Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
A Belgrado, un uomo viene accusato di aver ucciso un politico influente, membro del parlamento serbo, e l’avvocato di grido Nikola Bobicć accetta di difenderlo, pur sapendo che le probabilità di vincere la causa sono molto scarse. La sua ricostruzione dei fatti parte da una moneta d’oro, quella trovata stretta nel pugno della vittima. Da un presente in cui le istituzioni vanno a braccetto con la malavita e tracciare una linea tra buoni e cattivi è davvero difficile, Bobić inizia un viaggio a ritroso sulle tracce della moneta, che lo conduce in un paesino della Bosnia dove nessuno ha più nulla da raccontare perché i ricordi, e i traumi che portano con sé, è meglio cancellarli.
Una procuratrice bella e ambiziosa e una giovane giornalista, molto motivata da ragioni che esulano dalla carriera, accompagnano Bobić nella sua ricerca della verità: sullo sfondo di una società ancora alle prese con le ferite della propria storia, davanti alla complessità della natura umana e alle sue ambiguità morali, Bobić proverà sulla propria pelle che, nel sistema segnato da corruzione, tradimento e un’incessante sete di giustizia in cui è costretto ad agire, c’è ancora spazio per gli eroi. Dal più celebre scrittore crime dei Balcani, un legal thriller ispirato a una storia vera.
Nikola Bobić è un avvocato piuttosto lontano dal protagonista sicuro di sé e sempre padrone della situazione che spesso incontriamo nei legal thriller.
È un uomo fragile, tormentato dalle emicranie e dalle proprie dipendenze, ma proprio queste debolezze contribuiscono a renderlo credibile e interessante. Dietro le sue fragilità c’è però un uomo che combatte per ciò in cui crede, anche quando farlo significa andare contro il proprio interesse. Non è tanto l’eroismo a definirlo, quanto la capacità di assumersi un rischio personale pur di non rinunciare a ciò che ritiene giusto.
È lui a trovarsi al centro di una vicenda che prende avvio dall’omicidio di Kovač, potente politico serbo, e dall’arresto di Dragan Pazin, capo della sicurezza di Kovac, accusato del delitto. Bobić ne assume la difesa, ma il processo è molto più rapido di quanto ci si potrebbe aspettare e si conclude con l’assoluzione dell’imputato. Un’assoluzione dietro la quale, però, si nasconde qualcosa di molto diverso da quanto appare.
Da quel momento Bobić comincia a muoversi in una storia tutt’altro che lineare. Il passato viene mostrato solo per frammenti, i personaggi sembrano muoversi su piani diversi e le informazioni arrivano spesso quando ormai si è già passati oltre.
È una lettura che a tratti risulta farraginosa, ma progressivamente si capisce che quel groviglio non riguarda soltanto il modo in cui Majić ha costruito la storia.
La moneta araba trovata nella mano di Kovač è uno degli elementi che contribuiscono a spostare l’indagine lontano dal semplice delitto di potere o di ricatto. Il suo valore sembra infatti essere soprattutto simbolico: non sono spariti denaro o oggetti preziosi e Bobić stesso si interroga sulla possibilità che dietro quel gesto ci sia un messaggio, una vendetta, qualcosa legato a emozioni molto più profonde.
Anche personaggi come Drobnjak, Kovač e Branko Novakovic sembrano portarsi dietro un passato complicato, fatto di zone d’ombra e di cose che non sono mai state veramente raccontate.
Accanto a loro e insieme a Bobić ci sono poi, Ana Basta, sua ex amante e magistrato dell’accusa, e Bojana, giornalista d’inchiesta e sorella di Branko. E c’è Alen, giovane praticante nello studio di Bobić, personaggio apparentemente secondario ma sempre presente, quasi sempre un passo avanti agli altri.
È però quando la storia arriva in Bosnia che tutti questi fili cominciano lentamente a ricongiungersi.
Ed è qui che I figli del male trova la sua parte più forte.
In Bosnia, durante la guerra, affonda le proprie radici una delle vicende più terribili del romanzo: l’irruzione nella casa di uno hodža, la violenza sulla moglie e l’uccisione del marito.
È un episodio che per lungo tempo rimane ai margini del racconto e che Majić fa emergere poco alla volta, fino a mostrarne le conseguenze molti anni dopo.
