Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro
Intervista a cura di Monica Truccolo
Graditissimo ospite di oggi del nostro spazio dedicato alle interviste agli autori “In salotto con…” François Morlupi.
François Morlupi (Roma, 1983) è oggi una delle voci più interessanti del noir italiano, capace di intrecciare tensione narrativa e attenzione per le fragilità umane. Dopo il successo della serie dei Cinque di Monteverde, con Il cielo degli invisibili torna a raccontare Roma da una prospettiva laterale, dando spazio a chi vive ai margini.

Il romanzo, letto e recensito per noi da Monica Truccolo (leggi la recensione QUI) segue Otello De Bartolo, paninaro sui generis, e un’improbabile squadra di “investigatori” alle prese con una scomparsa e alcune morti sospette, in una storia che mescola indagine e riflessione sociale.
In questa intervista per Salotto Giallo, Morlupi racconta la genesi del libro e il significato di uno sguardo rivolto agli invisibili, tra ironia e ombre della contemporaneità.
Otello De Bartolo è un paninaro sui generis, che ha trasformato il suo chiosco in un luogo di incontro dove cibo e letteratura si intrecciano. Come è nato questo personaggio e da dove arriva l’idea dei “Panini parlanti”?
Volevo sfatare il luogo comune che soltanto le persone che hanno compiuto tanti anni di studi leggono. Non è vero, ne ho avuto la prova nei miei numerosi tour di promozione di libri. Spesso le lettrici e i lettori forti sono persone comuni, portieri, impiegati di supermercati, personale ATA.
Otello, appunto, non ha potuto studiare, ma ha un grande amore per la letteratura. Crea questi panini letterari, a volte ispirati dal numero delle pagine. Va da sé che il Guerra e pace è enorme e che Il piccolo principe sia piccolo e adatto ai bambini.
La sua creatività si espande anche alle salse, come la Padron ‘Ntoni in stile Malavoglia che è molto amara, e la Edmond Dantès dedicata all’immortale Conte di Montecristo che all’inizio non l’avverti ma poi come la sua vendetta, la senti eccome.
Il romanzo intreccia due indagini parallele, una ufficiale e una portata avanti da Otello e dal suo gruppo. Come ha lavorato per gestire queste dinamiche senza perdere equilibrio tra i diversi piani narrativi?
Con tanti schemi, schemini e ovviamente post-it. Era importante avere un’impalcatura che reggesse il peso di due indagini parallele, trovando il giusto equilibrio e soprattutto mantenendo un ritmo scorrevole.
Otello e il maresciallo Buzzini affrontano i misteri in modi molto diversi. Che cosa rivelano queste due prospettive sulle loro personalità e sul loro modo di intendere la giustizia?
Sono due cittadini del mondo, innanzitutto ed è la cosa più importante. Hanno numerosi punti in comune come il senso di giustizia, la solidarietà tra le persone e l’umanità. Poi sono anche un maresciallo e un paninaro e ovviamente questo ha delle conseguenze. Se Otello indaga andando a tentativi, il maresciallo è sotto certi punti di vista, più razionale ma non per questo più efficace.
Nel romanzo compaiono molti personaggi, ciascuno con una propria identità ben definita. Quale, oltre a Otello, ha rappresentato la sfida più complessa dal punto di vista emotivo e psicologico?
La Marchesa senza dubbio. Essere transessuali nella società in cui viviamo è semplicemente difficilissimo. Ho voluto raccontare queste esistenze lacerate che vivono degli autentici drammi e non hanno alcun sostegno né supporto.
Al centro della storia ci sono gli “invisibili”, figure spesso ignorate dalla società. Che ruolo hanno nel romanzo e in che modo le loro fragilità diventano una forma di forza narrativa?
Il cielo degli invisibili parla di tutte le persone emarginate dalla nostra società, in primis i senzatetto. Noi facciamo finta di non vederli, i clochard, ma le statistiche sono agghiaccianti.
Fino a dieci anni fa ce n’erano cinquantamila in Italia, ora sono raddoppiati, e se ne contano un milione in tutta Europa. Hanno una speranza di vita di quarant’anni, la metà di un cittadino comune. Sono soprattutto ultraquarantenni, ma la seconda fascia di età è 17-29. Penso che sia importante focalizzarsi su un problema così serio. Soprattutto dopo che la cosiddetta architettura ostile, nata negli 70-80, ha preso piede anche nel nostro paese.
Panchine con braccioli, pendenti per fare in modo di non farli dormire nelle piazze. Così come grate davanti alle case o gli scalini delle Chiese, per allontanare il problema e non risolverlo. Non è criminalizzando la povertà che riusciremo a farcela.
Il libro affronta tematiche delicate con uno sguardo umano e partecipato. Se si fosse trovato nei panni di uno dei suoi personaggi, come pensa che avrebbe reagito di fronte a queste situazioni?
Spero come Otello. Me lo auguro tanto.
Roma è una città in cui non si è ancora un numero, ma si rimane una persona con un nome e un cognome. Otello ha indagato perché è figlio di Roma, in un certo senso.
Dopo Il cielo degli invisibili, rivedremo Otello De Bartolo in una nuova avventura oppure tornerà a raccontare un’altra indagine dei Cinque di Monteverde?
Ci saranno altre storie, non dei Cinque. Otello tornerà, se tutto va bene, tra un anno e mezzo.
I cinque invece, ancora non so. Ansaldi aspetterà, è un uomo paziente. Aspetta da una vita, figuriamoci se non può aspettare il sottoscritto.
Infine, la nostra domanda di rito: se potesse sedersi nel nostro Salotto con il suo autore preferito per fargli una sola domanda, chi inviterebbe e che cosa gli chiederebbe?
Dovrei organizzare un buffet per quanti autori desidererei invitare!
Se dovessi sceglierne uno su tutti, direi Agatha Christie. Le chiederei come ha potuto immaginare un colpo di scena così geniale come nell’assassino di Roger Ackroyd.
Salotto Giallo ringrazia l’autore per la sua disponibilità all’intervista e gli dà appuntamento al prossimo romanzo!

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