Una bambola di cioccolata di Amandine Gay

Una bambola di cioccolata Salotto Giallo

Recensione di Emanuela Ferrara

TRAMA

Un saggio autobiografico potente e necessario in cui Amandine Gay, autrice e afro-femminista francese, racconta l’esperienza dell’adozione dal punto di vista di chi l’ha vissuta. Nata senza accesso alle proprie origini, l’autrice intreccia vissuto personale e analisi politica per interrogare identità, razza, filiazione e genitorialità. Un libro intenso che ribalta lo sguardo sull’adozione e dà voce a una storia troppo spesso ignorata.

Oltre il “Lieto Fine”: L’adozione tra il pensiero di Amandine Gay e il vissuto di due donne

Leggere Una bambola di cioccolata di Amandine Gay significa, per chiunque sia toccato dall’adozione, scontrarsi con uno specchio che deforma le rassicuranti narrazioni occidentali.

Partendo dalle tesi radicali dell’autrice, abbiamo sviluppato una riflessione corale che intreccia due sguardi diversi ma complementari: quello di una madre di una ragazza Rom adottata diciassette anni fa (l’adozione come sfida politica e visibile) e quello di una donna adulta, bianca, adottata alla nascita (l’adozione come identità privata e invisibile).

Dall’incontro tra la teoria della Gay e la prassi quotidiana di queste due donne, emerge come il saggio agisca da reagente chimico, spogliando l’adozione da quell’aura di “salvataggio” per restituirla alla sua dimensione di frattura, ricerca e, infine, autodeterminazione.

Amandine Gay ne La bambola di cioccolata scardina l’idea dell’adozione come evento puramente felice, ricordando che essa nasce sempre da una frattura.

Per la madre intervistata, questa consapevolezza è stata una conquista: accettare che il dolore della figlia non fosse un fallimento materno, ma una parte costitutiva della sua identità.

Diverso è il vissuto della donna adottata bianca, la quale osserva come, al di fuori della tempesta adolescenziale, non abbia mai percepito un vero senso di vuoto interiore. Nella sua esperienza, la solidità dell’affetto ricevuto dai genitori ha agito da contrappeso alla mancanza di origini certe, portandola a riconoscere che l’amore incondizionato può talvolta eccedere proprio perché profondamente desiderato.

Qui emerge una distinzione fondamentale: se per la persona adottata il vuoto può essere uno spazio neutro, per il genitore resta il dovere etico di non usare la propria cura per soffocare il diritto al lutto o alla ricerca del figlio.

Il concetto di privilegio espresso dalla Gay nel suo saggio trova riscontri opposti nelle due storie. Per la ragazza Rom, l’adozione è visibile e politica: i suoi tratti somatici attirano sguardi sospettosi e pregiudizi sistemici che la madre riconosce di non poter mai sperimentare sulla propria pelle.

Al contrario, la donna bianca vive un’adozione che la società non percepisce, un anonimato che lei non considera una cancellazione ma parte integrante del proprio essere.

Per lei, l’identità adottiva non deve diventare un alibi, pur ammettendo che l’invisibilità sociale si scontri con ostacoli concreti, come l’impossibilità di ricostruire un’anamnesi familiare.

In questo contesto, il diritto al parto in anonimato appare come una questione di civiltà: sebbene la scelta della madre biologica sia un atto estremo, la donna sostiene che dovrebbe essere garantita al figlio la possibilità di scegliere se conoscere o meno la propria storia, poiché nessuno chiede di venire al mondo senza radici.

Uno dei punti più politici de La bambola di cioccolata riguarda la proprietà della storia personale. La madre della ragazza Rom ammette di aver a lungo trattato l’adozione come un racconto epico di cui lei era la voce narrante, prima di imparare a restituire la parola alla figlia. Il passato della giovane è diventato così un territorio sacro e privato, sottratto agli aneddoti familiari.

Questa esigenza di riservatezza è confermata dalla donna adulta adottata, che oggi rivendica il diritto di non cercare risposte a ogni costo. Pur avendo la curiosità di conoscere la propria storia clinica per tutelare i propri figli, ammette di provare “timore” verso la scoperta di un volto biologico che, di per sé, non darebbe risposte.

Il diritto alla propria storia include, paradossalmente, anche il diritto di lasciarla nel silenzio.

Amandine Gay

Regista, produttrice, autrice, Amandine Gay usa gli strumenti più diversi per far luce sulle molteplici comunità alle quali appartiene. Dopo Ouvrir la voix – il suo primo film autoprodotto e autodistribuito, che dà voce a ventiquattro donne afrodiscendenti francofone – uscito nelle sale francesi, belghe e svizzere nel 2017 e canadesi nel 2018, realizza un secondo documentario, Une histoire à soi.

Nel 2021 pubblica la sua prima opera, Una bambola di cioccolato, con le edizioni La Découverte (Francia) e Remue-Ménage (Québec). Nel 2022 si ristabilisce a Montréal come residente permanente e crea una casa di produzione 100% nera: Caïssa Productions.

La Gay ne La bambola di cioccolata definisce la rabbia dei figli adottivi non come ingratitudine, ma come segno di salute e riappropriazione di sé.

In questa prospettiva, la ribellione adolescenziale della donna bianca assume un significato preciso: l’essere adottata è diventato lo spazio di libertà in cui esplorare confini, un territorio dove nessuno poteva imporle chi essere.

Allo stesso modo, la madre della ragazza Rom ha imparato a non mettersi sulla difensiva quando la figlia contesta le sue scelte educative, interpretandole come imposizioni legate a una cultura dominante. Comprendere che la gratitudine non deve essere una forma di controllo permette di accogliere il dissenso come prova di un legame sicuro, dove l’autonomia politica del figlio può esprimersi senza il timore di perdere l’affetto dei genitori.

In conclusione, il ruolo del genitore e il percorso dell’adottato convergono verso una sfida comune: il superamento dell’idea della famiglia adottiva come unica verità assoluta.

Sostenere un figlio nella ricerca delle radici — che si tratti di cercare modelli culturali Rom per evitare il pietismo o di ricostruire una storia medica per le generazioni future — significa accettare che l’amore non cancella il passato.

Come suggerisce Amandine Gay, l’adozione consapevole è quella che ha il coraggio di abbracciare l’esistenza di un’altra lingua e un’altra terra, accettando che il legame affettivo, per essere autentico, debba saper convivere con ciò che non può essere posseduto.

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