Buio di Vera Buck

Buio Salotto Giallo

Recensione di Cristiano Colombo

TRAMA

Una casa a un euro: per Tilda, ragazza tedesca di origini italiane, è davvero un colpo di fortuna. Vuole tagliare i ponti con la sua vita precedente e una villa in Sardegna è ciò che fa per lei. Botigalli è il sogno di ogni architetto appassionato di restauri: un villaggio abbandonato in cima alle montagne della Barbagia, una cinquantina di abitazioni e una sola strada che porta alla pittoresca chiesa. Inoltre si tratta di un cambio radicale: lavoro manuale, solitudine e buon cibo.

Ma l’idillio di questo luogo sospeso nel tempo è di breve durata. Il paese, che all’inizio sembrava completamente disabitato si anima in modo inquietante: strani rumori, oggetti spostati e poi un terribile segreto che risale all’estate del 1982, quando in una sparatoria tutti i suoi abitanti hanno trovato la morte. Nessuno sa cosa sia davvero accaduto quel giorno e l’unico superstite, l’anziano Silvio, rimane ostinatamente chiuso nel suo silenzio nonostante un giornalista si presenti da lui ogni domenica per cercare di convincerlo a raccontare la sua tragica storia.

E Tilda, suo malgrado, vi si troverà improvvisamente catapultata dentro. Fare luce nel buio di quegli anni sarà l’unico modo per uscirne… illesa. Perché in questa terra aspra e isolata, sono successe, e ancora succedono, cose terribili.

Vera Buck non si limita a scrivere un thriller. Costruisce una tomba di vapore: un luogo chiuso, soffocante, dove l’aria vibra di segreti mai detti.

La Sardegna che descrive non è quella delle cartoline turistiche, ma la Barbagia degli abissi, la terra dei barbari che i Romani non domarono, dove l’omertà è più antica delle pietre.

Botigalli è un personaggio vivente: un paese a nido d’ape che si stringe come una mano sotto la gola, con le sue case storte, le strade che finiscono in vicoli ciechi, la chiesa in cima alla montagna che sembra un presidio di osservazione.

La scelta di Tilda – architetta – non è casuale: lei viene lì per ricostruire, per ridare forma al caos, ma scopre che certe fondamenta sono marcite. Il buio che dà il titolo non è solo assenza di luce: è la densità del non-detto, il peso di una storia che il paese ha sepolto sotto tonnellate di silenzio.

La struttura narrativa è un gantt dell’orrore: capitoli che alternano il presente di Tilda (il recupero della casa, l’arrivo del fratello Nino, la relazione con Daniele il pescatore-artista) e il passato di Franca, ragazza dell’82 che respira l’aria di una libertà mai concessa.

Buck sa giocare con la tensione come un chirurgo con il bisturi: quando il lettore pensa di stare al sicuro nel presente, ecco che il passato affiora, una macchia d’olio sul selciato, una calza da donna abbandonata, il rumore di una campana che suona nel paese fantasma.

E il brivido diventa fisico.

La finale del mondiale – quell’ 11 luglio 1982 – non è solo un’ancora storica: è il contrappunto grottesco, la gioia nazionale che esplode mentre in un buco sottoterra un bambino muore di paura.

Il vero mostro del libro non è un fantasma. È la comunità: quella che chiude gli occhi, quella che punta pistole alla tempia delle ragazze curiose, quella che rapisce bambini per denaro e poi li dimentica nei pozzi.

Buck affronta il tema del banditismo sardo – i sequestri di persona degli anni ’70 e ’80 – non come folklore, ma come trauma ereditario.

La Sardegna qui è una “zona blu” solo di nome: sì, ci sono i centenari, ma ci sono anche le fosse comuni del silenzio.

La figura di Enzo, il giornalista ossessionato, è lo specchio deformante di Tilda: entrambi cercano di dare un nome al dolore, ma mentre lei fugge dal suo passato personale, lui si scaglia contro quello collettivo, sapendo che “mettere una pietra sopra” è un’operazione che richiede violenza.

La scena del cimitero – dove il vecchio Silvio custodisce la forchetta usata per difendersi quella notte – è iconica: la sopravvivenza ridotta a un utensile da cucina, la storia ridotta a un trofeo macabro.

Vera Buck

Vera Buck è un’autrice tedesca. Ha studiato giornalismo, letteratura e sceneggiatura in Europa e alle Hawaii e lavorato come autrice freelance a Zurigo. Bambini lupo, pubblicato in Italia da Giunti nel 2024, è il suo esordio nel campo dei thriller, un successo di critica e di vendita in Germania.

La prosa di Buck è essenziale ma densa, come l’aria di agosto in quei borghi.

Non c’è un aggettivo di troppo, ma ogni descrizione – il caldo che “brucia senza pietà”, il vento che “si arrabbia contro le persiane” – è un colpo basso all’atmosfera.

L’uso del dialetto sardo è misurato, non folkloristico: serve a marcare il confine tra chi appartiene e chi è un’estranea, tra chi sa e chi deve tacere.

E poi c’è l’elemento “acqueo”: il mare come metafora di fuga e di pericolo, la pesca del corallo come antico rito, il pesce che diventa soggetto dei disegni di Daniele – figure umane infilate in scatolette di sardine, una perfetta allegoria della prigionia di Tilda (e di tutte le donne del libro) in un corpo, in un paese, in un passato.

Leggere Buio è come essere rinchiusi nella cassa di legno dove Franca (e altri) vengono nascosti: si respira male, il tempo si dilata, il panico è una presenza palpabile.

Ma il vero colpo al cuore arriva quando si capisce che il mostro è già stato sconfitto, che il massacro è già avvenuto, e che noi lettori siamo solo chiamati a testimoniare l’assenza di giustizia. La scena in cui Tilda nuota al largo, ubriaca, desiderando di “fondersi con il mare” e interrompere il proprio dolore, è una delle più struggenti scritture del suicidio simbolico: la voglia di sparire non per morire, ma per smettere di sentire il peso delle proprie colpe (reali o immaginarie che siano).

Salottometro:

4,5
Buio Salotto Giallo

Link d’acquisto

Cartaceo
Ebook

,

Scopri di più da SALOTTO GIALLO

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere