Recensione di Barbara Terenghi Zoia
SINOSSI
Se a Londra c’è un business redditizio e con pochi rischi è quello dei divorzi.
Almeno questo pensava l’avvocato Richard Pryce prima di venire tramortito e ucciso con una bottiglia da duemila sterline di Château Lafite Rothschild nella sua villa di Fitzroy Park.
Un particolare bizzarro, considerato che Pryce, che si è assicurato una discreta fortuna rappresentando le celebrità londinesi in cause di separazione milionarie, era astemio.
Ma i punti interrogativi non finiscono qui: a che cosa fa riferimento il numero a tre cifre (182) pitturato sulle pareti dello studio?
E a chi erano rivolte le parole di Pryce – “Tu che ci fai qui? È un po’ tardi” – sentite pronunciare dal marito, al telefono con lui prima che cadesse la linea?
Per il caso la polizia si affida a Daniel Hawthorne, ex piedipiatti che tuttora collabora con le forze dell’ordine nei casi più spinosi, e Hawthorne tira in mezzo ancora una volta lo scrittore Anthony Horowitz.
Nonostante le incompatibilità caratteriali – uomo scontroso e iracondo il primo, decisamente più mite il famoso giallista – i due formano ormai una coppia ben collaudata, e si imbarcano in un’indagine che trabocca di sospettati con moventi più che validi ma alibi altrettanto solidi.
Nonché, zeppa di segreti; perché qui, in questo Cluedo appassionante e dalle mille svolte impreviste, ogni personaggio sembra mentire, primi fra tutti lo stesso Hawthorne e il geniale scrittore.
La sentenza è morte è il secondo libro della serie di romanzi in cui l’autore Anthony Horowitz si pone come una sorta di “spalla” al misterioso detective Daniel Hawthorne.
Nel suo libro, infatti, scrive:
qualche nuova informazione mi sarebbe tornata utile per scrivere un altro libro. Holmes ha il suo Lestrade, come per Poirot c’è Japp
Questa volta la vittima è l’avvocato divorzista Richard Pryce, ucciso nella sua casa con una bottiglia di vino molto costosa, regalatagli qualche giorno prima dall’ultimo cliente, Adrian Lockwood, in occasione del suo divorzio dalla scrittrice Akira Anno.
Quest’ultima in un impeto di rabbia, solo pochi giorni prima della sua morte, lo aveva minacciato e gli aveva versato un bicchiere di vino in testa, insomma, la sospettata perfetta!
Inoltre, sulla parete dove viene ritrovato l’avvocato c’è il numero 182 dipinto con la vernice, che richiama l’haiku 182 scritto da Akira
Sussurri piano – Le parole un verdetto – Condanna a morte
In La sentenza è morte oltre a diversi presunti colpevoli, è presente una sottotrama riferita a una morte che non si capisce se classificare come omicidio o suicidio, ed è interessante in quanto strettamente collegata alla morte dell’avvocato.
Infatti, i nostri due protagonisti partono alla volta dello Yorkshire per verificare se una vecchia spedizione speleologica finita in tragedia possa essere, oppure no, direttamente collegata ai due morti.
È molto bravo Horowitz a sottolineare e a evidenziare la differenza tra gli ambienti e i protagonisti legati alla morte dell’avvocato: lusso, opulenza, ricchezza sbandierata, in netto contrasto con la seconda morte e la modesta casa di Gregory Taylor, con la moglie che indossa un vecchio grembiule mentre prepara la minestra per le figlie.
Probabilmente, grazie alla sua esperienza di sceneggiatore, Horowitz descrive gli ambienti e i personaggi in modo talmente dettagliato e realistico che il lettore vede letteralmente le scene uscire dalle pagine del libro e trasformarsi davanti ai propri occhi in una sorta di “pop-up” visivo.

Anthony Horowitz
Anthony Horowitz è uno degli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito.
Noto soprattutto per la serie bestseller di Alex Rider, è anche sceneggiatore per la televisione, e ha prodotto, tra le altre, la prima stagione dell’Ispettore Barnaby.
Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico per meriti in campo letterario.
Nel 2023 esce per Rizzoli, Detective in cerca d’autore, primo titolo del detective Daniel Hawthorne.
Horowitz, tramite il suo omonimo Anthony, che oltre a scrivere funge da narratore, imita gli autori della Golden Age così bene e così spesso, che i lettori appassionati non avranno difficoltà a riconoscere citazioni più o meno velate:
Agatha Christie non l’aveva mai descritto e come lei nessun altro autore di gialli che conosco: il preciso momento in cui il detective risolve il mistero. Perché Poirot non si pizzicava i baffi compiaciuto? Io l’avrei fatto
Da ottimo giallista qual è, Horowitz propone un finale che non ti aspetti degno dei maestri del genere che lo hanno preceduto, giocando a sorprendere il lettore confondendo colpevole e movente.
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