In salotto con… Giuliano Pasini

Intervista a Giuliano Pasini

Spazio a cura di Claudia Pieri e Samuela Moro

Intervista a cura di Marco Lambertini

Gradito ospite del nostro spazio dedicato alle interviste con gli autori “In salotto con…” Giuliano Pasini.

Tra le voci più riconoscibili del thriller italiano contemporaneo, Giuliano Pasini si è imposto negli anni per una scrittura capace di coniugare tensione narrativa e profondità psicologica. Nato in provincia di Modena, Pasini ha esordito con Venti corpi nella neve, romanzo che lo ha portato all’attenzione del pubblico e della critica, inaugurando la serie con protagonista Roberto Serra, proseguita poi con titoli come Io sono lo stranieroIl fiume ti porta via e, più recentemente, L’estate dei morti

Con Il silenzio che resta, pubblicato da Piemme, (recensione a cura di Marco Lambertini a questo LINK) Pasini torna con un romanzo che segna un ulteriore passo nella sua evoluzione narrativa: un thriller che affonda le radici nel dolore e nella memoria, più che nell’indagine pura. Al centro della storia, la scomparsa di un bambino e il vuoto che lascia dietro di sé, destinato a riaprirsi quando un nuovo caso, inquietantemente simile, riporta tutto a galla. 

Un libro che intreccia tensione e introspezione, in cui il mistero diventa soprattutto un viaggio nelle ferite dei personaggi e in ciò che resta dopo la perdita. È proprio da qui che prende avvio la nostra intervista a Giuliano Pasini, per entrare nel cuore di una storia che parla di assenze, silenzi e verità difficili da affrontare.

Giuliano Pasini
Nel romanzo sembra che il vero centro non sia tanto l’indagine in sé, quanto ciò che resta dopo la tragedia, sia nelle persone sia nei luoghi. Quando ha iniziato a scrivere Il silenzio che resta, aveva già chiaro di voler privilegiare la dimensione emotiva rispetto a quella investigativa? 

Sì, quando ho iniziato a lavorare a Il silenzio che resta avevo abbastanza chiaro che il cuore del romanzo non sarebbe stata “soltanto” l’indagine (per quanto sia centrale nel racconto). 

La trama gialla, per me, è sempre uno strumento per entrare nelle vite delle persone e raccontare altro. In questo romanzo, mi interessava capire che cosa rimane dopo una tragedia: il vuoto, le parole non dette, i sensi di colpa, ma anche le forme di resistenza quotidiana che permettono alle persone di andare avanti.

In questo senso, l’indagine diventa quasi il filo che tiene insieme la storia, ma il vero centro è il paesaggio emotivo dei personaggi. È il silenzio che rimane dopo la tragedia.

Elena Dal Pozzo è un personaggio complesso, fragile, quasi consumato dal dolore. In che modo ha lavorato per costruire una figura così umana senza cadere né nel giudizio né nell’assoluzione? 

Elena Dal Pozzo è il personaggio su cui ho lavorato di più in tutta la mia produzione. Quando si racconta qualcuno travolto dal dolore, il rischio è sempre quello di semplificare: o lo si giudica, o lo si assolve.

A me interessava fare una cosa diversa, cioè provare a portare il lettore dentro la sua imperfetta umanità. Elena è una donna che porta addosso una frattura enorme, e quella frattura influenza ogni suo gesto. Ho cercato di restituire le sue contraddizioni senza spiegarle, lasciando che fossero i suoi comportamenti, le sue esitazioni, i suoi silenzi a parlare…

Il vice questore Santo Mixielutzi appare quasi come il contraltare di Elena: controllato, silenzioso, apparentemente distaccato. Che cosa rappresentano, simbolicamente, l’uno per l’altra?

Santo Mixielutzi è un uomo che ha costruito una corazza: controllato, metodico, abituato a non lasciarsi travolgere dalle emozioni. Ma quella corazza non significa che sia indifferente, anzi.

Elena rappresenta la ferita aperta, Mixielutzi la necessità di dare un ordine al caos. In qualche modo si specchiano l’uno nell’altra. Lei mostra ciò che succede quando il dolore ti invade completamente; lui ciò che succede quando provi a contenerlo.

Sui due piatti di una bilancia, Elena e Santo sarebbero in equilibrio, presi singolarmente sono profondamente sbilanciati.

Nel romanzo compare, seppure in un breve cameo, il commissario Serra, protagonista di molti suoi racconti. Quali sono, secondo lei, le principali differenze e, se ci sono, le eventuali assonanze tra Serra e il vice questore Santo Mixielutzi? Sono due modi diversi di confrontarsi con il male e con l’indagine? E potrebbero in futuro trovarsi entrambi al centro di una nuova storia?

Roberto Serra è un personaggio con cui convivo da anni, e inserirlo in un cameo è stato quasi un gioco, un modo per creare un ponte con il mio mondo narrativo.

Serra e Mixielutzi sono diversi. Serra è istintivo, legato alle relazioni umane e anche, se vogliamo, più disposto a sporcarsi le mani emotivamente. Mixielutzi invece è un uomo che tiene tutto sotto controllo, che lavora molto sulla distanza. Però hanno molto in comune: entrambi cercano di capire le persone. E hanno un profondo senso di giustizia in nome del quale hanno sacrificato tutto, o quasi.

Si conoscono in Io sono lo straniero (ristampato in una bella edizione Piemme) e vanno molto d’accordo. Non so se in futuro si incontreranno di nuovo, ma… Perché no? Ci vuole la storia giusta perché, alla fine, è sempre la storia che vince. Sarebbe un incontro interessante.

Chiudiamo con la nostra domanda di rito: se potesse sedersi nel nostro Salotto con il suo autore o la sua autrice preferito/a, chi inviterebbe e quale domanda gli farebbe?

Se potessi sedermi nel vostro Salotto con uno scrittore che amo, sceglierei Stephen King. Gli chiederei di farmi entrare per qualche istante nella parte della sua mente in cui nascono le sue storie. Non so se sarebbe un posto piacevole in cui stare, ma… Di sicuro non mi annoierei.

Salotto Giallo ringrazia l’autore e la Piemme per la
disponibilità all’intervista
Il silenzio che resta Salotto Giallo

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