Hotel Ucraina di Martin Cruz Smith

Hotel Ucraina Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Quando l’ispettore Arkady Renko viene incaricato di investigare sull’omicidio di Aleksej Kazaskij, viceministro della Difesa rinvenuto brutalmente ucciso al blindatissimo Hotel Ucraina di Mosca, sa che dovrà muoversi con estrema cautela. La vittima era un politico di alto profilo con un rapporto decisamente complesso con Putin e, nonostante l’indagine abbia l’approvazione ufficiale del Cremlino, come sempre in Russia le cose non sono mai esattamente come sembrano.

Già alle prese con l’aggravarsi del morbo di Parkinson, Renko ha anche altre situazioni preoccupanti da affrontare: mentre l’“operazione militare speciale” in Ucraina entra in una fase cruciale, scopre che il figlio adottivo Ženja è coinvolto con l’Esercito Nero, un gruppo di hacktivisti russo-ucraini. Più l’ispettore scava a fondo nel delitto, aiutato dalla compagna, la giornalista Tatiana Petrovna, più si rende conto che dietro la morte di Kazaskij si nascondono motivazioni inquietanti, e che i responsabili dell’omicidio ora hanno preso di mira anche loro.

Con questo romanzo, Martin Cruz Smith firma l’atto finale della serie di Arkady Renko, definito da “USA Today” una delle figure più avvincenti della narrativa moderna, confermandosi un maestro indiscusso del thriller geopolitico. Pubblicato pochi giorni prima della scomparsa dell’autore, Hotel Ucraina è l’addio struggente a un personaggio leggendario e a uno scrittore capace di trasformare la grande storia contemporanea in letteratura.

Cruz Smith e Arkady Renko non deludono mai. Bastano poche pagine di Hotel Ucraina per ritrovare quella Russia che lo scrittore americano ha raccontato per decenni con uno sguardo particolare: quello di uno straniero, sì, ma con il cuore profondamente dentro il paese che descrive.

Renko è ancora lui. Attraversa le decadi, i regimi, il crollo dell’Unione Sovietica e la trasformazione della Russia, ma rimane quella figura disincantata, stanca, ironica e ostinatamente alla ricerca della verità che abbiamo imparato a conoscere fin dai primi romanzi.

Ed è forse proprio questa sua capacità di attraversare la storia senza lasciarsene completamente travolgere ad averlo trasformato, nel corso degli anni, da semplice investigatore a straordinario osservatore della trasformazione di un paese immenso e spesso dilaniato.

Smith ha utilizzato Renko per attraversare epoche politiche profondamente diverse, facendone non soltanto un investigatore ma quasi un osservatore della trasformazione della Russia.

Ora lo porta dentro la guerra, dentro l’Ucraina, dentro una realtà in cui persino la ricerca della verità diventa più difficile e pericolosa.

Renko, ora, porta con sé un peso ulteriore: il Parkinson, che avanza inesorabile e condiziona sempre più il suo modo di vivere e di indagare. La scoperta della malattia da parte della Makarova e quindi del FSB diventa il motivo della sua esclusione dalle indagini sulla morte del viceministro della Difesa, viene considerato ormai inaffidabile, non più adatto a svolgere il mestiere al quale ha dedicato la vita.

Ma essere escluso da un’indagine non significa smettere di cercare la verità.

Il corpo comincia a imporgli limiti sempre più evidenti, mentre la mente continua a funzionare come sempre. E così Renko prosegue, ostinato, insieme a Tatiana. Anche la loro relazione acquista in questo romanzo un significato ancora più profondo.

In un mondo che sembra precipitare nella follia, il loro legame rimane totale. Il Parkinson di Renko, le ferite fisiche e morali di Tatiana, invece di separarli, sembrano renderli ancora più legati, più consapevoli, in mezzo alla violenza e alla disgregazione che li circondano, il loro amore diventa una delle poche certezze rimaste.

La Russia raccontata in Hotel Ucraina è quella dei giorni dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina, quella che il potere russo definisce ancora “operazione militare speciale”.

