Recensione di Monica Truccolo
TRAMA
Helen Appleby desidera solo una vita tranquilla. Appena uscita di prigione per l’omicidio colposo del suo compagno, sta cercando di dimenticare i propri errori − tutti − per ricominciare da capo. Aprire una libreria le sembra il modo perfetto per iniziare una nuova vita: tra gli scaffali silenziosi può nascondersi dal mondo reale e ritrovare sé stessa. L’universo creato dai libri è il rifugio ideale per cercare la felicità, anche se è tutta finzione.
Ma le colpe non si cancellano… Mentre Helen si adatta alla sua nuova vita da libraia apparentemente timida, qualcuno sembra deciso a sabotare tutto ciò che ha costruito. Ma Helen si è già macchiata le mani di sangue. E per proteggere il suo futuro, potrebbe essere pronta a farlo di nuovo…
«Una libreria! Sarai nel tuo elemento», le aveva detto Sarah. «La trovo un’idea geniale». «Sarà un po’ come vivere dentro un libro». Era così che Helen la vedeva. Era così che voleva vederla.
Dopo aver scontato una pena per l’omicidio del proprio compagno, Helen Appleby prova a ricostruire la sua vita aprendo una piccola libreria. Ma il suo fragile tentativo di rinascita, è destinato a incrinarsi.
La libraia è un thriller psicologico in cui il passato non resta sepolto e ogni certezza può trasformarsi in minaccia.
Determinata a lasciarsi tutto alle spalle, Helen cerca stabilità e anonimato, ma la sua nuova esistenza viene presto turbata da presenze ambigue e sospetti sempre più inquietanti. Qualcuno sembra deciso a smascherarla o a distruggerla, costringendola a confrontarsi con ciò che credeva di aver sepolto per sempre, intrappolata tra il desiderio di redenzione e il rischio di cedere ai propri impulsi più oscuri.
«Si chiama Appleby Books. L’inaugurazione è lunedì». Le raccontò di aver trovato il locale ideale e di averlo ristrutturato.
Helen Appleby non è una protagonista propensa a suscitare simpatia. Alle spalle ha un passato pesante, segnato da un gesto irreversibile, e ha costruito la propria nuova vita con una disciplina quasi ossessiva.
La libreria che gestisce non è soltanto un’attività commerciale, ma un tentativo di ricomporsi, di dare una struttura stabile a ciò che un tempo era frammentato.
Eppure il passato riemerge in modo inatteso, si insinua tra le pieghe del presente e altera ogni fragile equilibrio.
«Mi preoccupa un po’ che tu consideri l’aver ucciso qualcuno come uno sbaglio».
C’è qualcosa di profondamente inquietante ne La libraia, qualcosa che si insinua lentamente, quasi senza farsi notare. Il racconto avanza con discrezione, senza artifici o accelerazioni forzate. Non ci sono sequenze d’azione serrate né colpi di scena continui, ma una tensione psicologica che si costruisce gradualmente, pagina dopo pagina. Il lettore finisce per osservare Helen con una curiosità carica di disagio, sospeso tra il desiderio di comprenderla e il timore che possa rivelarsi pericolosa. È proprio questa ambivalenza a dare forza al romanzo.
La narrazione è pervasa da un senso costante di inquietudine, come se ogni certezza fosse destinata a crollare da un momento all’altro.
E fu quel tradimento – non l’intrusione nel negozio o quella in casa sua, non gli orribili vicini o la sua insopportabile referente – a farla crollare sul suo provvisorio giaciglio e scoppiare a piangere.
Nel romanzo di Valerie Keogh, anche i personaggi secondari hanno un ruolo importante, si intrecciano con la protagonista e amplificano il senso di inquietudine.
Anche quando sembrano innocui, aggiungono un sottile strato di sospetto, perché in un thriller psicologico come questo nessuno è davvero neutrale. Ogni presenza contribuisce a spostare l’equilibrio della storia, mettendo in discussione ciò che il lettore crede di aver compreso. Anche i gesti più semplici possono assumere un significato ambiguo, e le relazioni che si intrecciano attorno a Helen diventano parte della stessa tensione che la circonda.
La sua sfera privata, segnata da pratiche sessuali estreme, contribuisce inoltre ad alimentare il giudizio degli altri e a rafforzarne l’ambiguità.
«Non era solo il momento, era anche il tono della voce. Mi pare che tu non ti renda conto di quanto sia grave violare una delle condizioni della libertà vigilata. Secondo il regolamento, dovrei farti richiamare in carcere per finire di scontare la tua pena».

Valerie Keogh
Valerie Keogh è cresciuta leggendo i romanzi di Agatha Christie e così, quando ha iniziato a scrivere, ha deciso di privilegiare i thriller. Prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, ha conseguito un’abilitazione come infermiera.
Ha un master in Letteratura americana. Con la Newton Compton ha pubblicato La gemella bugiarda e La libraia.
La prosa di Keogh è rapida e funzionale, organizzata in capitoli che mantengono costantemente una promessa di rivelazione.
L’autrice procede in modo diretto, concentrandosi sulla tensione e sull’efficacia della costruzione narrativa, e il risultato si rivela solido. Il lettore si ritrova progressivamente dentro la mente di Helen, fino a condividerne diffidenze, timori e, a tratti, anche le giustificazioni.
Il fulcro del romanzo non risiede tanto negli eventi, quanto nella posizione che si è portati ad assumere. Helen è una vittima o una manipolatrice? È davvero alla ricerca di una forma di redenzione o sta semplicemente cambiando maschera?
I colpi di scena, costruiti con abilità, non risultano sempre sorprendenti, ma svolgono comunque la loro funzione: più che alterare gli avvenimenti, modificano lo sguardo con cui li si interpreta.
Mentre si allontanava, si ripeté ancora una volta quanto fosse stata fortunata ad aver incontrato Dilly, senza sapere che quella cara signora stava tramando la sua rovina.
La libraia di Valerie Keogh lascia nel lettore una sensazione precisa: quella di un racconto compatto e serrato, che procede senza tregua e punta più sull’effetto immediato che sulla reale profondità. Non è un romanzo che indaga davvero le sue premesse o i suoi personaggi, ma sa esattamente come mantenere alta l’attenzione fino all’ultima pagina. Il suo limite è anche la sua strategia: non cerca verità, non apre interrogativi davvero radicali, ma costruisce un dubbio continuo, sufficiente a catturare chi legge senza però portarlo mai oltre la superficie della storia, mantenendolo comunque dentro la narrazione.
Forse perché mi sentivo sola e perché all’inizio pensavo che la sua crudeltà fosse la risposta ai miei particolari bisogni sessuali.
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