Il silenzio che resta di Giuliano Pasini

Il silenzio che resta Salotto Giallo

Recensione di Marco Lambertini

TRAMA

Una baracca oscura, oltre un ponte. Una figura minacciosa avvolta nell’ombra e un bambino addormentato sotto una coperta rossa. È così che Elena Dal Pozzo vede il figlio Mattia, scomparso da quasi un anno, durante una seduta di ipnoterapia che dovrebbe servire a farle rivivere un momento orrendo per accettarne l’esistenza senza ricorrere al torpore farmacologico in cui si rifugia sempre più spesso. Un tempo è stata una giornalista di valore e prospettiva, era brava.

Quando è arrivato Mattia, però, ha dovuto occuparsi della famiglia. Adesso lavora per una piccola emittente locale, ascolta in loop Comfortably Numb dei Pink Floyd per anestetizzare il dolore e tutte le sere cerca di farsi del male. Finché il suo mondo crolla di nuovo. Una telefonata inattesa: una conferenza stampa urgente in questura sembra preludere a qualcosa di grave. Nonostante lo stato alterato, è costretta a muoversi.

Viene annunciata la scomparsa di un altro bambino. Nell’anniversario della sparizione di suo figlio. Nello stesso punto. Il passato è pronto a trascinarla di nuovo nell’abisso. Anche perché a guidare le indagini è sempre Santo Mixielutzi, noto in questura come “Sfinge”. Un uomo dallo sguardo cupo e dalle poche parole, che sembra non cedere nemmeno davanti al dolore. Un vero professionista che nasconde però un segreto, sepolto sull’isola dove è nato.

Giuliano Pasini, maestro del genere, torna con un grande thriller che scava nella psiche dei personaggi coniugando pathos e rigore di trama. Una vorticosa discesa agli inferi. Un page-turner impossibile da posare.

Ne Il silenzio che resta, il vero enigma è ciò che rimane “dopo”.

L’indagine è presente, certo, ma non è il centro emotivo della storia. Il cuore pulsante del libro è il vuoto lasciato dalla scomparsa di un figlio, è il silenzio che si deposita nelle stanze, nei corpi, nelle relazioni. È ciò che resta quando tutto è già accaduto.

A un anno dalla scomparsa del piccolo Mattia, il tempo non ha guarito nulla. Ha solo reso il dolore più sottile, più radicato, più definitivo.

Elena Dal Pozzo, mamma di Mattia e centro da cui tutte le strade del romanzo si irradiano, è una donna che non si riconosce più. Non è solo il lutto ad averla trasformata, ma la sua persistenza. Pasini la descrive con parole che colpiscono come uno specchio impietoso:

Non è mai stata così magra. Non è mai stata così in forma. Non si è mai piaciuta così poco: una donna di trentotto anni, occhi verdi spenti e immalinconiti, capelli biondi che mostrano la ricrescita. Una volta era castana. Una volta era tante altre cose

In queste righe si condensa tutta la frattura del personaggio.

Il corpo sembra quasi reagire, asciugarsi, disciplinarsi. Ma dentro è maceria. Quegli occhi verdi, ora spenti, raccontano un’assenza che non si colma. Elena non è più la donna di prima, non è più la madre di prima, non è più nulla di definibile.

È totalmente distrutta. Incapace di riprendersi. Incapace di ricucire una quotidianità che ormai ha perso senso.

La scomparsa di Mattia ha frantumato la sua famiglia, incrinato legami, svuotato la casa. Ogni oggetto conserva un’eco, ogni stanza una memoria che non concede tregua.

Pasini non la giudica, non la trasforma in un simbolo astratto del male o del dolore. La osserva mentre si sgretola. Ed è proprio in questa scelta narrativa che risiede la forza del romanzo: Elena è disturbante perché è umana, fragile e contraddittoria. Quasi totalmente perduta.

Accanto a lei si muove il vice questore Santo Mixielutzi, figura lontana dagli stereotipi dell’investigatore impulsivo o carismatico.

Ha un viso serio, inespressivo, sembra distaccato dalle cose del mondo. I capelli scuri e mossi sono disordinati e lunghe basette lasciano scoperto il mento. Veste completamente di nero, maglione a dolcevita, jeans e scarpe. Fa eccezione solo la giacca di velluto.

È un uomo che sembra sottrarsi, contenere, trattenere. Il nero che indossa appare come una scelta coerente: assorbe, non espone. Il suo volto inespressivo non è freddezza, ma autodifesa. Per guardare nell’abisso senza esserne travolti serve disciplina emotiva.

Anche lui vive “in difesa” da un passato che gli ha tolto gli affetti più cari.

Dove Elena si disgrega, Mixielutzi si compatta. Dove lei implode nel silenzio e nel compulsivo e continuo ascolto del pezzo Comfortably Numb dei Pink Floyd, lui lo attraversa con metodo. La sua indagine è fatta di ascolto, attesa, osservazione, anche se poi il colpo di scena arriva e lascia quasi ammutoliti. Sa che dietro ogni parola può nascondersi una crepa, e dietro ogni crepa una verità difficile da sostenere.

Eppure anche lui non è impermeabile. Il peso delle storie che affronta si deposita, silenzioso. La differenza è che ha imparato a portarlo senza mostrarlo.

Il contrasto tra Elena e Mixielutzi è il vero asse narrativo del romanzo. Da una parte una madre devastata, incapace di ritrovare un centro; dall’altra un uomo che ha fatto del controllo la propria forma di sopravvivenza. Sono entrambi soli. Lei nella perdita assoluta. Lui nella responsabilità di dare un senso a ciò che sembra non averne. Nel loro confronto  si gioca la tensione più profonda del libro.

Giuliano Pasini

Giuliano Pasini Nato a Zocca in provincia di Modena, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive a Treviso. Il suo esordio, Venti corpi nella neve, diventa subito un caso editoriale, tradotto in diversi Paesi.

Seguiranno Io sono lo straniero, Il fiume ti porta via, È così che si muore e L’estate dei morti, tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge.

Più che un’indagine per scoprire il colpevole, Pasini descrive in maniera cruda e reale gli stati d’animo delle persone rimaste e colpite dalla tragedia, oppure di chi deve indagare.

Il centro non è la soluzione del caso, ma l’onda lunga del trauma. È la frattura interiore, il senso di colpa, la rabbia, la fatica di continuare a respirare quando tutto sembra essersi fermato.

Con questo romanzo, Giuliano Pasini costruisce una storia dolorosa e necessaria. Non offre consolazioni facili. Non propone redenzioni immediate. Ci chiede piuttosto di restare lì, dentro il silenzio, e di ascoltarlo.

Perché a volte il vero enigma non è il delitto.
È ciò che resta.

Salottometro:

4

Giuliano Pasini ha accettato di rispondere per noi di Salotto Giallo ad alcune domande sul suo libro Il silenzio che resta. A questo link potete leggere l’interessante intervista a cura di Marco Lambertini

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