Recensione di Marco Lambertini
TRAMA
“Conveniva a tutti” sta scritto nel biglietto di addio che viene ritrovato accanto al cadavere di Alberto Novelli, nel salotto del suo appartamento in Porta Venezia. Un colpo di pistola alla tempia. La polizia non ha dubbi: il critico cinematografico – un tempo celebre ma ormai dimenticato dai vecchi compagni di militanza del Sessantotto – si è ucciso. Incuriosito e insieme attratto dal messaggio, il vicecommissario Peppuccio Loporto si appassiona alla storia di Novelli, nella quale rivede le promesse mancate della propria giovinezza.
E accanto a lui Pietro, il figlio di Alberto, da sempre un estraneo per quel padre che non aveva mai accettato di fare il padre. Ora Pietro è costretto ad affrontare ciò che ha sempre evitato: l’enigma di chi fosse davvero Alberto Novelli e della sua eredità politica e intellettuale, in grado di far tornare a galla ideali traditi e segreti che nessuno ha interesse a riesumare.
Sullo sfondo di una Milano che cambia volto a ogni pagina, l’indagine diventa per Pietro un sofferto viaggio alla scoperta di sé, della sua rinuncia ad amare e di una generazione che ha creduto di cambiare il mondo ma che ancora oggi fatica a fare i conti con la storia. Ironico e disincantato, Il coltello della memoria è un romanzo sorprendente per la sua capacità di illuminare una stagione controversa e vitale del nostro passato. Che continua a pesare sul nostro presente, forse più di quanto non immaginiamo.
Sul Sessantotto sono state scritte tonnellate di pagine. Molte, lo dico in tutta onestà, da protagonisti grandi e piccoli di quegli anni, che hanno poi colonizzato giornali e tv, e quindi fornito una visione non proprio imparziale.
Verrebbe da chiedersi se un nuovo romanzo sul Sessantotto fosse necessario. La risposta, in questo caso, è sì, assolutamente.
Franco Currò, giornalista esperto di comunicazione e scrittore, sceglie per il suo primo romanzo proprio quel periodo e fa centro: riesce a restituire il dubbio della memoria, la diffidenza verso i racconti ufficiali e, soprattutto, a costruire un libro che, più che aggiungere una voce, incrina il coro.
La morte di Paolo Novelli, con tutta probabilità un suicidio, è l’innesco.
Una persona onesta, profonda e sincera, anche troppo, e questa è stata la sua grande sfortuna, quello che gli ha rovinato la vita. Faceva politica, sì, e con passione, ma detestava i demagoghi, massimalisti così come le sciocche semplificazioni, ripeteva all’infinito che gli slogan servono per animare un corteo, non per cambiare nel profondo una società.
È in queste parole che si coglie meglio la figura di Paolo Novelli, presenza centrale del romanzo pur nella sua assenza. Tutto ruota attorno a lui: la sua morte apre la storia, ma è la sua vita o meglio, le diverse versioni della sua vita a sostenerla.
Novelli appare come una figura quasi fuori posto rispetto al suo tempo: troppo lucido per lasciarsi andare agli entusiasmi collettivi, troppo onesto per aderire fino in fondo alle semplificazioni ideologiche.
La sua è una postura critica che lo isola, lo rende scomodo, forse persino fragile. In un contesto in cui le appartenenze chiedono adesione e slogan, lui insiste sulla complessità. E paga questo atteggiamento.
L’inizio appare un classico “giallo”, che diventa un pretesto, quasi un meccanismo narrativo per tenere insieme il racconto.
Il dubbio si fa spazio: e se non fosse un suicidio? E soprattutto, ha senso, oggi, riportare alla luce un possibile omicidio avvenuto quasi sessant’anni prima, nel pieno delle manifestazioni studentesche?
A quel punto la trama investigativa smette di essere solo un contorno e diventa “pietanza”, non tanto per arrivare a una soluzione, quanto per complicare ancora di più il rapporto tra verità, memoria e responsabilità.
La storia è raccontata direttamente dai personaggi.
Non c’è un narratore che tiene tutto insieme, ma una polifonia che complica continuamente il quadro.
La voce principale è quella di Pietro Brusa Novelli. Paolo Novelli è stato per lui un padre totalmente e scientemente assente e ora si trova a dover capire il perché della sua decisione improvvisa. È attraverso i suoi dubbi che il romanzo prende forma: dubbi sul padre, sul passato, su quel mondo di idee e lotte che negli anni Sessanta sembrava enorme e oggi appare, se non ridimensionato, almeno meno solido di quanto si racconti.
Intorno a lui, una galleria di figure tutt’altro che neutre: il Vice commissario Loporto, il banchiere Rinaldi – ex “duro” del Sessantotto oggi perfettamente integrato nel capitalismo che allora combatteva, la signora Donadio, presenza marginale solo in apparenza, la prima a insinuare il dubbio che tutto possa essere diverso da come sembra.
Nessuno possiede la verità. O, forse, ognuno ne possiede una versione interessata.
Ma cio che resta maggiormente è come tutto questo viene raccontato.

Franco Currò
Franco Currò, genovese, giornalista professionista, ha lavorato presso numerosi quotidiani e periodici come cronista, inviato speciale, caporedattore. Da trent’anni è impegnato nella comunicazione d’impresa a livello strategico, di cui è considerato tra i maggiori esperti italiani. Questo è il suo primo romanzo.
Currò scrive con leggerezza. Ma è una leggerezza che taglia. La prosa è leggera, quasi disincantata, ma proprio per questo ancora più incisiva.
La critica alla società italiana, progressista o conservatrice cambia poco, passa attraverso dettagli, battute, osservazioni rapide:
Uno scrittore, piuttosto famoso, debitamente laico, debitamente democratico e debitamente antifascista.
Basta questo per smontare un intero ambiente culturale, fatto di etichette corrette e identità spesso automatiche.
E lo stesso succede con la giustizia:
«Ah, guardi che il pm è uno che parla volentieri con i giornali, non gli dispiace avere un po’ di visibilità, anzi. Domani credo troveremo le paginate».
Ancora una volta, nessuna invettiva. Solo una frase. E tutto è già chiaro.
Nonostante sul Sessantotto sia stato detto tutto, questo romanzo riesce a essere necessario. Perché non racconta un’epoca: ne mostra le conseguenze.
È un libro breve, ma estremamente intenso. E soprattutto, è un libro che non sistema le cose.
Uno sguardo potente, anche se affidato a uno stile leggero, su un periodo storico apparentemente lontano ma ancora ben presente, con tutti i suoi tic nella nostra società.
E alla fine resta lì una domanda scomoda, quanto di quello che ricordiamo è davvero nostro, e quanto invece ci è stato insegnato a ricordare?
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