La famiglia affidataria di Nicole Trope

Recensione di Katya Fortunato

TRAMA

Nella loro casa per le vacanze, a pochi passi dalla spiaggia, Elizabeth compone il numero della polizia con le mani tremanti. «Il mio bambino… è scomparso.» Elizabeth è la madre affidataria di Joe, ma lo ama come se fosse suo. Il piccolo di cinque anni, che adora i supereroi e osservare gli uccellini fuori dalla finestra, è il figlio che ha sempre sognato.

Guardando il giardino dove stava giocando pochi istanti prima, sente il cuore strapparsi dal petto.Avrebbe dovuto salvare Joe dalla madre naturale, la donna che quasi gli ha negato la possibilità di vivere. La stessa che ora cerca disperatamente di riaverlo con sé. Avrebbe dovuto proteggere Joe da suo marito. L’uomo che, in questo momento, mente alla polizia dicendo di essere in cucina a preparare la colazione quando Joe è sparito. Colui che le stringe la spalla, intimandole di tacere.

Avrebbe dovuto vegliare su Joe. Ora sono a pochi passi dall’oceano, e il piccolo Joe non sa nuotare. Poi, nell’acqua, viene trovato il piccolo sandalo blu di Joe. Se è successo davvero il peggio – l’impensabile – Elizabeth non potrà mai perdonarsi. E se fosse stato il segreto che nasconde da anni, la colpa che la divora dentro, a mettere in pericolo il suo bambino?È arrivato il momento di dire la verità – anche se significa perdere il figlio che è il suo intero mondo. Anche se potrebbe costarle la vita.

Nicole Trope costruisce con La famiglia affidataria un thriller psicologico che gioca tutto sull’inquietudine domestica, sulla paura silenziosa e sul confine sottilissimo tra protezione e controllo.

La storia ruota attorno a Joe, un bambino affidato a Elizabeth e Howard, una coppia elegante, benestante, impeccabile all’esterno. Ma Nicole Trope fa capire quasi subito che quell’apparenza è solo una facciata. Howard è ossessionato dalle regole, dal controllo, dalla disciplina, Elizabeth invece vive in uno stato costante di tensione e paura, schiacciata dal bisogno di mantenere tutto perfetto per evitare che la situazione degeneri.

E in mezzo a loro c’è Joe, un bambino tenerissimo, fragile, che cerca disperatamente amore e sicurezza.

E adesso il piccolo è qui con loro, è dolce e gentile e vuole solo essere amato, ma ogni volta che mostra un accenno di un comportamento inaccettabile, Howard va nel panico.

Howard è freddo, manipolatore, convinto di stare facendo “la cosa giusta”. Elizabeth, invece, è intrappolata in una spirale di paura, senso di colpa e dipendenza emotiva.

La loro dinamica familiare è tossica, soffocante, e Trope riesce a raccontarla attraverso una tensione continua fatta di piccoli gesti, silenzi, occhi abbassati e frasi dette sottovoce.

Ma Howard crede che Joe debba essere il bambino perfetto. Deve essere intelligente, gentile, bravo nello sport, divertente e capace di renderlo orgoglioso ogni giorno. L’apparenza è fondamentale per Howard.

E poi c’è Joe… Ogni sua scena colpisce perché mostra quanto i bambini assorbano tutto: la paura, l’umiliazione, il bisogno disperato di essere amati. Le sue abitudini, il modo in cui chiede un abbraccio prima di giocare, la fame costante di attenzioni e rassicurazioni rendono impossibile restare distaccati.

Il registro narrativo è scorrevole e i capitoli brevi.

I continui cambi di punto di vista e il ritmo rapido tengono viva la tensione dall’inizio alla fine.

Nicole Trope

Nicole Trope si è iscritta all’università per studiare Giurisprudenza, ma si è resa conto del suo errore quando ha ottenuto un pessimo risultato al suo primo elaborato di diritto perché, come le fece notare il suo professore, “non doveva essere un racconto”.

Ha quindi deciso di studiare Insegnamento e ha sfruttato le vacanze per dedicarsi alla sua carriera di scrittrice e conseguire un master. Tra la crescita dei suoi tre figli, il lavoro per il marito e la ristrutturazione di case, ha pubblicato diversi romanzi di successo. Vive a Sydney, in Australia.

Nicole Trope scrive in modo semplice ma molto efficace creando un continuo senso di disagio che cresce pagina dopo pagina.

Un thriller che punta più sull’angoscia psicologica che sull’azione pura.

Un’altra figura che conquista fin da subito è Gordon, l’anziano vicino di casa.

Attraverso di lui il romanzo affronta un tema importante come la fragilità della memoria e dell’età avanzata. Gordon osserva, intuisce che qualcosa non va, ma combatte anche con i propri vuoti mentali e con la paura di non essere più abbastanza lucido da fidarsi di sé stesso. È una figura piena di umanità e malinconia, probabilmente una delle più riuscite del romanzo.

Ma sotto la suspense c’è anche una riflessione molto amara sull’affido, sui traumi infantili e su quanto sia facile nascondere gli abusi dietro l’immagine della famiglia perfetta.

«A volte non esiste la scelta giusta.» dice lui. «Bisogna solo decidere tra ciò che sei e non sei disposta a tollerare.»

La famiglia affidataria mostra come certe forme di violenza non abbiano bisogno dei lividi per distruggere qualcuno: bastano il controllo, la manipolazione e la paura costante di non essere abbastanza.

I due uomini si scambiano un’occhiata, e a Malcolm torna alla mente una frase che suo padre gli aveva detto prima che si trasferisse a Sydney. «Quando una persona ti mostra com’è realmente, figlio mio, tu credile.» disse, e lui gli ha sempre dato ascolto.

Un libro che parla di bambini feriti, di adulti spezzati e di segreti che marciscono lentamente dietro porte apparentemente normali, capace di mettere il lettore a disagio senza mai perdere il lato umano della storia.

Salottometro:

4

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