Recensione di Emanuela Ferrara
TRAMA
“Mamma, non c’è più…”
Gemma Ballantine si sta preparando per andare al lavoro una mattina, quando la figlia maggiore scende di corsa dalle scale pronunciando le parole che ogni madre teme. La porta d’ingresso è spalancata. E la sua bambina di sei anni è scomparsa. In preda al panico, Gemma si lancia in una ricerca frenetica e angosciante.
Dopo quello che sembra un tempo infinito, la suocera Diane trova Katie che vaga smarrita a poche strade di distanza. Sollevata nel riabbracciare la sua figlia più piccola, inspirando il dolce profumo dei suoi capelli, Gemma crede che l’incubo sia finito.Ma presto la sua famiglia perfetta comincia a sgretolarsi.E capisce che quello era solo l’inizio…
Esistono storie che nascono con l’ambizione di scuotere le fondamenta della sicurezza domestica, lì dove ogni madre crede di aver costruito un fortino inattaccabile.
La tata perfetta di Shalini Boland si addentra in questi corridoi fatti di silenzi e sospetti, cercando di dare voce a quell’ansia sottile che accompagna l’ingresso di un estraneo nell’intimità familiare. Tuttavia, per chi vive di pane e thriller, la sensazione non è quella di una scoperta, ma di un ritorno in territori fin troppo calpestati.
La struttura narrativa poggia su una doppia voce ben orchestrata, un dualismo che mette a nudo la fragilità di Gemma e la freddezza calcolatrice di Sadie.
Beh, le farò vedere chi sono veramente. Anche se ammetto che ho calcato molto la mano… tutta quella recita da persona semplice e innocente.
È in questo contrasto che il romanzo cerca la sua forza, nel mostrare come la perfezione ostentata sia spesso solo un paravento per intenzioni oscure.
Eppure, proprio questa dinamica finisce per evocare un paragone fin troppo ingombrante: quello con lo stile e le tematiche di Frieda McFadden e il suo celebre Una di famiglia.

Shalini Boland
Shalini Boland è un’autrice bestseller specializzata in thriller psicologici e fantasy. Vive nel Dorset, in Inghilterra, dove trascorre le sue giornate scrivendo, leggendo, passeggiando sulla spiaggia e stando in compagnia della famiglia. I suoi libri hanno venduto tre milioni di copie e sono stati tradotti e pubblicati in tutto il mondo.
Il limite dell’opera della Boland risiede forse proprio qui: in un’attitudine ad attingere in modo così evidente da canoni già consolidati da far rimpiangere una maggiore spinta inventiva. Invece di una storia nuova, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un mosaico di suggestioni già note.
Per il lettore navigato, la nebbia del mistero si dirada troppo presto; non è un colpo di fulmine, ma una lenta consapevolezza che porta a capire, ben prima dell’epilogo, dove i fili della trama andranno a intrecciarsi. È la maledizione di chi ha letto troppo o, forse, il segno di una prevedibilità che smorza il batticuore.
Nonostante ciò, l’impatto emotivo resta il filo conduttore de La tata perfetta.
Il terrore di una madre che perde di vista la propria figlia (in pochi minuti, la mia normale vita quotidiana si è trasformata nel peggior incubo di qualsiasi madre) è descritto con una partecipazione che tocca corde scoperte. È un dolore viscerale, una colpa che preme sul petto.
Se Katie fosse stata investita da un’auto? Sarebbe tutta colpa mia.
In definitiva, La tata perfetta è un meccanismo che funziona, ma che non stupisce. Se i neofiti del genere lo troveranno straordinario e sconvolgente, i veterani faticheranno a ignorare il senso di familiarità.
Un’opera che intrattiene ma non brilla di luce propria, fermandosi sulla soglia di un’originalità solo accennata.
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