Recensione di Francesca Pica
TRAMA
Anne e la sua migliore amica Stacey hanno sempre sognato di avere una macelleria di loro proprietà. Così, quando Anne decide di rilevare l’attività del padre scomparso da poco, non ha dubbi nel contattare Stacey per proporle di riaprire il negozio con lei. A loro si aggiunge ben presto la talentuosa Michèle, con la quale costituiscono un trio formidabile: Anne, dallo sguardo azzurro ghiaccio, è robusta, determinata e ha imparato le tecniche della macelleria in famiglia; Stacey, capelli rossi e unghie laccate, è più gracile e minuta, eccelle nei tagli fini e sa valorizzare al meglio i prodotti; Michèle, partita a sedici anni dalla Guinea con un biglietto di sola andata, è decisa a vincere i pregiudizi razziali che da sempre la circondano.
Nel giro di poco tempo, la macelleria riapre, con un tocco di magnifica femminilità: un ambiente moderno e tirato a lucido, dai toni pastello, un luogo diverso da tutti gli altri. Il successo delle tre donne è immediato, ma queste straordinarie macellaie condividono qualcosa di più della loro professione: vittime di violenza da parte degli uomini, sono unite da una sorta di sorellanza speciale e da un forte desiderio di vendetta. Perché, anche se sono sopravvissute, non hanno dimenticato.
Fino a dove saranno in grado di spingersi per guarire dai traumi e mettere a tacere i fantasmi del passato? Un romanzo che unisce tinte femministe a sfumature thriller, esplosivo ed esilarante, che, con un tocco di umorismo nero, ritrae magistralmente e in maniera assolutamente originale i pericoli e le difficoltà che le donne, ancora oggi, devono affrontare.
era una sera di inizio estate. L’ora in cui i clienti tornano a casa a preparare la costata di manzo o grigliare gli spiedini e le salsicce. Ci si gode di più la vita in estate.
Le macellaie di Rouen è un thriller che punta molto sulle sue protagoniste femminili: donne spezzate, ambigue, intelligenti e capaci di muoversi in un mondo violento senza mai risultare davvero innocenti.
Donne capaci di trascinare il lettore dentro una storia fatta di segreti, manipolazioni e tensione continua. Il vero punto di forza del romanzo è proprio il rapporto tra loro: ciascuna ha una voce riconoscibile, un passato oscuro e un modo diverso di affrontare il male che le circonda. Sono personaggi costruiti per affascinare e inquietare allo stesso tempo, e nei momenti migliori il libro riesce davvero a creare quell’atmosfera claustrofobica da thriller psicologico che tiene incollati alle pagine.
Anne, Stacey e Michèle reggono la tensione narrativa e tutto il peso della narrazione sulle loro spalle: non sono protagoniste “simpatiche” nel senso classico del termine, ed è proprio questo a renderle interessanti: sbagliano, manipolano, mentono e spesso risultano persino disturbanti, ma mantengono sempre una forte presenza scenica.
Il romanzo funziona soprattutto quando si concentra sulle loro dinamiche interne, sui sospetti reciproci e sul continuo gioco di potere che si crea tra loro. In quei passaggi, enfatizzati da personalità forti, dialoghi taglienti e un passato pieno di ferite che lentamente emerge pagina dopo pagina, si percepisce davvero la tensione, e il lettore viene spinto ad andare avanti per capire chi stia dicendo la verità e chi invece stia nascondendo qualcosa di molto più oscuro.

Sophie Demange
Sophie Demange è nata nel 1983 e vive a Rouen. Dopo gli studi, ha trascorso diversi anni in India e Messico; al rientro in Francia ha iniziato a lavorare per diverse associazioni umanitarie. Attualmente è impegnata nel settore socio-sanitario.
Sophie Demange costruisce un’atmosfera fatta di donne sopravvissute al trauma che cercano di riconquistare il controllo della propria vita, richiamando chiaramente la trilogia di Millennium, soprattutto nel modo in cui intreccia vendetta, segreti e critica alla violenza sistemica.
“Sai, ho una dipendenza dall’acqua fredda. Be’, fra tutte le mie dipendenze non è certo la peggiore!”
“Che effetto ti fa?”
“Credo di aver bisogno che il mio corpo non senta più nulla. A volte prendo il treno, faccio un salto al mare solo per tuffarmi nell’acqua gelida, e mi lascio andare del tutto.”
Allo stesso tempo, il romanzo sembra strizzare l’occhio anche ai thriller psicologici di Freida McFadden, il problema, però, è che sembra tutto già visto. Capitoli brevi, continui colpi di scena piazzati rigorosamente a fine capitolo, false piste, rivelazioni costruite per tenere il lettore agganciato e quella sensazione costante che nessun personaggio stia dicendo davvero la verità. Sono elementi che fanno sì che la lettura scorra velocissima e intrattenga senza difficoltà, ma più che un’opera con una propria identità,
Le macellaie di Rouen sembra spesso un libro scritto seguendo una formula molto precisa: creare dipendenza più che atmosfera, accumulare rivelazioni più che sviluppare davvero i personaggi. E infatti molti colpi di scena finiscono per apparire forzati o costruiti esclusivamente per scioccare il lettore. Alcune svolte narrative arrivano in modo così improvviso da risultare poco credibili, e diversi comportamenti dei personaggi sembrano esistere solo per permettere alla trama di continuare a generare suspense.
Questo non significa che il libro sia noioso — anzi, si legge con facilità e intrattiene — ma chi conosce bene i thriller della McFadden avrà costantemente la sensazione di trovarsi davanti a una copia meno originale e meno incisiva.
La differenza principale è che nei libri della McFadden, per quanto spesso eccessivi, i meccanismi narrativi sono più calibrati e i colpi di scena arrivano con maggiore efficacia. Qui invece si percepisce troppo il tentativo di replicare quel tipo di tensione psicologica e quel ritmo compulsivo, senza però riuscire davvero ad aggiungere qualcosa di personale.
Anche l’ambientazione contribuisce in buona parte alla riuscita della storia. Rouen viene descritta in modo freddo, sporco, quasi opprimente, e diventa lo sfondo ideale per un thriller che vuole giocare con il disagio e con la paranoia.
C’è un senso costante di inquietudine che accompagna tutta la lettura e che riesce a mantenere alto il ritmo anche nei momenti meno forti della trama.
Le tre protagoniste riescono in parte a salvare il romanzo, perché hanno carisma e tengono viva la curiosità, ma non bastano a nascondere la forte derivazione da uno stile ormai riconoscibilissimo.
È un libro che probabilmente piacerà molto a chi ama i thriller moderni veloci, costruiti per essere divorati in pochi giorni e pieni di continui ribaltamenti, ma chi cerca originalità o una maggiore profondità emotiva potrebbe rimanere deluso.
“Siamo delle serial killer?”
“Per essere delle serial killer, bisogna commettere più omidici.” Rispose Stacey.
In definitiva, Le macellaie di Rouen è un thriller scorrevole, cupo e coinvolgente a livello superficiale, capace di intrattenere grazie alle sue protagoniste e al ritmo serrato, ma che fatica a costruirsi una vera identità propria.
Si legge con curiosità, spesso anche con piacere, ma lascia addosso la sensazione di aver già visto quasi tutto altrove — e, soprattutto, scritto meglio.
“Sta meglio. Le macellaie si rialzano sempre.”
Salottometro:


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