Jo Nesbø

Chi è e le origini di Harry Hole

Di Marco Lambertini

Salotto D'autore

Rubrica a cura di Marco Lambertini e Katya Fortunato

L’arrivo su Netflix della serie dedicata a Harry Hole, ispirata a La stella del diavolo, ha riportato al centro dell’attenzione uno dei personaggi più iconici del noir contemporaneo. Per molti spettatori si tratta di un primo incontro con l’investigatore norvegese; per i lettori, invece, è l’occasione ideale per tornare alle origini e riscoprire come tutto è cominciato.

In un momento in cui la serie letteraria è destinata ad arricchirsi di un nuovo capitolo, atteso per l’autunno, tornare ai primi romanzi significa osservare da vicino il processo di nascita di un personaggio. Non il mito già formato, ma la sua costruzione progressiva: esitante, contraddittoria, profondamente umana.

Perché Harry Hole non nasce completo: si costruisce, romanzo dopo romanzo, tra cadute, ossessioni e lampi di genio.

Ed è proprio nei primi capitoli della saga firmata da Jo Nesbø che si trova la sua forma più autentica e fragile.

Fin dall’inizio, Harry Hole è un personaggio in tensione. Non è semplicemente un poliziotto problematico: è un uomo che fatica a stare al mondo. L’alcol, la solitudine e un rapporto conflittuale con l’autorità non sono dettagli caratteriali, ma elementi strutturali della sua identità.

Ne Il pipistrello, suo romanzo d’esordio, lo incontriamo lontano da Oslo, in Australia. È un outsider, quasi spaesato, che osserva più di quanto agisca. In una delle riflessioni che ne definiscono subito il carattere, emerge la sua visione disincantata della realtà: il mondo non è ordinato, e la verità raramente è rassicurante. Già qui si intravede il tratto distintivo del personaggio: la capacità di cogliere ciò che gli altri ignorano, ma senza trovare pace in ciò che scopre.

Con Scarafaggi, ambientato a Bangkok, questa inquietudine si amplifica. Harry è più esperto, ma anche più esposto ai propri demoni. In un passaggio significativo, si lascia andare a una constatazione amara:

Non esistono posti davvero lontani, solo modi diversi di perdersi.

È una frase che sintetizza perfettamente il suo stato mentale: non importa dove si trovi, il conflitto lo segue.

Il vero salto avviene con Pettirosso. Qui Nesbø abbandona l’impostazione più “internazionale” dei primi romanzi e radica la storia nella Norvegia contemporanea, intrecciandola con il passato della Seconda guerra mondiale.

Harry Hole diventa molto più di un investigatore: è un tramite tra passato e presente, tra colpa collettiva e responsabilità individuale. La sua ossessione per la verità si intensifica, anche quando questa mette in discussione l’identità stessa del suo Paese.

In questo romanzo emerge una delle idee chiave della serie: il male non è un’eccezione, ma una possibilità sempre presente. E Harry, pur cercando di combatterlo, ne è costantemente sfiorato.

Con Nemesi, la costruzione del personaggio entra in una fase più intima e dolorosa. Harry non è più solo l’osservatore lucido: diventa parte del problema. Sospettato, confuso, vulnerabile, si muove in una realtà dove i confini tra colpa e innocenza si fanno sfumati.

Uno dei temi centrali è la memoria, fallace, manipolabile e il rapporto che Harry ha con essa. In un passaggio emblematico, si percepisce il suo smarrimento:

non potersi fidare di sé stessi è forse la forma più radicale di perdita.

Qui il personaggio si incrina definitivamente, e proprio per questo acquista una forza narrativa ancora maggiore.

Con La stella del diavolo, il percorso si compie. Harry Hole è ormai una figura pienamente definita: geniale e autodistruttiva, lucida e tormentata.

Il romanzo introduce un killer seriale e gioca con simbolismi e strutture più complesse, ma è soprattutto un’indagine sul protagonista. Il suo rapporto con i colleghi, con l’autorità e con sé stesso si fa sempre più teso.

In una delle frasi che meglio lo rappresentano, emerge la sua natura contraddittoria:

Non era la paura a fermarlo, ma ciò che avrebbe trovato oltre.

È questa tensione verso la verità,  anche quando risulta distruttiva, a renderlo così magnetico.

