La malinconia del tartufo di Orso Tosco

La malinconia del tartufo Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Trentanove coltellate. Qualcuno si è accanito così contro Titti Sbrana, controverso pittore novantaduenne celebre per la sua vita di vizi e mondanità, rinvenuto a faccia in giù in una improbabile quanto pacchiana piscina a forma di bocca. Ma la ferocia non è il dettaglio più assurdo della scena. Il vero, inspiegabile paradosso è il movente: perché rischiare tutto per uccidere un uomo che aveva già pubblicamente prenotato il proprio suicidio assistito per il mese successivo?

A indagare è ancora una volta il commissario Gualtiero Bova, detto il Pinguino: geniale, ingestibile, sempre in bilico tra intuizione e rovina. Con la sua squadra improbabile e squinternata, e l’immancabile sostegno della fedele bassotta Gilda gildina, Bova scava nella vita dell’artista, riportando alla luce opere macabre e ancora sconosciute. E mentre la ricerca dell’assassino sprofonda nei lati più oscuri della provincia piemontese, il commissario Bova viene investito in pieno dal suo dolore più intimo.

Dalla clinica in cui riposa in coma la donna che ama da otto anni, arriva una notizia impossibile, sconvolgente. Un ennesimo enigma crudele che il Pinguino dovrà risolvere, se vuole sperare di trovare pace. Orso Tosco torna con una nuova, indimenticabile avventura del suo goffo e gaudente commissario. Una storia in cui il confine tra colpa e destino sfuma fino a dissolversi.

«È o non è lunico poliziotto dItalia, e forse del mondo, ad assumere una microdose di LSD tutti i lunedì di ogni settimana dellanno? Certo, è un quantitativo troppo leggero per imporgli visioni, e lunico effetto tangibile sono le quattro parole in rima che di tanto in tanto gli rimbombano nella testa, ma c’è gente che impazzisce per molto meno.»

Bastano queste righe per comprendere chi sia davvero Gualtiero Bova, detto il Pinguino: un investigatore fuori dagli schemi, malinconico e geniale, capace di muoversi sul confine sottile tra intuizione e stravaganza, un personaggio che sfugge alle convenzioni del noir classico.

Ne La malinconia del tartufo, terza indagine del commissario di Mondovì, ritroviamo il Pinguino ancora più solo, più fragile e più complicato.

Da otto anni vive sospeso accanto ad Ada, il grande amore della sua vita, ricoverata in coma in un letto d’ospedale. Una sofferenza silenziosa che ne ha scavato il carattere e alimentato quella malinconia che accompagna ogni sua indagine.

Quando una notizia inattesa arriva a sconvolgere il fragile equilibrio costruito attorno ad Ada, Bova si trova a fare i conti con emozioni difficili da controllare.

È un passaggio che rivela tutta la sua vulnerabilità. ietro l’investigatore brillante e anticonvenzionale si nasconde un uomo che da anni convive con il dolore, l’attesa e una speranza che si rifiuta di morire.

A rendere ancora più originale il romanzo contribuisce la squadra del commissariato di Mondovì. È una compagnia improbabile e sgangherata che sembra l’esatto contrario delle efficienti unità investigative a cui il noir ci ha abituati.

Del resto, a guidarla c’è proprio Bova, uomo refrattario per natura al lavoro di squadra, più incline a seguire intuizioni personali che procedure condivise.

Agli ordini del Pinguino si muovono Listeddu, Falesca e Raviola, personaggi tratteggiati da Tosco con grande ironia e con una straordinaria capacità di cogliere le debolezze e le contraddizioni umane.

Accanto a loro c’è però il collaboratore più fedele di tutti: Gilda Gildina, la bassotta che accompagna il commissario e che sembra comprenderne gli stati d’animo meglio di chiunque altro.

 «Gilda Gildina, invece, il tormento del Pinguino lo percepisce per intero, lo fiuta. Almeno a giudicare da come si allunga verso di lui e va a cercargli la mano, per baciargliela con una leccata e poi farsi accarezzare. Gilda Gildina vuole mostrargli la luce del proprio sguardo, non accecante quanto quella del cielo però meno indifferente, e soprattutto riservata soltanto a lui.»

Sono righe che raccontano molto non solo della cagnetta, ma anche del suo padrone. Nel rapporto tra Bova e Gilda Gildina emerge infatti una tenerezza che raramente il commissario concede agli esseri umani. La bassotta diventa così qualcosa di più di una semplice presenza narrativa.

È una compagna silenziosa, una confidente inconsapevole e, nei momenti più difficili, una piccola ancora di salvezza emotiva per un uomo che troppo spesso si trova a combattere da solo contro il dolore e la malinconia.

