L’uomo di vetro di Anders De La Motte

L'uomo di vetro Salotto Giallo

Recensione di Samuela Moro

SINOSSI

Qualcosa si sta svegliando dentro di lui, mentre risale dall’abisso. Una sensazione di tormento. E di fame.

Al limitare fra lo Småland e la Scania, dove le foreste impediscono anche alla luce di entrare, al centro di un lago scuro e gelido c’è un’isola.

Sotto l’isola, una miniera abbandonata: Stjärngruvan, la Miniera delle Stelle.

La storia della miniera è costellata di inspiegabili incidenti, presenze da altri mondi, misteriose sparizioni, morti violente.

L’unica cosa certa è che ha fatto la fortuna degli Irving, col suo tesoro di vetro nero, l’ossidiana.

Senza il loro permesso, nessuno può avvicinarsi all’isola, ma la sua sinistra leggenda attira molti curiosi, compreso l’urbexer Martin Hill, esperto di luoghi abbandonati.

Così, quando Nova Irving si rivolge proprio a lui per scrivere la storia della famiglia, Martin non esita un istante ad accettare. Non importa se questo significa trasferirsi nella dimora immensa degli Irving, isolata e inaccessibile al resto del mondo, abbandonando la sua vita di prima.

Non importa se questo significa non vedere più Leo. Leo, Leonore Asker, ormai stabilmente a capo della divisione Casi disperati e Anime perdute, fra le altre cose è preoccupata anche per Martin.

I problemi non le mancano: suo padre è tornato a tormentarla, forse è coinvolto addirittura in un omicidio.

Diversamente dalla sua, la famiglia Irving è troppo perfetta per non nascondere dei segreti. Segreti che riposano nelle viscere della terra, segreti che possono uccidere.

Ma proprio quando Martin si avvicina alla verità, l’uomo di vetro emerge dalle tenebre in cui era rimasto per lungo tempo, un luogo di oscurità e sonno da cui nessuno è mai tornato. Nessuno tranne lui.

La rana continuava a rimanere immobile, con gli occhi chiusi.

Come se dormisse. Come se stesse aspettando il ritorno della primavera e del caldo.

Lui si chiedeva sempre cosa sognasse, immersa in quel buio eterno. Ora lo sa.

Dopo Il respiro della farfalla, Anders De La Motte firma un crime intenso, che vede nuovamente protagonisti l’investigatrice Leo, Leonore Asker e l’urbexer Martin Hill.

Si dirige verso nord attraverso la Scania. Sono quasi le quattro del mattino, si sta avvicinando la cosiddetta “ora del lupo” e fuori dal finestrino la natura è cambiata. I boschi sono più fitti, interrotti soltanto da singole rocce nere che emergono dal sottosuolo.
Le rocce primordiali dello scudo finno-scandinavo.
Conosce questo tipo di ambiente come il palmo della sua mano. Si sa muovere attraverso di esso silenziosa come un fantasma. Un paragone piuttosto calzante, pensando a dove sta andando.
Nella Terra delle ombre. Dal suo stesso fantasma.
Le strade che percorre si fanno sempre più strette, il bosco si avvicina sempre più al bordo della strada, il cielo sembra scendere quasi fino alle cime degli alberi.

Il racconto è ambientato nella zona più meridionale della Svezia, la Scania, un’affascinante ma a tratti oscura area costellata di laghi e foreste, così come di luoghi abbandonati.

È proprio questo tipo di luoghi a rappresentare il perfetto oggetto di ricerca e studio per la urban exploration, la passione di Martin Hill, uno dei protagonisti.

Hill, infatti, ama esplorare luoghi abbandonati, ne è attratto e incuriosito, sin da ragazzo.

Martin si appassiona alle vicende e ai luoghi di vita degli Irving, una famiglia molto ricca e influente a capo dell’Alfacent Industries, azienda che produce strumenti chirurgici d’avanguardia, costruiti grazie al vetro nero, l’ossidiana.

Questo suo interesse lo porta quindi ad accettare immediatamente l’incarico di Nova, ultima erede degli Irving, che chiede a Hill di trasferirsi nella misteriosa ed inviolabile residenza di famiglia, Stjarneholm, per poter scrivere un libro celebrativo su di loro.

