Recensione di Katya Fortunato
TRAMA
Tracy Crosswhite è una detective dal sangue freddo che non si lascia mai scuotere. Ma l’interrogatorio di Erik Schmidt, un killer spietato sospettato di due omicidi irrisolti, la spinge al limite. Schmidt infatti ha dei legami sinistri con l’assassino della sorella di Tracy: vecchie ferite si riaprono inaspettatamente e risvegliano il trauma che ha forgiato la sua vita.
Quando durante un’esercitazione di tiro un errore fatale la fa crollare, Tracy cerca rifugio nella quiete di Cedar Grove, con suo marito, sua figlia e la tata, in cerca di un weekend ristoratore nella casa della sua città natale. Ma la pace è solo un’illusione. Un cavillo legale rimette infatti in libertà Schmidt e Tracy teme che il predatore possa essere sulle sue tracce.
In un gioco del gatto col topo, dove ogni mossa può essere l’ultima, Tracy dovrà sfruttare astuzia, coraggio e ogni grammo del suo addestramento per proteggere chi ama. Riuscirà a sconfiggere un maestro del crimine o questo stallo mortale le costerà tutto?
Ci sono libri di duecento pagine che richiedono settimane per essere terminati e altri di quattrocento che scorrono in pochissimi giorni.
Uno stallo mortale di Robert Dugoni appartiene decisamente alla seconda categoria.
Con questo romanzo Dugoni riporta Tracy Crosswhite al centro di un thriller costruito sul classico gioco del gatto col topo, ma allo stesso tempo racconta anche la frattura interiore di una detective abituata a controllare tutto, persino sé stessa, che improvvisamente scopre di non potersi più fidare dei propri riflessi.
L’autore utilizza il passato di Tracy come un’arma narrativa e mostra come la presenza delle persone che amiamo possa aprire crepe profonde, portandoci a compiere scelte che fino a poco tempo prima sembravano impensabili.
Voleva assimilare quel che le aveva detto, non intendeva liquidare le sue preoccupazioni senza rifletterci. Le cose erano cambiate. Ora era una moglie. Una madre.
L’interrogatorio di Schmidt rappresenta il vero punto di rottura e riapre il trauma legato all’assassino della sorella, trascinando il lettore dentro la paranoia, la memoria e la paura di perdere il controllo insieme a Tracy.
Il registro narrativo è asciutto, rapido, quasi cinematografico.
Dugoni costruisce la tensione attraverso capitoli brevi, continui cambi di ritmo e dialoghi secchi e serrati. Non ci sono lunghi monologhi o pause melodrammatiche: Schmidt parla con una calma quasi seduttiva, mentre Tracy cerca disperatamente di non lasciarsi trascinare nel suo gioco mentale.
Il risultato è un continuo braccio di ferro verbale che alimenta un disagio crescente.

Robert Dugoni
Robert Dugoni è autore di numerosi thriller di successo. I suoi libri sono stati paragonati a quelli di Scott Turow e Nelson DeMille ed è stato definito “il re indiscusso del legal thriller” e “l’erede al trono letterario di Grisham”.
Il primo romanzo della serie di Tracy Crosswhite, Non ho paura del buio, è stato in vetta alla classifica di Amazon e fra i bestseller del New York Times e del Wall Street Journal, ed è stato definito uno dei migliori thriller dal Library Journal e da Suspense Magazine.
E poi ci sono le armi. Dugoni dimostra di conoscere molto bene il mondo del tiro tattico e dell’addestramento di polizia: Glock 23, revolver Smith & Wesson J-Frame, carabine, munizioni ricaricate, percorsi “sparo/non sparo” ed esercitazioni tattiche diventano parte integrante della storia.
Ed è proprio qui che Tracy entra in crisi.
Tiratrice praticamente infallibile, perde lucidità e scarica un caricatore contro un bersaglio innocente, distruggendo in pochi secondi l’immagine che aveva di sé stessa.
«Non…»
«L’ho già visto succedere» la interruppe Mazy. «Conosciamo tutti le tue doti di tiratrice, detective. Prenditi una pausa. Possiamo reinserirti a fine giornata. Lasciarti il tempo per schiarirti le idee.»
Nel romanzo emerge anche un’anima quasi western. Non è un caso che vengano citati gli spaghetti western e le gare di Cowboy Action Shooting.
Afferrò lo Stetson di Sarah dal tavolo e il lungo spolverino, poi infilò in tasca la bandana rossa e il cravattino di cuoio.
Tracy richiama certi pistoleri classici: fredda, precisa, solitaria, ma perseguitata dai propri fantasmi. Dugoni prende quell’immaginario e lo trasporta in un thriller moderno fatto di procedure di polizia e traumi mai davvero superati.
Uno stallo mortale però non vive soltanto di azione e suspense.
Sotto la superficie si sviluppa anche una riflessione molto forte sul peso psicologico del lavoro nelle forze dell’ordine, sull’ansia, sugli attacchi di panico e sulla paura di non essere più all’altezza. Tracy Crosswhite resta una figura durissima, ma qui mostra tutte le sue fragilità, risultando ancora più umana.
«Sei riuscita a liberarti dei tuoi demoni?»
Tracy rifletté a lungo sulla domanda e su ciò che le aveva detto la psicologa, Lisa Walsh. Poi rispose «Non credo che nessuno di noi riesca mai a liberarsi completamente dei propri demoni. Penso che impariamo solo a conviverci meglio. E’ questo che ci rende umani, Dan. Tutti quanti».
Dugoni dimostra ancora una volta di sapere perfettamente come costruire suspense, usando colpi di scena efficaci e mantenendo il lettore nella costante sensazione che qualcosa possa esplodere da un momento all’altro.
La serie dedicata a Tracy Crosswhite è arrivata all’undicesimo volume, ma il romanzo funziona perfettamente sia come thriller autonomo sia come tassello importante nell’evoluzione personale della protagonista.
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