Ma Cruz Smith non trasforma il romanzo in un manifesto politico. La guerra entra nella storia attraverso i luoghi, la violenza, la paura e soprattutto attraverso le persone.

È questo uno degli aspetti che si apprezzano maggiormente: Cruz Smith riesce con la formula del thriller a raccontare la realtà della guerra, la sua crudeltà e le sue conseguenze senza bisogno di caricarla di enfasi. Particolarmente intense sono le pagine dell’articolo di Tatiana sul ritorno delle bare dei soldati russi in Siberia e sul dolore delle loro famiglie. Sono pagine che ricordano come la guerra, prima ancora che politica o militare, sia una tragedia umana.

L’indagine porterà Renko e Tatiana fino alla zona di guerra, a Bucha, seguendo una traccia che potrebbe condurli all’assassino. Ancora una volta Renko va oltre i limiti che gli sono stati imposti e oltre quelli che il suo stesso corpo sembrerebbe consentirgli.

E qui ritorna il personaggio che conosciamo da sempre: un uomo stanco, disincantato, consapevole dei propri limiti, ma incapace di smettere di cercare.

Alla fine riuscirà ad arrivare a una conclusione, ma, come spesso accade nei romanzi di Cruz Smith, non ci sarà un punto definitivo.

Martin Cruz Smith

Martin Cruz Smith (1942-2025), californiano, è arrivato al successo grazie alla serie che ha come protagonista l’indimenticabile ispettore Arkady Renko, iniziata nel 1981 con Gorky Park (da cui è stato tratto l’omonimo film) e proseguita con Stella Polare, Red Square, Havana, Lupo mangia cane, Il fantasma di Stalin, Le tre stazioni, Tatiana, L’enigma siberiano e Independence Square, tutti pubblicati in Italia da Mondadori.

Ci sarà piuttosto la possibilità di andare avanti, di sopravvivere.

E soprattutto di farlo con la coscienza pulita, non è poco, anzi, in un contesto dove tutto sembra precipitare verso l’inferno. Renko, come sempre, non cerca di cambiare il mondo, lo sa bene che è impossibile, cerca di attraversarlo senza tradire sè stesso.

Hotel Ucraina si legge anche come un’ultima danza; quella di Martin Cruz Smith, un autore già minato dalla malattia che morirà poco prima che questo suo ultimo romanzo arrivi ai lettori.

È l’ultima danza di Renko, anch’egli minato dal Parkinson, costretto a confrontarsi con un corpo che non gli permette più di essere l’uomo di un tempo.

È quella di Tatiana, la cui ricerca della verità la spinge sempre più vicino a un limite che forse ha  già oltrepassato.

E infine è la danza di un intero paese. La Russia che Cruz Smith ha raccontato per decenni sembra tornare sui propri passi, precipitando nuovamente dentro una spirale di autoritarismo, violenza e menzogna. L’“operazione militare speciale” diventa così qualcosa di più di uno sfondo storico: è il momento in cui riemergono, quasi fossero mali atavici, alcune delle contraddizioni più profonde di un paese immenso che ancora non sembra riuscire a trovare una strada diversa.

Tre danze che finiscono per sovrapporsi: quella dell’autore, quella dei suoi personaggi e quella di un paese.

Hotel Ucraina non è forse il più perfetto dei romanzi di Martin Cruz Smith. Alcuni passaggi appaiono più semplici e meno approfonditi di quanto ci avesse abituato, e viene naturale chiedersi quanto questo possa essere stato condizionato dalla malattia e dall’urgenza di portare a compimento questa ultima storia.

Ma, alla fine, conta anche ciò che questo libro rappresenta: il congedo da Arkady Renko, uno dei personaggi più amati nel thriller contemporaneo, e da uno scrittore che con lui ha saputo raccontare decenni di storia russa meglio di molti libri di storia.

Renko sopravvive. Tatiana è con lui. La loro coscienza è ancora intatta.

E forse non poteva esserci congedo migliore.

Addio Arkady. E grazie, Martin.

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