A questo filone narrativo si intreccia l’indagine di Leo Asker, amica d’infanzie di Martin Hill che, contattata da suo padre dopo quindici anni di silenzio tra i due, è decisa a scagionarlo da un’accusa di omicidio, nonostante il loro difficile rapporto.

Anders De La Motte

Nato nel 1971 nel piccolo villaggio di Billesholm, vive e lavora a Lomma.

Dal 1994 al 2002 ha lavorato come poliziotto a Stoccolma prima di trasferirsi a Copenaghen con l’incarico di responsabile della sicurezza della multinazionale Dell e lavorare spesso all’estero, in Europa, Medio Oriente e Africa.

Nel 2010 ha esordito nella narrativa con il thriller Il gioco, prima parte di una trilogia da 200000 copie vendute nella sola Svezia con protagonisti la detective Rebecca Normén dei Servizi Segreti Svedesi e il giovane immaturo Henrick (HP) Pettersson alle prese con trame intrise di fantapolitica e cyberspionaggio con riflessioni sulla privacy e la condivizione dei dati.

Nel 2015 UltiMatum è stato insignito del Premio svedese per la letteratura gialla per il miglior romanzo.

La maestria di De La Motte sta proprio nella creazione di una trama molto approfondita e perfettamente coerente, seppure ricchissima di dettagli nei luoghi, nei tempi e nei personaggi.

Le vicende della famiglia Irving con il loro ginepraio di segreti, misteri e bugie sono raccontate attraverso la descrizione della psicologia dei suoi numerosi membri e dei legami che intercorrono tra loro. Inoltre, il tema delle difficoltà relazionali tra genitori e figli, più nello specifico della ricerca di approvazione da parte dei figli di padri egoisti e incapaci di fare i padri, si ripropone anche nel personaggio di Leonore.

Il rapporto tra l’ispettrice e suo padre infatti, si è rotto proprio a causa dei soprusi psicologici che l’uomo ha compiuto sulla figlia quando era solo una ragazzina.

“Per quindici anni ha tenuto Per l’Apocalittico rinchiuso nella sua testa. Il suo incubo. Il suo spettro. Ogni tanto anche il suo salvatore, per quanto strano possa sembrare. E allo stesso tempo, il suo punto debole.”
Il padre di Leo parlava di sua figlia come se l’ammirasse, ma allo stesso tempo la odiasse.
In questa altalena di sentimenti contrastanti e di strani legami di lealtà c’è forse la possibilità che sta cercando.”

L’autore approfondisce molto e bene questa tematica, portando il lettore a chiedersi fino a che punto si può spingere il disinteresse di un padre verso i propri figli e, viceversa, cosa sono disposti a fare i figli per compiacere ed apparire perfetti agli occhi del genitore assente.

Le relazioni ed i forti legami tra tutti i personaggi sono intensi, a tratti ambigui, scomodi e difficili, ma al contempo sono il pennello usato da De La Motte per dipingere dei protagonisti meravigliosamente umani.

È grazie ai loro legami che i personaggi prendono forma, fisicamente e psicologicamente.

Sono il loro vissuto e l’intreccio delle loro vite a descriverli e farli emergere, a renderli in ultima analisi reali.

La storia de L’uomo di vetro si svolge alla classica maniera del giallo, ma viene piacevolmente arricchita da alcune novità nel genere, che le conferiscono delle sfumature attuali e a tratti sci-fi.

Vengono infatti citate tematiche moderne come l’urban exploration, disciplina contemporanea molto in voga, e richiami al mondo della scienza e della medicina attuale, con uno sguardo futuristico e con gli inevitabili dubbi etici che ne derivano.

Nonostante le seicento pagine, il volume ha un ritmo crescente e la lettura ne risulta rapida e leggera, grazie ad uno stile descrittivo ma incalzante e, nei tratti più movimentati, quasi cinematografico.

I capitoli sono brevi, e si accorciano ulteriormente con l’aumentare dell’azione.

Essi alternano i punti di vista dei personaggi seguendo la cronologia dei fatti, con qualche breve flashback e richiamo al passato.

L’uomo di vetro è un romanzo crime adrenalinico dalla scrittura intensa, con protagonisti descritti con profonda conoscenza dei legami umani.

Un giallo davvero interessante per l’attualità e modernità delle sue tematiche e dei riferimenti, ambientato in una fredda ma meravigliosa Svezia, luogo in cui natura e mistero si fondono alla perfezione.

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