto, senti d’averlo ingoiato e scende giù – gola, esofago, stomaco – , trova il luogo in cui depositarsi, non si cura del giorno e del momento, ha sempre voglia di farsi ascoltare, è ovale, è cemento, è incredibile che esista e occupi spazio.
Il dolore sta lì e spinge, spinge e diventa bolo, nodulo, è sodo, lo puoi tastare sottopelle, finché il guscio non si crepa e qualcosa esce.

Inizia così Il male che non c’è, con il dolore che sarà il tema di tutto il romanzo. Il dolore fisico, il dolore mentale, il dolore sentimentale.

Loris, il protagonista, ne soffre in modo continuativo.

Sente di provare dolore in ogni anfratto del corpo, crede di avere qualunque malattia esistente, cerca i sintomi e fa le analisi.

Lui quel male lo vuole trovare, quel dolore lo vuole mettere a tacere.

Loris, un trentenne con un contratto di stage presso una casa editrice, che ama i libri e a cui da piccolo vietavano di leggere.

Loris, che ne Il male che non c’è ci racconta la sua vita, così simile a quella di un’intera generazione, a partire da quell’infanzia spensierata con suo nonno Tempesta, proseguendo con l’adolescenza e la storia con Jo, per arrivare all’età adulta, che di adulto ha ben poco.

Le estati da bambino passate a Ponte Galeria con Tempesta, che per Loris è una sorta di supereroe – o più semplicemente – è l’unico in grado di dargli amore:

ma a lui (tempesta) piaceva fare da solo, chiedere consiglio agli amici contadini che abitavano intorno, tra le cascine di campagna che spuntavano sulle colline fino alla grande macelleria, tra immondizie abusive e poltrone per permettere alle prostitute di sedersi a bordo strada. E se ogni cosa fatta senza manuale, senza regole scritte, poi fosse venuta fuori sbilenca, a Tempesta non sarebbe importato, se avesse continuato a rompersi lui la avrebbe riparata, chè il tempo non gli mancava e aveva passato metà vita a girare da un continente all’altro e adesso quel semicerchio gli bastava.

È Tempesta che spiega a Loris la vita: nel giardino della sua casa sbilenca, nelle luminarie di Natale nella cantina, nella voliera costruita per i piccioni.

È una continua metafora per aiutare il Loris bambino ad uscire dal suo guscio e a gettarsi nella grande avventura della vita.

In questi continui salti temporali, vediamo come Loris prova a farsi strada in un mondo in cui chi si ferma è perduto, in cui se non sei squalo, sei pesce e vieni mangiato.

Un mondo in cui l’indolenza, la disfatta e la manchevolezza non possono esistere.

Ed è forse per (s)fuggire a tutto ciò che Loris si accompagna a Catastrofe, una creatura immaginaria e mutaforme che sembra voglia tirarlo più giù di quanto già non sia.

Catastrofe accarezza e lusinga le paranoie di Loris, le alimenta, rinforza quell’angoscia che lo accompagna costantemente.

Ma Loris non riesce a mollare l’angoscia che lo ha assalito, quella che non si stacca mai dal suo corpo. L’angoscia di essere sé stesso.

È questo il fulcro del romanzo: l’essere sé stessi, con le proprie mancanze, con le proprie sensibilità in un mondo che ti aggredisce, che ti vuole competitivo, che non accetta debolezze.

Cosa succederà a quel ragazzino nella foto lui lo sa, eppure non può fare niente per salvarlo, né da sé stesso né dal dolore, perché così avviene: il male arriva e passa schiacciando e livellando, deviando il corso del fiume che sei stato.

Loris, diventa così il simbolo di un’intera generazione che cerca di crearsi il suo posto nel mondo.

Verrà amato, odiato, compatito perché in un certo senso Loris è in ognuno di noi: quella parte di dolore, di abbattimento, ma allo stesso tempo di forza, di voglia di reagire.

Giulia Caminito

Giulia Caminito è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica.

La Caminito ha descritto la sua generazione in modo magistrale, nonostante a volte il linguaggio risulti troppo “aulico” e smorzi la storia, tanto che sembra fare dei giri in tondo senza mai arrivare a un punto definito.

Il male che non c’è è un romanzo sulla sensibilità, sul dolore e sulle fragilità che ci accompagnano e che debbono diventare il punto di forza per “vincere” questo mondo sempre più crudele.

Gli ricordava che nonostante gli urti e le perdite c’era sempre una parte che resisteva, che non si faceva distruggere e che poteva trovare nuova vita, un posto imprevedibile dove continuare a esitere.

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