Chimera di Diego Pitea

Chimera Salotto Giallo

Recensione di Francesca Pica

TRAMA

Richard Dale non crede al caso. Non crede nemmeno alla finzione letteraria, non quando la finzione somiglia troppo alla verità. Quando un manoscritto anonimo arriva tra le mani di sua moglie Monica, agente letteraria, lui intuisce che quelle pagine nascondono qualcosa di reale: gli omicidi di una serie di bambini, mai risolti, mai raccontati.

Mentre indaga insieme all’ispettrice Doriana Guerrera e al vicequestore Cristina Colli, un’altra vittima riemerge dal buio di un bosco, senza memoria e con un segreto scritto nel corpo. La caccia a un mostro con tre volti è appena cominciata.

All’inizio, quando avevo sentito le urla, avevo chiuso gli occhi. Adesso volevo guardare.

Ci sono thriller che conquistano per l’atmosfera inquietante e altri che trasformano ogni pagina in una sfida, costringendo il lettore a rimettere continuamente in discussione ciò che credeva di aver capito.

Chimera di Diego Pitea appartiene a questa seconda categoria, grazie a un intreccio articolato, costruito su indizi, segreti e depistaggi.

Il titolo racchiude una duplice accezione: nella mitologia greca, la chimera è una creatura mostruosa composta da parti di animali differenti, mentre nel linguaggio comune indica un’illusione, un sogno irraggiungibile. Due significati che si prestano a rappresentare la natura del mistero e la ricerca di una verità che sembra continuamente sottrarsi.

Il punto di partenza della storia è già di per sé intrigante: un manoscritto anonimo arriva nelle mani di Monica, moglie di Richard Dale e agente letteraria. Quelle pagine sembrano raccontare una vicenda di fantasia, ma Richard intuisce che dietro la narrazione potrebbe celarsi qualcosa di molto più inquietante: una serie di omicidi di bambini rimasti irrisolti e mai raccontati.

Da qui prende forma un’indagine che si complica ulteriormente con il ritrovamento, in un bosco, di una vittima priva di memoria e con un segreto inquietante inciso sul corpo.

Insieme all’ispettrice Doriana Guerrera e al vicequestore Cristina Colli, Richard si trova così a confrontarsi con una realtà in cui il confine tra finzione e verità appare sempre più sfumato.

La complessità dell’intreccio è uno degli aspetti più interessanti della costruzione narrativa. I diversi elementi investigativi, le connessioni tra il manoscritto e gli omicidi e il mistero legato alla vittima senza memoria alimentano interrogativi che invitano a non fermarsi alle spiegazioni più immediate.

Diego Pitea distribuisce indizi e depistaggi, spingendo il lettore a formulare ipotesi e a rimetterle continuamente in discussione. La ricerca della verità diventa così una sfida intellettuale e psicologica, nella quale ciò che sembra evidente può rivelarsi un’illusione.

…i sentimenti più intensi che un individuo sperimenta nel corso della vita sono tutti di connotazione negativa. Egoismo, invidia, odio. Avevano modellato il mondo per come si conosceva. L’amicizia svaniva, l’amore si affievoliva, l’altruismo andava incontro a delle pause, ma un impulso negativo non cessava mai di esistere.

Se la trama è il labirinto, Richard Dale è la mente che cerca di attraversarlo senza lasciarsi ingannare dalle sue illusioni. Psicologo e criminologo, Richard si distingue dai classici investigatori per il suo modo peculiare di osservare la realtà. La sua neurodivergenza, legata alla sindrome di Asperger, contribuisce a definire una prospettiva particolare, caratterizzata da un approccio analitico e da una diversa modalità di interpretare le informazioni e le dinamiche sociali.

La sua particolarità non consiste semplicemente nell’essere intelligente o nell’individuare dettagli che sfuggono agli altri. Il suo interesse narrativo nasce soprattutto dalla distanza tra il suo modo di ragionare e le convenzioni attraverso cui le persone tendono a leggere il comportamento altrui. Richard cerca schemi, incongruenze e connessioni.

Ancora una volta era arrivato prima di tutti, aveva notato indizi dove gli altri non avevano visto nulla.

Dove altri potrebbero accontentarsi di una spiegazione plausibile, lui è portato a verificare se quella spiegazione regga davvero.

Dove un dettaglio sembra trascurabile, può intuire la possibilità di un collegamento più ampio. È una prospettiva che si adatta particolarmente bene a un’indagine in cui la verità sembra continuamente assumere forme diverse. Eppure, la sua personalità non si esaurisce nella capacità deduttiva.

Diego Pitea

Ha 45 anni e vive a Reggio Calabria, nella punta dello Stivale. Ha iniziato a scrivere a causa di un giuramento, dopo un evento doloroso: la malattia di sua madre. Il tentativo è andato bene perché il suo primo romanzo Rebus per un delitto è risultato finalista nel 2012 al premio “Tedeschi” della Mondadori, affermazione ribadita due anni dopo con il secondo romanzo: Qualcuno mi uccida. Nel 2020 è stato pubblicato L’ultimo rintocco, un thriller psicologico con il quale ha ottenuto un notevole riscontro di vendite e di critica. Con AltreVoci Edizioni ha pubblicato due libri: “La stanza delle illusioni”, un giallo classico e “Come agnelli in mezzo ai lupi”. È sposato con Monica e ha tre figli meravigliosi: Nano, Mollusco e Belva.

Richard non è un semplice strumento al servizio della trama, né un investigatore infallibile costruito per stupire il lettore. La sua complessità emerge anche nel rapporto con gli altri, nelle difficoltà che può incontrare nelle interazioni sociali e nel contrasto tra la precisione del ragionamento e l’imprevedibilità delle emozioni umane.

Ed è proprio questo contrasto a renderlo interessante: in un mondo in cui le persone possono mentire, manipolare, nascondere o persino ingannare sé stesse, la razionalità è una risorsa preziosa, ma non sempre sufficiente. Richard può cercare una logica negli eventi, ma deve comunque confrontarsi con esseri umani che non sono equazioni da risolvere. E la mente criminale, proprio come una chimera, può essere composta da elementi contraddittori, motivazioni inattese e verità difficili da ricondurre a un unico schema.

La sua particolarità, quindi, non è soltanto una caratteristica del personaggio: diventa una prospettiva attraverso cui il lettore è invitato a osservare l’indagine.

Richard ci ricorda che comprendere non significa necessariamente intuire subito, e che la capacità di mettere in discussione le proprie ipotesi può essere importante quanto quella di formulare una buona deduzione.

In un panorama in cui molti protagonisti del thriller finiscono per assomigliarsi, Richard Dale ha il merito di possedere una voce e uno sguardo riconoscibili. Non è necessario che sia sempre facile da comprendere o che risulti immediatamente simpatico: ciò che conta è la sua capacità di incuriosire, sorprendere e offrire una prospettiva diversa.

In Chimera, il mistero non è soltanto un enigma da risolvere, ma una realtà complessa nella quale ogni certezza può rivelarsi un’illusione.

Ed è proprio questa ambiguità, insieme alla particolare personalità del protagonista, a costituire uno degli aspetti più interessanti del thriller di Diego Pitea.

Salottometro:

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