L’indagine prende avvio dall’omicidio di Titti Sbrana, eccentrico pittore novantaduenne trovato assassinato nonostante avesse già programmato il proprio suicidio assistito. È un enigma che sfida la logica e che trascina il lettore in una trama ricca di misteri, segreti e colpi di scena.

«Voi, commissario, non lo capirete mai uno come Titti, mi scusi se glielo dico con tanta franchezza, ma non vi basterebbero centomila esistenze per comprendere lintensità con cui viveva. Aveva cultura, senso dellumorismo, e mani speciali, lisce e forti.»

Titti Sbrana è un uomo fuori dal comune, capace di attraversare la vita con un’intensità rara, artista eccentrico ma anche figura enigmatica, attorno alla quale gravitano affetti, risentimenti e segreti.

Ben presto emerge infatti il sospetto che dietro il pittore conosciuto da tutti possa celarsi una vita segreta. Alcune scoperte legate al suo passato e alla sua arte aprono nuovi interrogativi, portando alla luce ombre mai chiarite e verità rimaste sepolte per anni.

Da quel momento Titti Sbrana diventa molto più di una vittima.

È un enigma dentro l’enigma, una figura che continua a influenzare gli eventi anche dopo la morte e che costringe il commissario Bova a interrogarsi non solo su chi lo abbia ucciso, ma anche su chi fosse veramente.

La ricerca dell’assassino si intreccia così con la scoperta di una personalità complessa e sfuggente, trasformando l’indagine in un viaggio nella memoria, nell’arte e nei segreti più oscuri del passato.

L’indagine del Pinguino diventa il pretesto per esplorare un microcosmo umano e sociale ben preciso. Lo sguardo dell’autore si posa sul mondo dell’arte contemporanea, osservato con un’ironia tagliente e uno spirito disincantato che non risparmiano nessuno.

Attraverso artisti, collezionisti, critici e galleristi, Tosco costruisce un affresco spesso crudele, popolato da vanità, opportunismi, rivalità e ambizioni smisurate.

Il delitto rappresenta soltanto la superficie della storia.

Sotto l’indagine si muove un mondo popolato da personaggi eccentrici, fragili, malinconici e irresistibilmente umani, che rendono la vicenda molto più ricca di un semplice enigma investigativo.

La prosa di Orso Tosco è affilata e precisa come quella del miglior noir, ma allo stesso tempo surreale, imprevedibile, capace di improvvise deviazioni poetiche e lampi di umorismo che spiazzano il lettore.

È una scrittura non sempre accomodante, che richiede attenzione, talvolta impone di rallentare il passo per cogliere sfumature, riferimenti e immagini che rischiano di sfuggire a una lettura frettolosa.

Tosco costruisce periodi che sanno essere taglienti e lirici nello stesso momento, alternando leggerezza e profondità.

Altrettanto importante è il ruolo dei luoghi. In La malinconia del Tartufo il lettore attraversa paesaggi che diventano parte integrante della narrazione. Le Langhe emergono dalle pagine con una forza quasi poetica: colline, vigneti, nebbie e strade secondarie vengono descritte con uno sguardo innamorato ma mai oleografico, trasformandosi nello scenario ideale per una storia sospesa tra malinconia e mistero.

Orso Tosco

Orso Tosco, scrittore e sceneggiatore, è nato a Ospedaletti nel 1982. È autore di racconti, romanzi e poesie. Per Rizzoli ha pubblicato L’ultimo Pinguino delle Langhe, il primo capitolo della serie noir con protagonista il commissario Bova, con cui ha vinto il Premio Scerbanenco 2024.

Nel 2025 è uscito il secondo capitolo della serie, La controra del Barolo. Entrambi i titoli sono disponibili in BUR.

Anche qui Tosco dimostra una notevole capacità evocativa, facendo dei paesaggi non semplici sfondi, ma presenze vive che accompagnano i personaggi e ne riflettono stati d’animo, inquietudini e speranze.

«Io son convinto che il tartufo sottoterra soffra di malinconia, che abbia delle curiosità riguardo al mondo e che quel buio attorno gli stia stretto. Quindi, cavarlo da laggiù è come dargli una possibilità.»
«E allora cos’è che lo rende malinconico?»
«La certezza che non saremo mai capaci di capire la bellezza della terra.»

In queste righe c’è tutta la poetica di Orso Tosco: la malinconia e la meraviglia, l’ironia e la profondità, la consapevolezza del dolore e la ricerca ostinata della bellezza nascosta sotto la superficie delle cose.

Proprio come il tartufo, anche i personaggi di questo romanzo vivono immersi nell’oscurità dei propri segreti, delle proprie perdite e delle proprie ossessioni, ma continuano a cercare una luce che dia significato alla loro esistenza.

Un noir atipico, ironico e profondamente umano, che conferma Orso Tosco come una delle voci più originali e riconoscibili del giallo italiano contemporaneo.

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