In salotto con… Roberto Zannini

Intervista Roberto Zannini

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Monica Truccolo

Oggi nello spazio interviste “In salotto con…” ospite lo scrittore Roberto Zannini.

Roberto Zannini (Mestre 1959), oltre che scrittore, è un appassionato alpinista. Abita in montagna dove ha lavorato per quarant’anni nel settore del consolidamento montano. In questo stesso ambito ha depositando una serie di brevetti e promosso progetti di sviluppo per teleoperatori robotici. Come autore ha pubblicato una trilogia di romanzi gialli ucronici, Le inchieste dell’ispettrice Sasha Trieste, oltre a romanzi storici e di fantalpinismo, un genere da lui stesso creato.

Con il suo libro Il secondo modo di fare le cose, pubblicato da Mondadori nel 2023, ha vinto il premio Tedeschi.

Nel giugno 2024 il libro viene pubblicato per la collana gli Oscar Mondadori. Monica Truccolo lo ha letto e recensito per Salotto Giallo, trovate la recensione a questo link. Roberto Zannini si è reso disponibile a rispondere ad alcune nostre domande in questa piacevole intervista.

Roberto Zannini: Salve, vorrei innanzitutto salutare i lettori di Salotto Giallo e ringraziare per questa occasione.

Salotto Giallo: Grazie a te Roberto. Cominciamo con la prima domanda.

Eva Carini, donna eclettica e caparbia, è un personaggio che colpisce il lettore soprattutto per il suo modo di agire diretto che ottiene risultati aggirando ogni ostacolo, soprattutto burocratico. Ci racconti come è nata? Ti sei ispirato a una tua conoscenza o è frutto esclusivo della tua fantasia?

Roberto Zannini: Eva Carini è frutto della fantasia, nel senso che non s’ispira a nessuna mia conoscenza.

Le sue radici affondano però in una folla di personaggi che le sono alle spalle. Donne risolute, madri di famiglia, casalinghe, professioniste, manager o collaboratrici domestiche. A queste, in maniera inconscia, ho prelevato finalità e modi, filtrando quella che è la caratteristica più saliente del carattere di Eva. La determinazione.

Salotto Giallo: Nel romanzo affronti tematiche sociali delicate e rilevanti, penso alla malattia mentale e a chi ritiene di agire impunemente dando un prezzo a qualsiasi cosa. Perché hai scelto di parlarne all’interno di un thriller?

Roberto Zannini: C’è un momento particolare nell’elaborazione di un giallo, quello in cui l’idea è ancora embrionale. E’ allora che si decide cosa metterci dentro. A questo punto ho capito che uno degli elementi doveva essere un personaggio con questo atteggiamento derivato dalla familiarità con il potere. Nel mio ambiente, quello dei cantieri e degli appalti pubblici, ne avevo avuto varie dimostrazioni. Poi c’ho messo questo elemento tragico, creato dalla malattia mentale, nel caso specifico dalla schizofrenia, perché avevo avuto modo di frequentare persone affette da questo male.

La domanda che mi farei sarebbe questa. Questi ingredienti sono stati pesati, prima di essere aggiunti all’impasto? No, a mio parere, l’operazione deve essere istintiva.

Salotto Giallo: L’ambientazione del romanzo si divide tra il nord-est del Veneto e i suoi dintorni, tuoi luoghi natali, e l’Ecuador. Quanta importanza riveste per te l’ambientazione nell’economia di una storia?

Roberto Zannini: L’ambientazione è molto, forse non è tutto, ma di sicuro è parte importante di quel meccanismo che permette al lettore d’immergersi e navigare nella vicenda seguendo il protagonista.

Per quanto mi riguarda, preferisco luoghi senza particolari note di spicco da cui tento di far emergere un senso. Caselli abbandonati, piazzole di sosta, sottopassaggi, questi sono i posti che preferisco.

Penso che cattedrali e gallerie di quadri ci abbiano un po’ tutti stufati e risultino alla fine solo degli artifici, dei tasselli inseriti ad arte per creare un effetto. Meglio partire dall’anonimo e provare a trovarci un perché.

Salotto Giallo: Come si approccia la stesura di un romanzo come questo, che presenta al suo interno una moltitudine di intrecci, di personaggi secondari e un ritmo incalzante dove anche l’ambientazione muta da un continente a un altro?

Roberto Zannini: Non sono uno da scalette. Da schede con le descrizioni dei personaggi, da crono programmi di scrittura fatti con Excel.

Per mia fortuna, sono dotato di una memoria discreta e tengo tutto in testa, ripassandolo più volte, di solito quando faccio la doccia.

Ci vuole forse più concentrazione, rispetto ad una scaletta, ma posso assicurare che sono il primo a voler rimanere a fuoco.

Il mio trucco, se si può chiamare così, è quello di dare solidità al protagonista e poi farlo agire alla sua maniera. In questo modo, trovo il più valido degli aiuti. Lui conosce quella realtà meglio di me e sa cosa deve fare.

Salotto Giallo: Il finale aperto lascia immaginare un seguito di Il secondo modo di fare le cose. E’ previsto un ritorno alle indagini di Eva Carini?

Roberto Zannini: Il finale di Il secondo modo di fare le cose è senza dubbio aperto. Solo parte della vicenda è stata risolta e rimane un grosso punto di domanda.

Cosa farà adesso Eva Carini? Per i lettori di Salotto Giallo posso anticipare una piccola cosa: il seguito è già stato scritto.

Salotto Giallo: Giochiamo con la fantasia. Hai la possibilità di sederti nel nostro Salotto con il tuo autore preferito, per fargli una sola domanda: chi inviti? E cosa gli chiedi?

Roberto Zannini: Premetto che sono un lettore compulsivo. Una volta rinunciai ad una gita in barca tra le isole di Los Roques per dedicarmi ad un giallo scolorito che non era niente di particolare. Per cui,

ho una cerchia di autori preferiti ma, tra tutti, brilla la luce di John le Carré. E’ sempre stato lui il mio riferimento.

Ecco, visto che siamo nel campo delle ipotesi, poniamo il caso che possa sedermi con le Carrè in Salotto Giallo e porgli una domanda.

Cosa gli chiederei? Inutile perdersi in quesiti su stile e strutture. Certe cose non si possono tramandare a parole, bisogna maturarle dentro. Storia personale? Fuori luogo.

Una cosa avrei però da chiedergli e può essere intesa a pieno credo da un accurato lettore delle sue opere. Proverò a descriverla.

Quando George Smiley, tessendo la sua ragnatela, riesce a richiamare dall’Est Karla, il Direttore della sezione controspionaggio del KGB e Karla passa alla parte americana di Berlino, in quel preciso momento un oggetto che è stato elemento d’unione nella vicenda, cade a terra in prossimità di Checkpoint Charlie. Si tratta di un accendino, gettato da Karla in segno di resa, un Ronson regalo di Ann, moglie di Smiley al marito che porta l’incisione “A George con amore. Ann.” Accendino che è stato prestato anni prima da Smiley a Karla durante un tentativo di reclutamento in India e diventato emblema di come il Direttore KGB avesse accesso al cuore del Circus. Il quesito nasce dalla dicotomia che dovrebbe esistere tra autore e protagonista e questo chiederei a le Carré. Lei, Maestro, l’accendino lo raccoglierebbe o lo lascerebbe lì, come ha fatto Smiley?

Salotto Giallo ringrazia l’autore Roberto Zannini per la sua disponibilità e cortesia, sperando di poterlo riavere presto con noi.

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