Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Emanuela Ferrara
Oggi nello spazio interviste “In salotto con…” ospite Roberto Barbolini.
Roberto Barbolini (Formigine, 1951) esordisce come giornalista a Il Giornale di Indro Montanelli. Si occupa di critica teatrale e poi di libri e lavora con Giovanni Arpino. Nel 1988 passa alla redazione cultura e spettacoli di Panorama. Attualmente collabora con Tuttolibri, Italia Oggi e QN-Quotidiano nazionale. All’attività giornalistica, affianca un’intensa attività di studioso e saggista. Collabora a prestigiose riviste letterarie come Il Verri e Paragone.
Roberto Barbolini ha pubblicato numerosi romanzi, saggi e raccolte di racconti, tra cui La strada fantasma (Garzanti 1991), premio Dessì nel 1992, Stephen King contro il Gruppo 63 (Transeuropa, 1998), Vampiri conosciuti di persona (La Nave di Teseo 2017). Con la raccolta di racconti Il maiale e lo sciamano (La Nave di Teseo 2020) ha vinto il Premio Majella e il Premio Guareschi 2021.
Nel 2024 Barbolini pubblica con la casa editrice Bibliotheka il saggio Il detective difettoso, di cui trovate la recensione a cura di Emanuela Ferrara a questo link. L’autore, per l’occasione, ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda per noi.
Salotto Giallo: Ne Il detective difettoso analizzi l’evoluzione del genere giallo nel corso della storia. Proviamo ad analizzare l’evoluzione del lettore (non solo del genere), com’è cambiato l’approccio alla lettura di un giallo?
Roberto Barbolini: Penso che oggi sia un po’ venuto meno quel gusto per il “proibito” che dava un che di peccaminoso alla lettura di romanzi polizieschi. Si tratta di un genere considerato a lungo scabroso perché trattava di omicidi, sesso e violenza.
Ricordo ancora il brivido di trasgressione provato quando, più o meno dodicenne, sul tavolo in marmo d’una vecchia casa di campagna che non esiste più trovai la copia d’un romanzo di Rex Stout, Nient’altro che la verità. Era stato dimenticato dai miei prozii di Milano. Quello fu l’inizio d’un contagio che dura ancora.
Oggi invece il giallo, da salutare letteratura d’evasione che era, rischia di trasformarsi nel capofila della nuova narrativa perbene con alibi di denuncia sociale all’insegna della political correctness.

Nel Detective difettoso metto appunto in luce il fatto che l’asfissiante Impero del Bene in cui viviamo sta modificando profondamente anche lo statuto di quella figura cardine del poliziesco che è l’investigatore.
Salotto Giallo: Secondo studi scientifici, per quanto paradossale possa sembrare, la paura e l’incertezza della trama possono inondarci di una sensazione di piacere. Quando un personaggio è in pericolo, infatti, il cervello si calma. Concordi con questa tesi? E quale effetto ha su di te un libro giallo?
L’emozione più vecchia e più forte del genere umano è la paura. Lo sostiene chiaro e tondo un maestro dell’orrore letterario come H.P. Lovecraft e io non posso che essere d’accordo. Ma trovandosi in una posizione di sicurezza, come lo spettatore che dalla riva osserva un naufragio, il lettore di gialli trasforma l’atavica sensazione di paura instillata dal pericolo altrui in un brivido di piacere.
ll detective difettoso ripercorre proprio quella tradizione culturale che partendo dall’estetica settecentesca del Sublime nobilita questo gusto dell’”orribilmente bello”. Una tradizione che attraverso il romanzo gotico arriva a Poe, scrittore di racconti del terrore ma anche padre del racconto poliziesco, per poi spingersi fino all’hardboiled di Hammett, Chandler e Chester Himes, o al soft-hardboiled di Stuart Kaminsky.
Tutti autori che non dimenticano come il miglior antidoto alla paura sia l’umorismo: una ricetta di cui cerco di fare tesoro sia come lettore, sia quando scrivo.
Sempre a proposito di gialli e lettori, credi che nel lettore si accenda anche la scintilla della “competizione”? Il lettore che si mette nei panni dell’investigatore e cerca di essere migliore di lui…
Roberto Barbolini: Quello della competizione è un modello che magari poteva funzionare ai tempi del giallo classico alla Sherlock Holmes o alla Philo Vance. Ancora Ellery Queen (in realtà la coppia di cugini costituita da Frederic Dannay e Manfred B.Lee) a volte lo sfruttava con le famose “sfide al lettore” piazzate a tre quarti della trama, sostenendo di aver onestamente fornito tutti gli elementi per una corretta soluzione del caso.
Ma da quando, per dirla con le parole di Raymond Chandler, «Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori», mi sembra che questo aspetto agonistico abbia progressivamente perso peso.
Per quanto mi riguarda, anziché competere con le astuzie dell’autore preferisco lasciarmi ingannare da lui, abbandonandomi alla deriva della narrazione. E magari restare ingenuamente sorpreso dalla soluzione finale.
Salotto Giallo: Sei autore, tra gli altri, di Ligabue Fandango di cui vorrei sottolineare la centralità dell’ambientazione. I paesaggi, le terre di cui scrivi, sono anch’essi protagonisti. Nei libri gialli, thriller, gotici… quanto è importante questo aspetto?
Roberto Barbolini: Direi moltissimo. Per il romanzo gotico terre d’elezione erano paesi papisti come la Spagna nel Monaco di Lewis o l’Italia tutta pugnali e veleni completamente reinventata a tavolino dalla Radcliffe ne L’italiano- o il confessionale dei penitenti neri.
Quanto al romanzo poliziesco, le scene del crimine possono variare dalla categoriale villa nello Yorkshire all’insonne Londra holmesiana, fino alla giungla d’asfalto delle metropoli americane care all’hardboiled. Esse rivestono in ogni caso un’importanza cruciale. Rubando una bella intuizione di Antonio Faeti, direi che il detective è spesso un autentico “urbanista del crimine”.
Salotto Giallo: Giochiamo con la fantasia: hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?
Roberto Barbolini: Non ho dubbi, inviterei Dashiell Hammett, uno che il detective lo ha fatto per davvero. Purtroppo per lui, ma per nostra fortuna, la malasorte lo rese un “detective difettoso”. Fu infatti costretto a mollare pedinamenti e perquisizioni per colpa della tubercolosi. Approdato dall’Agenzia Pinkerton ai pulp magazine, proprio la sua formazione da irregolare, affascinato dalla letteratura highbrow, lo portò a coltivare un’idea elevata della narrativa poliziesca.
La sua insofferenza per il giallo classico, alla Van Dine, ne è una conferma. Hammett aveva una concezione sperimentale della detective story, come di un genere in continua evoluzione.
Chissà che cosa s’inventerebbe oggi il suo cinico e disincantato Continental Op, lui che era pronto a rubare la gruccia a uno zoppo per ridare vigore a un genere così inflazionato come il giallo. Oggi non c’è magistrato, salumiere, avvocato, giornalista in pensione o suora di clausura che non ne abbia uno nel cassetto. Mi piacerebbe proprio chiederglielo.
Eppure, nel momento stesso in cui formulo questo pensiero, un dubbio fastidioso mi tormenta: forse oggi Hammett, davanti all’overdose di giallisti d’ogni genere, in pianta stabile o a mezzo servizio, piuttosto che scrivere un romanzo hardboiled si darebbe alla narrativa rosa.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la disponibilità all’intervista.


