Il secondo modo di fare le cose di Roberto Zannini

Il secondo modo di fare le cose Salotto Giallo

Recensione di Monica Truccolo

SINOSSI

Eva Carini, ex criminologa esperta in delitti sessuali, si è costruita una nuova esistenza dopo un incidente che le ha divorato due anni di vita, lasciandole i postumi di un trauma che solo l’uso di oppioidi può mettere a tacere.

Ora vive in un paesino incassato nel Canale del Brenta dove gestisce un impianto di cremazione, Fabbrica Kronos.

Un giorno viene a sapere che il mostro che stava inseguendo – soprannominato Infinito per l’incisione a forma di otto rovesciato che lascia sui corpi delle vittime – ha colpito ancora.

È giunto il momento di prendere l’assassino, a qualsiasi costo.

E i mesi trascorsi in Messico a studiare i casi di femminicidio hanno insegnato a Eva come. Perché adesso sa che ci può essere un secondo modo di fare le cose.

Eva Carini, la protagonista de Il secondo modo di fare le cose, è una ex criminologa e patologa forense, cresciuta nel nord-est d’Italia, in Veneto.

Era una donna con una professione soddisfacente, una solida carriera ben avviata come criminologa, specializzata in casi di femminicidio.

Dopo un incidente sul lavoro e un lungo periodo di coma che le ha lasciato dei vuoti di memoria e una dipendenza dagli oppiacei che l’aiutano a sopportare i forti dolori e gli spasmi muscolari – conseguenza delle numerose fratture provocate a seguito dell’incidente – ha deciso di abbandonare la professione.

Ora vive in un paesino incastonato nel Canale del Brenta, con il fedele cane Dingo, e ha comprato e gestisce un impianto crematorio, che ha chiamato la Fabbrica Kronos.

Non ha mai dimenticato il suo mestiere e non ha mai tagliato i ponti con la sua vita precedente, e quando la società di intelligence e sicurezza, unico suo contatto rimasto, la chiama, Eva risponde con ansia e inquietudine. 

Il mostro è tornato, quel mostro che Eva inseguiva prima dell’incidente ha colpito ancora, è tornato a uccidere.

Quella di uscire la mattina, alle luci dell’alba, era un’abitudine antecedente all’arrivo di Dingo, che poi si era sviluppata fino a trovare una sua completezza, negli intenti e nella forma. Dingo l’aspettava alla porta laterale, le annusava le scarpe, lei gli passava una mano sul capo e poi apriva.

Il romanzo non dà tregua e la trama è ricca di colpi di scena, con Eva all’inseguimento di un assassino che marchia con il segno dell’infinito (un otto rovesciato, messo in orizzontale) le sue vittime, quattro giovani ragazze che poi sbianca e deterge con la candeggina.

Una storia molto originale, ben scritta, coinvolgente e avvincente, un giallo che si fa apprezzare anche per la singolarità del tema e della struttura descrittiva, costruita con grande abilità dall’autore.

I personaggi sono ben caratterizzati e descritti in maniera esaustiva, a cominciare proprio dalla protagonista, Eva Carini.

La donna, nonostante i dolori che mai l’abbandonano, è decisa a risolvere il caso, contro tutti e tutto. affidandosi esclusivamente al suo istinto e al suo fiuto, difformi dal pensiero ufficiale.

Ci sono due modi di fare le cose. Uno convenzionale, sicuro ma non sempre efficace, e un altro che mira ai risultati quando con il primo non se ne possono avere.

Un romanzo caratterizzato da molteplici aspetti, dove si affrontano numerose tematiche, più o meno sensibili: personaggi implicati con la mafia lituana, la malattia mentale e personaggi prepotenti abituati a mettere tutto a tacere con i soldi.

Una storia che esprime lo sgomento dei nostri tempi, dove sempre più ci si isola in noi stessi, e solo chi ha già vissuto tutta la sofferenza possibile ed è riuscito, fisicamente e mentalmente a superarla, può sfidare senza alcuno scrupolo la caccia alla verità.

Si empatizza fin dalle prime pagine con alcuni personaggi, il lettore si sente partecipe delle loro azioni, si sente parte del libro, mentre verso altri prova quasi una repulsione fisica: persone losche, false che cercano sempre di ingannare il prossimo.

Roberto Zannini

Roberto Zannini (Mestre 1959), appassionato alpinista, abita in montagna dove ha lavorato per quarant’anni nel settore del consolidamento montano.

Come autore ha pubblicato una trilogia di romanzi gialli ucronici, “Le inchieste dell’ispettrice Sasha Trieste”, oltre a romanzi storici e di fantalpinismo, un genere da lui stesso creato.

Con Il secondo modo di fare le cose (2023) ha vinto il premio Tedeschi.

Tutto questo grazie alla magistrale prosa di Zannini.

Un racconto ambientato soprattutto in Veneto, con una breve incursione sull’Appennino bolognese, per poi volare in Centro America, in Ecuador, e scoprire dove tutto è cominciato.

A tratti impegnativo da seguire, visti gli improvvisi cambiamenti di luoghi e situazioni che, comunque, Zannini ha saputo abilmente inserire in una prosa fluida e piacevole, da leggere tutto d’un fiato, se possibile, per non perderne le fila.

Fibre di cocco erano state ritrovate sui polsi e sulle caviglie, minuscole fibre infisse nella cute e sopravvissute allo sbiancamento con ipoclorito di sodio. Poi c’erano le fibre di iuta nelle ferite sulla schiena, e anche queste erano reperti comuni alle altre vittime.

Un finale che suscita grande stupore, direi esplosivo, con scontri, morti, e scoperte scioccanti che Eva, con la sua perspicacia, aveva già intuito, seguendo il suo modo alternativo di fare le cose, Il secondo modo di fare le cose.

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