Ma diamo un volto al creatore di Harry Hole.

Prima di diventare uno degli autori noir più letti al mondo, Jo Nesbø ha avuto un percorso tutt’altro che lineare. Da giovane è stato un promettente calciatore, arrivando a giocare ad alti livelli in Norvegia, prima che un infortunio ne interrompesse la carriera.

Successivamente si è dedicato alla musica, diventando il frontman della band Di Derre, molto popolare in patria. Parallelamente ha studiato economia e lavorato come analista finanziario , una competenza che si riflette nella precisione con cui costruisce trame e meccanismi narrativi.

Questa pluralità di esperienze si percepisce chiaramente nella sua scrittura: Nesbø è un autore che unisce disciplina e creatività, istinto narrativo e costruzione rigorosa.

Lo stile di Nesbø è uno degli elementi che ne ha determinato il successo internazionale. La sua scrittura alterna ritmo serrato e momenti di pausa riflessiva, creando un equilibrio tra azione e introspezione.

Nei romanzi di Harry Hole, questo si traduce in una struttura complessa, fatta di più linee narrative che si intrecciano progressivamente. Il lettore è spesso chiamato a ricostruire il puzzle, seguendo indizi disseminati con precisione quasi matematica.

Allo stesso tempo, Nesbø scava a fondo nella psicologia dei personaggi. Il crimine non è mai solo un enigma da risolvere, ma un’occasione per interrogarsi sulla natura umana, sulle sue fragilità e contraddizioni.

Parallelamente alla serie, Nesbø ha sviluppato una produzione autonoma che gli ha permesso di esplorare nuove strutture e temi.

Romanzi come Il cacciatore di teste o Il confessore mostrano una scrittura più concentrata, spesso costruita attorno a protagonisti ambigui e a dinamiche di vendetta e redenzione.

La novelle noir Sangue e neve spinge ancora oltre questa sperimentazione, con una storia più breve e uno stile essenziale, quasi pulp. Anche la riscrittura di Macbeth dimostra la volontà dell’autore di confrontarsi con modelli classici, trasportandoli in un universo cupo e contemporaneo.

Negli ultimi anni, però, con libri come  Il fratello e il seguito La Famiglia, Nesbø sembra aver aperto una nuova fase della sua carriera. Pur non essendo una serie nel senso tradizionale, questi romanzi, segnano l’inizio di un ciclo narrativo che appare più intimo.

Qui il centro non è più l’indagine, ma il legame familiare. Il rapporto tra fratelli diventa il motore della narrazione, mentre il crimine resta sullo sfondo come detonatore emotivo.

Rispetto a Harry Hole, i protagonisti di questi romanzi sono meno “eroici”, ma forse più universali: uomini comuni alle prese con scelte irreversibili. Il male non è più qualcosa da inseguire, ma qualcosa con cui convivere.

L’opera di Jo Nesbø si muove oggi in  più direzioni, segno di una vitalità narrativa che non accenna a esaurirsi.

Da un lato resta centrale la figura di Harry Hole, la cui evoluzione  osservata a partire dai primi romanzi, mostra come un personaggio possa nascere in modo irregolare e crescere fino a diventare iconico.

L'impronta del lupo Salotto Giallo

Dall’altro, però, si intravede una possibile nuova traiettoria. Con L’impronta del lupo, appena pubblicato da Einaudi, Nesbø introduce il detective Bob Oz, attivo a Minneapolis: una figura che sembra raccogliere l’eredità di Hole, ma filtrata attraverso la sensibilità più recente dell’autore.

Bob Oz appare infatti come un personaggio di confine: da un lato porta con sé tratti riconoscibili, l’ossessione, l’irregolarità, la tensione morale che richiamano Harry Hole; dall’altro incorpora quella dimensione più intima e psicologica sviluppata nei romanzi più recenti, dove il conflitto non è solo con il crimine, ma con sé stessi.

Se si tratti davvero dell’inizio di una nuova serie è ancora presto per dirlo. Ma è proprio in questa tensione tra continuità e cambiamento che si misura oggi la scrittura di Nesbø: capace di rinnovarsi senza perdere la propria identità, e di creare, ancora una volta, personaggi destinati a lasciare il segno.

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