È un passaggio duro, ma soprattutto è quello che permette di leggere sotto una luce diversa tutto ciò che è venuto prima.
La Bosnia non è semplicemente lo sfondo storico della vicenda e nemmeno un elemento aggiunto per dare maggiore profondità al giallo. È il luogo nel quale affondano le radici della storia e dal quale arriva una violenza che il tempo non è riuscito a cancellare.
Majić racconta così qualcosa che va oltre il singolo crimine: come una guerra possa lasciare ferite capaci di attraversare le generazioni, come le vittime possano continuare a vivere dentro le conseguenze di ciò che hanno subito e come il passato possa tornare a chiedere il conto anche a chi non lo ha vissuto direttamente.
Forse è proprio questo il senso più profondo del groviglio nel quale Majić fa muovere la sua storia. I percorsi non sono sempre lineari, i personaggi sembrano appartenere contemporaneamente a mondi che si avvicinano e si respingono e il passato continua a riaffiorare attraverso legami che la guerra avrebbe dovuto spezzare.
Dietro la vicenda criminale sembra così affacciarsi una realtà più ampia: quella dei paesi nati dalla dissoluzione della Jugoslavia, ancora legati da una comunanza difficile da cancellare e, allo stesso tempo, segnati da odi e contrapposizioni che le guerre possono avere sopito senza necessariamente scioglierli.
Questi nodi diventano poi il groviglio di una memoria condivisa e divisiva nello stesso tempo.
Ed è forse proprio qui che il titolo I figli del male acquista il suo significato più profondo.

Miodrag Majić
Miodrag Majić è giudice presso la corte d’appello di Belgrado. Esperto di diritto penale internazionale, noto per essere un convinto oppositore del populismo penale, è presidente del consiglio direttivo oltre che cofondatore del Centro per gli studi sulla giustizia.
Nel suo blog (www.misamajic.com), denuncia da molti anni corruzione, nepotismo e pressioni politiche che minano la magistratura serba. Da I figli del male, suo romanzo d’esordio, bestseller in Serbia, è stata tratta l’omonima serie tv, in onda su HBO Max.
Majić dissemina lungo il romanzo indizi e rimandi che portano il lettore a comprendere come il male possa avere conseguenze molto più ampie di quelle immediate, arrivando a coinvolgere anche chi non lo ha commesso e attraversando il tempo fino a diventare eredità, memoria, dolore e desiderio di vendetta.
Le ultime pagine danno così un volto nuovo, e forse ancora migliore, alla storia. Il ritmo diventa più serrato, le responsabilità vengono finalmente alla luce e il sistema di corruzione che aveva condizionato l’indagine viene smascherato. Ma il romanzo non sceglie di chiudersi semplicemente con la soluzione del giallo.
Proprio alla fine, infatti, Bobić porta la riflessione su un terreno diverso: quello del perdono come possibilità di andare avanti. Non significa dimenticare ciò che è successo, né cancellare le responsabilità, ma provare a spezzare quella catena attraverso la quale il male rischia di continuare a generare altro male.
È un messaggio semplice solo in apparenza e particolarmente difficile da pronunciare quando si parla della ex Jugoslavia, dove il passato continua a essere una presenza ingombrante e dove le ferite della guerra hanno lasciato una memoria comune ma profondamente divisa.
«Ho imparato che uno non può scegliersi i genitori e deve farseli bastare, buoni o cattivi, belli o brutti, furbi o stupidi. Non può cambiarli con l’immaginazione. Ma può impegnarsi a tirarne fuori il meglio.»
È probabilmente in queste parole di Nikola Bobic che si trova la chiave ultima del romanzo. Non dimenticare il male, perché dimenticarlo significherebbe cancellare la verità, ma cercare di non permettergli di continuare a vivere attraverso di noi.
I figli del male parte quindi come un thriller giudiziario e come un’indagine su un omicidio, ma progressivamente diventa soprattutto una storia sulla memoria, sulla guerra, sulla vendetta e sulla difficile possibilità del perdono.
E quando, nelle ultime pagine, tutti i fili sembrano finalmente ricongiungersi, anche il titolo acquista un significato che fino a quel momento il lettore poteva soltanto intuire.
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